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Informazione. Gender equality e pluralismo nei media, allarme Unesco: stampa, tv e radio sono sessiste

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Le donne sono sotto rappresentate nei media: a livello manageriale, come giornaliste e reporter, in qualità di commentatrici e, addirittura, come protagoniste dell’informazione.
Questo è quanto emerge dal report biennale Unesco sulla libertà di espressione e lo sviluppo dei media (World trends in freedom of expression and media development 2017/2018) pubblicato a maggio di quest’anno e che raccoglie i dati del Global Media Monitoring Project, indagine avviata nel 2015 sui principali mass media dei 28 Stati membri dell’UE.

Nella parte dedicata all’analisi di genere, il report rivela che le donne continuano ad essere rappresentate in maniera insufficiente all’interno dei media.
In particolare, le posizioni apicali e di decision-making sono occupate da uomini nel 75% dei casi (cioè, solo un manager su quattro è donna); anche reporter e giornaliste sono in minoranza, con un rapporto di uno a tre con i colleghi maschi e persino gli esperti intervistati su svariati temi sono donne solo in un caso su cinque. Sembra poi che nell’assunzione delle donne abbia un certo peso anche l’aspetto fisico: ad esempio, in tv lavorerebbero più donne (57%) rispetto a quante ne lavorano in radio (41%), dove per ovvi motivi la bella presenza conta meno (anche se questo dato è probabilmente destinato a cambiare, considerata l’evoluzione social e sempre più video della radiofonia) e, sempre in tv, all’aumentare dell’età, aumenterebbe la concentrazione di uomini, mentre sarebbero in presenza più massiccia le donne giovani.

Fare carriera nel mondo dei media (e non solo), in Italia come negli altri Paesi europei, può essere davvero difficile per le donne. Quarant’anni fa, proprio un quotidiano – il Wall Street Journal – ha coniato l’espressione “soffitto di cristallo”, che, come recitano le definizioni dei principali dizionari, sta ad indicare il fenomeno per cui  l’avanzamento di carriera di una persona in una qualsiasi organizzazione lavorativa o sociale, o il raggiungimento della parità di diritti, viene impedito per discriminazioni, prevalentemente di carattere razziale o sessuale che si frappongono come barriere insormontabili anche se apparentemente invisibili”. In parole povere, le donne – a parità di studi e competenze – non hanno le stesse possibilità di carriera degli uomini e, pur nello stesso ruolo, non guadagnano quanto i colleghi maschi.
Osservando i due grafici seguenti è possibile apprezzare il gender gap a livello manageriale nei media (figura 1) e confrontarlo con il dato complessivo in diversi paesi dell’UE (figura 2).

GENDER figura 1 - Informazione. Gender equality e pluralismo nei media, allarme Unesco: stampa, tv e radio sono sessiste
(figura 1. Distribuzione di donne e uomini in posizioni apicali di compagnie nel settore media. Fonte: European Institute for Gender Equality (EIGE), 2017. Gender Statistics Database)
GENDER figura 2 - Informazione. Gender equality e pluralismo nei media, allarme Unesco: stampa, tv e radio sono sessiste
(figura 2. Percentuale di donne in posizioni manageriali in alcuni paesi dell’UE. Fonte: Eurostat)

Recentemente, una società internazionale esperta nella ricerca e selezione di personale di profilo manageriale – Wyser – ha riportato l’attenzione sul tema diffondendo un comunicato stampa in cui afferma che a influenzare negativamente il processo dell’avanzamento di carriera è sicuramente la difficoltà nel conciliare il lavoro e la vita privata, la famiglia. Il 60% delle donne manager dichiara che gli impegni familiari condizionano la propria carriera. Non solo, a rallentare il raggiungimento di una parità di genere a livello lavorativo vi sono anche fattori culturali e organizzativi per i quali, ancora oggi, è difficile individuare questo divario, riconoscerne la priorità e di conseguenza impegnarsi per risolverlo”.

Proprio l’aspetto legato alla cultura è quello che può apparire più preoccupante nel settore dei media. Infatti, sebbene si tratti di un divario di genere (o gender gap, per usare l’espressione più in voga) presente in tutti gli ambiti, nel caso dell’industria mediatica dà origine ad effetto ulteriore: le donne non fanno notizia. Ossia, le storie e le notizie sulla disuguaglianza di genere rappresentano solo il 5% delle informazioni trasmesse dai mass media europei e quelle che sfidano gli stereotipi di genere sono addirittura il 3%. Quasi inquietante, poi, è il fatto che l’argomento “diritti delle donne” sia crollato drasticamente tra il 2010 e il 2015, passando dal 9% al 5% dei trend topic dell’informazione.

Dei progessi sono comunque stati fatti in Europa, anche se molto piccoli e in un arco di tempo troppo ampio: dal 1995 al 2015 (quindi, in vent’anni) la visibilità delle donne nei giornali, in televisione e nelle radio è aumentata di appena sette punti percentuali, dal 17% al 24%. Un maggiore aumento di visibilità delle donne arriva da mezzi di comunicazione “alternativi”, come le piattaforme online e i social network. Tuttavia, come detto, i ritmi sono molto lenti: se mai si potrà parlare di parità, questa non potrà essere raggiunta prima di 40 anni.
Per quanto riguarda l’Italia, un certo ottimismo arriva dalle parole di Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser, secondo il quale “nel nostro Paese, si sta facendo strada la consapevolezza del valore che una donna manager può portare all’interno di una azienda: la legge di genere 2011 e altri provvedimenti a favore della conciliazione vita-lavoro, come le misure di welfare aziendale introdotte dal 2016, vanno nella giusta direzione e sortiranno nel tempo gli effetti desiderati.

Secondo una recente indagine, già il 51% delle donne manager può contare su misure di work-life balance, come l’orario flessibile. Da esperti del recruitment manageriale, riteniamo, però, che molto possa essere ancora fatto all’interno della singola realtà aziendale sia nell’attività di ricerca e selezione sia a livello di cultura organizzativa.”
La via indicata, quindi, sembra essere un insieme di provvedimenti legislativi tesi alla rimozione delle disuguaglianze sociali (quote rosa, leggi più puntuali sulla maternità), policy aziendali (come la possibilità di lavorare da remoto o avere orari flessibili) e sviluppo culturale nell’ottica di una riduzione dei pregiudizi di genere. Soprattutto per quanto riguarda l’ultimo aspetto, i media – per la loro capacità di formare l’opinione pubblica – dovrebbero forse sentirsi chiamati a svolgere un ruolo di prima linea, agendo, ad esempio, sull’assegnazione dei servizi a reporter e giornaliste.

Il problema di questo specifico settore, si legge nel report Unesco, “non ha a che fare con la diversità in sé, ma più con i limiti che vengono posti alle donne nello svolgere tipi di lavoro differente all’interno dell’industria mediatica. Tipicamente – prosegue il report – le donne non sono per nulla incoraggiate ad occuparsi di hard news come la politica o l’economia, mentre sono spinte ad occuparsi di temi ritenuti di maggior interesse per il pubblico femminile, come il gossip, la cucina, la moda”. La questione del gender gap nell’industria mediatica ha sfaccettuture di carattere organizzativo, sociale, culturale ed economico, ma – in ultima analisi – è possibile affermare che uno dei modi (forse, tra i più efficaci) in cui è possibile agire per ridurre il divario sarebbe quello di garantire un maggior pluralismo attraverso l’incremento del punto di vista femminile su tutte le tematiche dell’informazione. (V.D. per NL)