Esplode la mina nel CdA Rai: via Petroni, arriva Fabiani

La CdL insorge e chiede lo sciopero del canone, il Colle si tira fuori dalla bagarre, mentre il Governo apprezza l’avvicendamento: sono saltati gli equilibri nel CdA


E’ bastata una piccola scossa per provocare un terremoto del settimo grado della scala Mercalli. Come oramai da troppi anni accade, i brevi periodi di quiete del CdA Rai vengono interrotti bruscamente non appena un accadimento, anche il più insignificante, incrina la “stabilità” politica del CdA. Dove per “stabilità” s’intendono una serie d’interessi politici ed una serie di poltrone. A dire il vero, l’avvenimento in questione, ossia la revoca del consigliere Petroni, sostituito da Fabiano Fabiani (foto), non è propriamente da poco. Il Ministero del Tesoro, infatti, azionista di maggioranza della tv di Stato, aveva deciso nei giorni scorsi di sollevare Angelo Maria Petroni dall’incarico, rompendo gli indugi dopo le ripetute “fumate nere” ottenute dal CdA dell’azienda. L’assemblea dei soci aveva accolto di buon grado la decisione che il Ministero del Tesoro aveva trovato (scavalcando, di fatto, la Commissione di Vigilanza, che, di certo, avrebbe dato filo da torcere), di sostituire Petroni con Fabiano Fabiani, sessantasette anni, ordinario di sociologia all’Università di Bologna, ex d.g. dell’Iri, nonché già consigliere Rai nel 2003. Come ovvio, la politica ha fatto il resto. Una bagarre di dimensioni epocali si è scatenata intorno alla vicenda, con il centro-destra che attacca il Governo, reo, a suo dire, di star monopolizzando le istituzioni, ed il centro-sinistra a ribadire la necessità del cambiamento, nonché la felicità della scelta di Fabiani. Con i primi, inutile sottolinearlo, molto più “incazzati”.
Da più parti, all’interno della CdL, si è parlato di “sciopero del canone” (va di moda, in questo periodo, lo sciopero su ogni questione), con Gasparri (An) in prima linea. Ronchi, portavoce di An, annuncia la rottura della tregua, sostenendo che “il dialogo è da considerarsi chiuso”, mentre Landolfi (in realtà, l’unico che, se non fossimo in Italia, avrebbe diritto di replica), Presidente della Commissione di Vigilanza, osserva: “Trattasi di spoil system fuori stagione di un Governo ingordo di poltrone e di potere”. Calderoli, infine, con il solito inutile sensazionalismo sostiene che “si tratta di un’occupazione militare”. A tutti questi appelli da parte del centro-destra, cui vanno ad aggiungersi le considerazioni sul decadimento della democrazia (le cui radici, in realtà, vengono da molto più lontano) di Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, e Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi. Il Capo dello Stato, da par suo, si cela dietro un colpevole “io mi tiro fuori”, declinando qualsiasi responsabilità a riguardo con una nota ufficiale: “Il Presidente ribadisce di non poter essere chiamato in causa su nessuna nomina o decisione di assoluta competenza del governo. Se si ritiene che ci siano aspetti di illegittimità in una decisione governativa è agli organi giurisdizionali che occorre rivolgersi e a cui spetta pronunciarsi”. Insomma, vedetevela tra di voi.
Petroni, intanto, ha annunciato che impugnerà la decisione del Ministero del Tesoro e dell’assemblea degli azionisti, e che chiederà i danni. Fabiani, invece, ha già reso noto che rinuncerà alla retribuzione da consigliere e che non si schiererà con nessuna delle due infuocate parti politiche. Prodi, al solito prodigo di complimenti per tutti, ha dichiarato di “apprezzarlo in modo particolare”. Ma la bagarre continua. (Giuseppe Colucci per NL)

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