Il giornalismo, un mestiere “smarrito”

Malinconia e decadenza della professione in un libro appena uscito in Francia


Da www.francoabruzzo.it

www.lsdi.it. Due riflessioni che dovrebbero interessare anche la Fnsi.

1. IL GIORNALISMO, UN “MESTIERE” SMARRITO.

Malinconia e decadenza della professione in un libro appena uscito in Francia (“Notre métier a mal tourné”, ed. Mille et une nuits) – Il giornalismo come si sogna e si promuove e come invece è diventato – Un feroce attacco al giornalista investigativo, che si appoggia a una sola fonte escludendo il lavoro d’ inchiesta – L’ideologia del giornalismo come una sorta di “proseguimento della rivoluzione con altri mezzi”, un surrogato della rivoluzione nato dalle ceneri del ‘68 – Il fallimento del progetto di indipendenza dei giornalisti che animava le Monde e l’incertezza sul modello economico dell’informazione ondine.

2. ANCORA SUL ‘CHURNALISM’: UN’ALTRA RAGIONE DEL DECLINO DEI GIORNALI.

Oggi i cronisti non vanno più in giro, passano il loro tempo inchiodati al desk, attaccati ai telefoni. Più “storie significa più articoli dove le cose gli arrivano addosso oppure vengono copiate dalle agenzie. Spesso non le controllano neppure. E’ nata da questa amara analisi di Davies, spiega Dawley, la decisione del Dipartimento di giornalismo dell’ Università di Cardiff di realizzare una ricerca sullo stato dell’arte. Lo studio ha analizzato 2.207 articoli pubblicati da cinque grossi giornali britannici in due settimane e ha scoperto che l’ 80% di esse erano interamente, principalmente o parzialmente basate su informazioni prodotte da uffici stampa o lanci di agenzia. Dell’ 8% degli articoli non si capivano bene le origini. E solo il 12% di esse erano nettamente e chiaramente originali.

1. Il giornalismo, un mestiere smarrito.

Malinconia del giornalismo: è la sensazione di fondo che domina “Notre métier a mal tourné”, un libro di due noti giornalisti francesi, Philippe Cohen ed Elisabeth Lévy, su un mestiere che – spiega Guillaume Narvic in una recensione su AgoraVox.fr – “si è profondamente smarrito e corrotto negli ultimi 25 anni”.

Il libro (edito da Mille et une Nuits) è diviso in quattro parti, completamente separate l’ una dall’ altra, nella forma e nel soggetto. Ogni parte più che un capitolo sembra un articolo sul giornalismo, e insieme ricostruiscono una sorta di viaggio di osservazione e di analisi, di riflessione e di prospettiva.

Gli stessi autori d’ altronde – aggiunge Narvic – designano questo libro come “una traversata” nel mondo del giornalismo francese, dalle origini ai nostri giorni.

Grandezza e decadenza del giornalismo

Il giornalismo come esso stesso si sogna (o si promuove) e come invece è concretamente o come è diventato. In attesa di poterlo leggere direttamente, sembra comunque stimolante la parte dedicata al giornalista investigativo. E’ contro quest’ultimo che la carica di astio degli autori del libro è più forte, anche violenta, e apertamente ad hominem: Edwy Plenel (fondatore di Mediapart, vedi Lsdi, Mediapart sotto attacco giudiziario) in particolare è nel mirino e gli autori fanno fuoco!

Interessanti – anche per una riflessione che può riguardare direttamente il giornalismo italiano – alcuni brani scelti da Narvic.

-* Il “giornalismo investigativo” (inventato negli anni ’80 al posto del giornalismo d’ inchiesta, che era stato molto sperimentato precedentemente) “nasconde un grosso imbroglio”.

“La sua pretesa neutralità è la facciata comoda di una ideologia moralizzatrice e sospettosa”

– * Pubblicando sulla base “di una sola fonte”, sotto forma di “feuilleton”, delle informazioni che vengono loro fornite nel quadro di “manipolazioni” sulle quali si rifiutano di interrogarsi, i giornalisti investigativi hanno accettato di diventare alla fine, senza mantenere alcuna distanza, i tappetini dei giudici.

– * Hanno così contribuito alla distruzione del segreto istruttorio e, di conseguenza, a quella della presunzione di innocenza.

– * Negli anni ’90 “la macchina si imballa”: i giornalisti sono “inebriati dalla loro stessa potenza”, “in assenza di qualsiasi contro-potere”.

– * Lévy e Cohen denunciano alla fine “l’abuso della libertà conquistata”: “il giornalismo d’ investigazione ha partorito un mostro”.

Questo giornalismo d’investigazione, secondo gli autori del libro, è andato all’attacco soprattutto del potere politico, contribuendo largamente al suo discredito, mentre quelli che detenevano il potere economico facevano man bassa dell’insieme dei grandi media francesi (radio, televisione e stampa scritta), bloccando ogni possibilità di inchiesta sui propri affari. Ecco un’altra truffa del “giornalismo investigativo”. Oggi – rileva ancora Narvic – l’inchiesta ha abbandonato la stampa e si è rifugiata nei libri. I giornali si limitano a pubblicarne degli estratti e si guardano bene dall’approfondirla con le proprie indagini.

Il giornalismo come surrogato della “rivoluzione”

La seconda parte del libro è una riflessione più filosofica sulla “ideologia del giornalismo”, una figura apparsa nel paesaggio politico con la generazione dei giornalisti usciti (solo una sintesi) dalle barricate del Maggio ’68 Gli autori avanzano la tesi secondo cui rinunciando a fare la rivoluzione in strada, una generazione di studenti del Maggio ’68 si è lanciata nella stampa per ingaggiare una sorta di “rivoluzione del giornalismo”, “il proseguimento della rivoluzione con altri mezzi”. Farebbero parte di questa generazione personaggi come Serge July o Edwy Plenel, e vari altri finiti anche dalle parti di Sarkozy.

Rinunciando a Marx e a Mao ma restando all’ avanguardia, questa generazione sarebbe all’ origine della trasformazione del giornalismo stesso in ideologia.

La terza parte dell’ opera torna molto all’indetro, analizzando quello che è rimasto del progetto storico uscito dalla Resistenza di assicurare l’ indipendenza dell’ informazione garantendo l’ indipendenza dei giornalisti e delle loro redazioni.

E’ una storia che diventa “una tragedia”, “tra rivolta e schiavitù”, secondo gli autori, che tracciano nei dettagli la decadenza del progetto fondatore di le Monde e di Libération, e si chiedono anche attraverso le crisi recenti a le Monde e a les Echos, se “le società dei redattori stiano rialzando la testa”.

E adesso?

Infine, l’ultima parte (“E adesso?”) è un tentativo interessante di anticipare il futuro della professione in un momento in cui si profila uno spostamento della professione verso internet.

Una strada obbligata ma il modello economico che sta sotto alla stampa online, finanziato al 100% dalla pubblicità, non la condanna a una corsa all’ audiencee alla proletarizzazione delle redazioni online sottopagate e precarie?

Per il momento, in ogni caso, “la battaglia per l’ audience ha condotto gli attori del settore a concentrare i propri sforzi sulla circolazione dell’ informazione e non sulla sua raccolta”.

Se riconoscono nei blog un nuovo spazio di libertà, a volte di grande qualità, gli autori sono relativamente scettici sui risultati concreti delle esperienze di giornalismo partecipativo ondine e di collaborazione fra professionisti e ‘amatori’, e lo stesso vale per la qualità reale dell’ apporto interattivo dei commenti dei lettori. E cercano di conservare una posizione di equilibrio fra “lo scetticismo assoluto” et “l’entusiasmo beato” : “tra il blog personale e i rubinetti delle agenzie di stampa esistono delle opzioni multiple, molte delle quali sono state appena esplorate”.

La posta fondamentale resta naturalmente il modello economico.

Il futuro della stampa, elettronica o meno, dipende da quelli che la fanno, in particolare dai giornalisti. Ma dipende anche dal pubblico. Spetta a lui infatti decidere se vuole o meno una informazione di qualità – e se è pronto a pagarne il costo”.

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2. Ancora sul ‘churnalism’: un’altra ragione del declino dei giornali.

Nick Davies*, il giornalista britannico che ha coniato il termine “churnalism” (vedi Lsdi, “Churnalism”, produzione di massa di ignoranza) ha pubblicato un libro dal titolo “Flat Earth News”** in cui articola ampiamente la sua analisi sulla deriva del giornalismo contemporaneo. In quelle riflessioni un ruolo centrale spetta al problema del tempo, il “tempo rubato” (vedi Lsdi, Riconquistare il tempo rubato al giornalismo), che Davies definisce in un articolo su Media Life Magazine “la più preziosa risorsa di lavoro che avevamo come giornalisti”.

I cronisti sfornano a ciclo continuo i loro articoli per riempire buchi informativi sempre più grandi, ma con redazioni sempre più piccole e senza tempo a disposizione per fare un lavoro originale, commenta Sterling Hager su Agency Next. Non fanno le verifiche per mancanza di tempo. E si tratta sempre di più di articoli fatti con comunicati stampa o notizie di agenzia. Che vengono presi per oro colato.

I giornalisti lo sanno bene. E i lettori meglio. E’ per questo che ogni giorno – aggiunge Hager – i giornali che lascio qui la mattina nel corridoio quando vado a lavorare restano nella loro fascetta. Alla fine della settimana il padrone di casa, Doug, li prende e li getta nell’ immondizia.

A casa, mio padre, che ha 96 anni, riceve due giornali ogni giorno. In uno trova le parole crociate e butta l’altro in una scatola di cartone del droghiere che poi ogni martedì andrà fra la carta da riciclare. Si potrebbe dire che anche lui, come i giornalisti, sta semplicemente riciclando notizie.

Come la commercializzazione ha indebolito le redazioni

“Il churnalism è il più evidente esempio del modo con cui la commercializzazione ha invaso e indebolito le redazioni”, dice Davies a Heidi Dawley, di Media Life. “Ci siamo fatti strappare la più preziosa risorsa di lavoro che avevamo come giornalisti, il tempo”.

Qualcuno sostiene che i proprietari vecchio stile dei giornali regnassero sull’età d’oro del giornalismo. Davies non è fra di essi. Questi editori old-style avevano la loro agenda e spesso dovevano orientare certe notizie per fare piacere a qualche potente o servire qualche causa politica.

Ma anche se era così, dice Davies, essi davano ai cronisti un tempo di lavoro per la redazione dei loro articoli onesto. I loro reporter avevano il tempo per chiamare il posto di polizia o attendere un incontro governativo, e aggirare le fonti locali per capire che cosa stava veramente succedendo.

Oggi i cronisti non vanno più in giro, passano il loro tempo inchiodati al desk, attaccati ai telefoni. Più “storie significa più articoli dove le cose gli arrivano addosso oppure vengono copiate dalle agenzie. Spesso non le controllano neppure. E’ nata da questa amara analisi di Davies, spiega Dawley, la decisione del Dipartimento di giornalismo dell’ Università di Cardiff di realizzare una ricerca sullo stato dell’arte ***. Lo studio ha analizzato 2.207 articoli pubblicati da cinque grossi giornali britannici in due settimane e ha scoperto che l’ 80% di esse erano interamente, principalmente o parzialmente basate su informazioni prodotte da uffici stampa o lanci di agenzia. Dell’ 8% degli articoli non si capivano bene le origini. E solo il 12% di esse erano nettamente e chiaramente originali.

La ricerca ha poi accertato che le redazioni attualmente sono parecchio più ridotte di 20 anni fa mentre le pagine di prodotto redazionale sono tre volte di più.

“Le aziende che vogliono far soldi hanno introdotto dei cambiamenti tali per cui l’ errore non è più un fatto occasionale. Mi sembra che siamo stati strutturalmente modificati in maniera che ciò accada”, dice Davies.

“E’ il peggiore degli errori, anche. Non è che i fatti non tornano, è che l’ intera storia è sbagliata. E cioè che si tratta di flat earth news, ricostruzioni che contraddicono tutti i dati e tutte le ragioni, ma che alla fine vengono accettate per l’ assoluta insistenza di quelli che hanno bisogno che esse siano così”.

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*Nick Davies è uno dei più famosi giornalisti d’inchiesta del Regno Unito. Vincitore di vari premi per il suo lavoro di ricerca sul crimine, il traffico di droga, la povertà e in generale i problemi sociali, lavora per il Guardian. Ha realizzato anche documentari per la Tv.

** Letteralmente ‘’notizie dalla Terra piatta‿, ma potrebbe essere “produzione intensiva di ignoranza‿ e cioè, di nuovo, churnalism.

***Il sottotitolo è: An Award-winning Reporter Exposes Falsehood, Distortion and Propaganda in the Global Media. (Chatto & Windus, £17.99, pp320

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