Italia e libertà di stampa: da Strasburgo a Reporter senza Frontiere. Con qualcuno che ne mette in dubbio la credibilità

Allora, le notizie sono due. Ma fanno capo entrambe alla principale tematica di cui si parla in Italia, oramai da oltre dieci anni, ma con un’intensificazione negli ultimi mesi in particolare: la libertà di stampa.

Concetto alto e di difficile collocazione, difficile da stabilire, così come difficile da ottenere. Da quando il magnate dei media Berlusconi si è posizionato al centro della vita politica italiana, l’argomento è divenuto dominio pubblico. A intervalli più o meno regolari costituisce uno dei let motiv del giornalismo italiano. Negli ultimi mesi, specie a seguito della guerra tra Berlusconi e alcuni giornali di sinistra prima, e tra Berlusconi, i suoi giornali, e alcuni giornali e trasmissioni di sinistra poi, il ritornello ha costituito la base d’un movimento che è riuscito a portare in piazza decine, centinaia di migliaia (sessantamila?trecentomila? non lo sapremo mai) di persone, di giornalisti inviperiti, di sindacati, di gente comune e di gente a cui interessava farsi una scampagnata in piazza del Popolo a Roma. Le notizie sono due, dicevamo. La prima è che il Parlamento europeo, riunito a Strasburgo, ha bocciato l’Italia. C’è chi l’ha presa come una vittoria, chi come una sconfitta. Ma, alla fin fine, entrambe le parti politiche l’hanno presa. In quel posto. Primo perché la risoluzione presentata dagli esponenti dei gruppi del centro-sinistra sul famoso tema della libertà-di-stampa non è passata. Per un pelo, per soli 3 voti (335 sì contro 338 no), la risoluzione è stata bocciata, oltretutto dopo che le singole parti erano state approvate dal Parlamento e che l’aula plenaria di Strasburgo aveva bocciato le risoluzioni “ad orologeria” (altro termine inflazionatissimo in Italia in queste settimane) presentate dal centro-destra e gli undici emendamenti proposti dal Ppe (Partito Popolare Europeo) alla proposta di Pd e Italia dei Valori. Uno a uno e palla al centro, quindi. Seconda notizia, vecchia ormai di un paio di giorni, è la classifica stilata da Reporter sans Frontieres sulla libertà-di-stampa nel mondo. Solita battaglia in Italia tra chi, visti i risultati poco decorosi del nostro Paese (classificatosi al 49mo posto) punta l’indice contro Berlusconi e i giornalisti “servi” e chi, dall’altra parte, si fa due risate sostenendo che l’Italia, lungi dall’essere in pericolo riguardo la libertà d’espressione, è in mano a giudici, magistrati, giornalisti e opinionisti di sinistra. Anzi, comunisti, come non ne esistono più nemmeno nell’Europa dell’est. Ci mancano anche i calciatori “comunisti” e si spiegherebbero le infelici apparizioni del Milan negli ultimi anni. Mettendo da parte sia i primi che i secondi, e rimandando per i dati della rilevazione 2009 a precedenti articoli pubblicati dal nostro periodico negli ultimi giorni, vediamo perché sulle pagine di Libero di definisce la rinomata associazione non governativa francese “robetta all’acqua di rose, poco più dell’aggregazione di pettegolezzi e lamentele generiche”. A farlo è Davide Giacalone, pubblicista ed opinionista su Libero e L’Opinione, un passato militante al fianco di Muccioli nella lotta alla droga (cui ha dedicato numerosi saggi) e un discreto impegno politico come consigliere del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni negli ultimi anni della Prima Repubblica e un numero esorbitante di pubblicazioni di tema politico (“Un bel sì per mandare a casa Prodi”, “Il fascino perverso del comunismo”, “Cento brutti giorni, ma il problema non è Prodi”, “I sindaci in rosso”, “Prodi, Telecom & C.”, Tutte le tasse di Prodi & C.”, “L’imbroglio prima, durante e dopo le elezioni”, solo per citare alcuni titoli). Giacalone s’indegna, attacca e mette alla berlina i metodi di rilevazione di Rsf. Premessa: l’associazione, non disponendo di criteri oggettivi ed incontrovertibili per stabilire il livello di libertà di stampa, di per sé un concetto non certo univoco ed incontestabile, presenta dei questionari ad una rete di corrispondenti, giornalisti, investigatori, giuristi e militanti dei diritti umani (quindi, non solo giornalisti come dice Giacalone) che rispondono a domande su una serie di tematiche che tra poco illustreremo. “Nella graduatoria ci collochiamo al posto 49, su 175. Perdendo cinque punti rispetto all’anno scorso e ben quattordici rispetto al 2007 – scrive l’opinionista di Libero – Ora, vorrei sapere, che cosa è successo, dal 2007 ad oggi? Niente”. Niente? Bè, anzitutto è successa una cosa che più d’ogni altra ha mutato l’assetto dell’Italia in generale e, quindi, anche del mondo dell’informazione italiana e della sua libertà. Al governo non c’è più la “buonanima” di Romano Prodi ma, da circa un anno e mezzo, c’è per la terza volta Silvio Berlusconi. Una differenza non da poco. E, considerando il genere di domande presenti nei questionari che Rsf sottopone alla sua rete d’informatori, si capisce perché l’Italia abbia perso 14 posizioni. Ma si capisce anche perché, di anno in anno, le classifiche siano così variabili e a volte riservino sorprese clamorose (come i venti punti guadagnati dagli Usa sotto Obama). Le domande, che pur ricevono risposte chiaramente confutabili, riguardano l’eventualità ed il numero di pressioni, minacce, aggressioni (verbali, fisiche e a mezzo stampa) nei confronti dei giornalisti; riguardano episodi di censura e autocensura (anche quest’ultimo concetto è molto inflazionato ultimamente; un nome su tutti: Augusto Minzolini); la gestione dei mezzi di comunicazione pubblici; riguardano, infine, e questi per fortuna sono elementi che non interessano l’Italia (altrimenti ci troveremmo a gareggiare con Corea del Nord, Cuba e Turkmenistan), incarcerazioni e uccisioni di giornalisti. Per finire con dei dati generali, e altamente opinabili, sul clima informativo che si respira nel Paese. Il numero di aggressioni, di pressioni e censura variano sensibilmente di anno in anno, sia nei Paesi senza libertà di stampa che in quelli con una libertà di stampa altissima. Il permanere nella stessa zona di classifica Rsf è già di per sé indice del buon funzionamento dei questionari che l’associazione sottopone. E il 14 posti persi dall’Italia nel passaggio da Prodi a Berlusconi non sono poi così tanti. Se poi ci mettiamo le variabili come le minacce (Lirio Abate e Saviano su tutti, nel 2008), vediamo che ci sta perdere qualche posto in classifica. Vero? Giacalone, poi, si appella ad una delle presunte motivazioni per cui il nostro Paese è messo così male: la possibilità dei magistrati di querelare i giornalisti e di portarli in Tribunale dove a giudicare sono gli stessi colleghi del magistrato. E chi dovrebbe giudicarli? Lo Stato? E la famosa divisione dei poteri? Allora, bisognerebbe impedire ai magistrati, normali cittadini, di sporgere regolari denunce e querele? Restiamo perplessi. Infine, all’opinionista di Libero non va giù che l’Italia di Berlusconi perda 14 posizioni mentre gli Stati Uniti di Obama ne guadagnino 20. Non è giusto. E perché? “Obama si rifiuta di avere contatti con una rete televisiva che considera al pari di un partito avversario. – scrive – E’ nei suoi diritti, ci mancherebbe altro, ma quando questo capita dalle nostre parti subito partono i funerali della libertà e della democrazia”. Nessun funerale, in realtà, quando Berlusconi si rifiuta di sedersi nel salotto di Santoro o per il fatto che sia un desaparecido per Sky Tg24. Ci basta vederlo a Uno Mattina, dove certamente sono più accomodanti con lui di quanto non lo siano le trasmissioni americane con Obama. Insomma, dopo che i giudici sono rossi, le televisioni e i giornali invisi, persino le testate famiglia che vogliono emanciparsi e dare addosso al loro capo (lo disse Berlusconi in un celebre discorso a Parlamento Europeo), ora, secondo Giacalone, anche Reporter senza Frontiere è faziosa e poco attendibile. Mentre in Italia trionfa la libertà di stampa. (Giuseppe Colucci per NL)
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