Radio. Gian Luca Barneschi: editori depressi e con deficit di rappresentanza riflettano su loro storico scarso peso in processi legislativi

Gian Luca Barneschi

Gian Luca Barneschi: il problema della Radio sono i contenuti: se quest’ultimi sono scarsi, qualunque multimedialità moltiplicherà una schifezza. Inutile avere la Ferrari in garage se non c’è benzina e qualcuno che la sappia guidare.
Ancora nel 2021 ai microfoni si alternano autentici ignoranti sgradevoli. E chi paga lo stipendio tutto fa salvo che migliore la situazione.
Non posso credere che nel settore ci sia chi coltiva il culto della sconfitta. Il mezzo radiofonico ha sopportato bordate micidiali, i numeri attuali non legittimano preoccupazioni. Perché e come si vuol minare un settore così importante? La cosa grottesca è che il fuoco è amico e quindi masochistico. Ma non parliamo di resilienza, per favore.
Gli editori dovrebbero riflettere in merito al loro storico scarso peso nei processi decisionali e legislativi.
Il deficit di rappresentanza dell’emittenza radiofonica è oggettivo e grave.

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Gian Luca Barneschi

Negli ultimi giorni di luglio abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Gian Luca Barneschi, avvocato nel settore dei media dal 1976, prima come conduttore radiotelevisivo e giornalista (specializzato soprattutto in new wave inglese), poi come scalettista e infine come legale e giurista (anche se abbiamo scoperto che produce segretamente una pillola quotidiana presso una nota emittente rock del nordest). Le torride temperature dello studio (non abbattute dall’aria condizionata, che Barneschi rifugge) non hanno impedito l’emergere di contenuti interessanti. Eccone un esteso riassunto.

Sede legale radiofonica

(Newslinet) –  Questo studio potrebbe essere anche una bella sede radiofonica o di ufficio tecnico…
(Gian Luca Barneschi ) – In effetti ho a vista una dozzina delle più importanti postazioni del centro Italia: da Poggio Nibbio a quelle dei Castelli Romani, passando per il Peglia: un segno del destino. Recentemente però sono stato colpito dalla sindrome del calzolaio con le scarpe bucate: le trasmissioni in onde corte di una vicina ambasciata creano campi che mi hanno persino impedito di svolgere le udienze telematiche. Non ho però chiesto l’intervento dell’ARPA.

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Vista dal terrazzo dello Studio Legale Barneschi

Storico fondamento tecnico non genuino

(Newslinet)  – 45 anni fa il monopolio dell’etere italiano cadeva sotto la scure della Corte Costituzionale…
(Gian Luca Barneschi) – La demolizione era iniziata nel 1974. Rivelo una storiellina interessante che deriva dalla mia tesi di laurea e da successivi contatti con alcuni dei protagonisti di quello storico momento. Pare che il decisivo studio tecnico utilizzato dai ricorrenti non fosse esattamente genuino; d’altronde anche gli argomenti utilizzati negli anni precedenti per legittimare il monopolio erano tecnicamente ridicoli.

A ciascuno il suo

(Newslinet) –  Tecnicamente, appunto. Nell’attività legale in materia c’è necessità anche di conoscenze tecniche.
(Gian Luca Baerneschi) – Sì anche se “a ciascuno il suo”. Spesso i legali sono chiamati a ricomporre i cocci dovuti all’attività paralegale di molti consulenti, consigliori e faccendieri o di editori presuntuosi. Non bisogna improvvisarsi: personalmente amo informarmi da chi ne sa di più.
(Newslinet) – L’attività di uno studio legale nel settore è diversa dalle altre?
(Gian Luca Baerneschi) – Per come storicamente si è svolta nel mio caso, molto. Il settore radiofonico occupa parte rilevante, ma non maggioritaria, dello studio e della rete alla quale è collegato.

Soprattutto mi diverto ancora

Quando iniziai temevo di operare una dimensione professionale ingessata, rituale e arida. Invece l’operatività quotidiana è sempre dinamica e creativa. E il contributo personale fa la differenza. Non solo citazioni, ricorsi e diffide, ma anche soluzioni a questioni giuridiche inedite (nel tempo è stato necessario non solo “inventarsi” legalmente come vendere e affittare una frequenza, ma persino come chiedere ingiunzione per pubblicità non pagata) e tante, tante trattative per compravendite, accordi, negoziati e operazioni varie.

Occorre risolvere i problemi, non crearli per motivi non nobili

Un paio di mesi fa ho sbrogliato una questione toscana con una soluzione inedita della quale sono ancora orgoglioso. I clienti devono beneficiare di ciò: chi svolge la mia professione deve risolvere problemi, anziché crearli (come purtroppo accade spesso per motivi non nobili). E bisogna anche sporcarsi le mani.

Ricordo ancora una lama di coltello appoggiata alla gola

Ricordo la disattivazione di un impianto allocato in un sottotetto pieno di guano di piccione e prima ancora una lama di coltello appoggiata (anche se delicatamente) alla gola. Avrei preferito evitare ambedue. Comunque bisogna essere avvocati, mai fare gli avvocati.

Il problema sono i contenuti

(Newslinet) – Veniamo alle polemiche nel mondo radiofonico tra editori pubblici e privati.
(Gian Luca Barneschi) – Sono poco diplomatico e detesto “yes men e yes women”. Se dico una bugia di solito si nota: per cui quanto segue è genuino. Il dibattito delle ultime settimane ha avuto toni lunari. Si è argomentato sui contenenti; ma il problema sono i contenuti: se quest’ultimi sono scarsi, qualunque multimedialità (anche la più – ehm – “lunga”) moltiplicherà una schifezza.

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E’ come svuotare la lavapiatti con le mani sporche

Per ignoranza, o tanto per dire qualcosa, app e supporti trasmissivi vengono qualificati quali medium: è come svuotare la lavapiatti con le mani sporche. E’ inutile dichiarare di avere la Ferrari in garage se non c’è la benzina e qualcuno che la sappia guidare. Partendo dai siti web, l’utilizzo delle facoltà digitali da parte delle emittenti e scadente e molto pro forma, non innescando certo fidelizzazione, interazione, fatturati e ascolti.

Le esternazioni depressive non sono fondate

Non posso credere che nel settore ci sia chi coltiva il culto della sconfitta. Il mezzo radiofonico nei due millenni ha sopportato bordate micidiali (in primis la nascita della televisione), i numeri non legittimano preoccupazioni e sarebbero rilevanti anche al 50 %, non solo se raffrontati con quelli terminali della carta stampata. La radio ha una penetrazione enorme e prioritaria tra i media.

Volano avvoltoi, ma non ci sono carcasse

Perché e come si vuol minare un settore così importante? Cui prodest? E la cosa grottesca è che il fuoco è amico e quindi masochistico. Forse è conseguenza della pandemia che però è stato evento eccezionale, epocale, ma transeunte e sottolineo che molte emittenti hanno svolto un eccellente e meritorio lavoro, che produrrà ulteriore fidelizzazione; anche la decretazione governativa ha riconosciuto il ruolo dell’emittenza privata. Mi raccomando però, non parliamo – tentando di essere smart – di resilienza cortesemente.

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Gli editori dovrebbero anche ricordarsi con legittimo orgoglio di quanto costruito

Ricordo una telefonata serale di inizio anni ’90 nella quale un editore mi proclamò che stava lavorando per avere più ascolti della Rai: pensai stesse esagerando. Sappiamo come è andata a finire: ce l’ha fatta e con lui altri. Hanno avuto coraggio,  forza e determinazione nell’Italia di fine millennio nella quale le dinamiche operative, anche pubbliche, erano pesantemente distorte. Ho ammirato alcuni di loro per il loro impegno, pensando alle loro fatiche, visto che pativo già abbastanza per interposta persona. Ci tengo a sottolineare anche un altro aspetto statistico che ho riscontrato anche per esperienza diretta: la radio va fatta da chi ha la vocazione. Sono molti i casi di grandi imprenditori di altri settori affacciatisi che non hanno avuto le capacità e la perspicacia necessaria, abbandonando più o meno rovinosamente.

Comunque negli ultimi anni qualcosa si è mosso

Sono stati sviluppati format che, coniugando radio e social, hanno valorizzato fasce d’ascolto praticamente inutili, in precedenza sterili, dando luogo a interazioni e fatturati significativi. I fondi d‘investimento, poi, hanno scoperto il settore e, solo a causa dell’ignoranza dell’interessato qualche anno fa non si è concretizzata un’operazione memorabile sostenuta appunto dalla finanza.

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Il DAB, tutti lo vogliono, ma nessuno lo vuole veramente

(Newslinet) – E il DAB?
(Gian Luca Barneschi)  – Aaah il dab! Cito un noto marpione dell’etere: “Tutti lo vogliono, ma nessuno lo vuole veramente”. Nelle ultime settimane c’è stato un furore piuttosto isterico e nelle prossime ci saranno novità. Sarà produttivo o servirà solo ad aggiungere un po’ di acqua nella pozza di qualcuno?

La situazione è storicamente paradossale

In teoria nel digitale il preuso sarebbe inutile e non esclude la concorrenza; è successo il contrario, in maniera poco commendevole, riproponendo la situazione dello scorso millennio, quando chi arrivava prima lo faceva a scapito degli altri.

Pericoli

Personalmente trovo molto pericoloso lo schema operativo adottato dal legislatore nell’indifferenza generale, anche dal punto di vista della tenuta economico-finanziaria degli editori; e poi c’è il solito problema della segmentazione dell’ascolto (l’ascoltatore è sempre uno).

Ignoranti ai microfoni

(Newslinet) – Nessun problema dunque? Solo schermaglie personali tra concorrenti pubblici e privati?
(Gian Luca Barneschi) – Fine dose carota. I problemi ci sono, ma sono annosi, strutturali e mai risolti. Lo sviluppo disordinato e poco professionale del settore ha fatto confondere le eccezioni con la regola. Le cose fino ad una decina di anni fa sono andate bene a molti, al di la delle effettive capacità e in assenza di lungimiranza tecnocratica. Così, ancora nel 2021, ai microfoni si alternano autentici ignoranti, spesso sgradevoli e chi gli paga lo stipendio tutto fa salvo che migliore la situazione.

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D’altronde c’è ancora chi, nel 2021, definisce le reti nazionali “network” (anzi: “networks”)!

A livello nazionale e locale nel nuovo millennio il programma-tipo si articola ancora sulla notiziola curiosa presa da internet, lo studio bizzarro di un’università straniera. Ed è condotto con il tipico vocalizzo impostato che termina strozzato per incombente ipossia. Le playlist sono stitiche e vincolate”.
(Newslinet) – Queste le deficienze strutturali e storiche: quali le soluzioni in concreto? Non c’è un problema anagrafico-generazionale?
(Gian Luca Barneschi) – Per quanto qualcuno stia da decenni modellando autoreferenzialmente programmi di punta sulla base della propria carta d’identità, trascinando nella propria parabola esistenziale gli ascoltatori, vero è che si può essere vecchi a 17 anni e viceversa.

Uno dei miei più cari amici, il centoduenne decano dei giornalisti italiani, Sergio Lepri, è una delle persone più giovanili che conosca

La questione delle seconde e terze generazioni sussiste a livello nazionale e ha valenza socio-antropologica: ma nel settore ci sono trenta-quarantenni validi. Mi preoccupa molto di più un certo appagamento infragenerazionale e chi vi si culla forse non ha compreso lo scenario geopolitico ed economico dei prossimi anni, a livello globale e domestico. Il coltello deve essere sempre tra denti. Un problema poco percepito mi pare quello di talune figure professionali: a parte quello dei conduttori, nei decenni nel settore tecnico, tecnologico sono cresciute realtà notevoli. Dalla mia esperienza quotidiana noto – con luminose eccezioni – una carenza di adeguate figure specializzate tra commercialisti, gestori di risorse umane e consulenti del lavoro. E ciò crea problemi d’ordine legale-amministrativo, dato che la legislazione del settore radiofonico è peculiare e piena di tagliole.

Impiegatizzazione pericolosa

Poi c’è una pericolosa tendenza alla “impiegatizzazione” (ovviamente finalizzata al risparmio) delle consulenze strategiche e delle attività stragiudiziali e amministrative che spesso diventa un boomerang: prevenire e sempre meglio che curare e per farlo si deve andare dal medico e non dall’estetista.
(NL) – Per rendere più concreta questa chiacchierata, cosa si potrebbe fare nell’immediato?
(G.B.) – Ci sono cosine attivabili. Anche se dopo più di 30 anni c’è chi non lo sa, per le locali non è necessario mandare in onda notiziari e risultano mediamente “vorrei ma non posso”; se proprio li si vuole programmare, ci sono 60 minuti a disposizione e non è necessario mandarli in onda al minuto zero o trenta. Altra rivelazione: il numero di brani nelle playlist può essere come l’universo: infinito.

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Indagini non indagate

Poi i dati delle indagini d’ascolto non vengano analizzati e utilizzati adeguatamente Chi propone, decide e programma ha mediamente un’attitudine indolente, specialmente quanto alle campagne areali e preferisce non perdere tempo con campagne mirate e arealmente modulate. Ma così la pubblicità frutta meno e si avvelenano i pozzi: se una certa radio ha numeri imbattibili in una certa area, va scelta quella e in altre aree quelle che hanno lo stesso status, anche se ciò fa sudare di più.

Nella costruzione delle campagne radiofoniche c’è sempre scarsa creatività

Da 30 anni ho il piacere di collaborare con e per la più importante società di promozione e marketing italiana e ho avuto la conferma di due cose negative: le pianificazioni si basano sui numeri e non sulle specifiche caratteristiche dell’ascolto (con eccezionalmente ponderazione del reddito pro – capite delle aree) e, nella costruzione delle campagne radiofoniche c’è sempre scarsa creatività rispetto a quello che avviene nei settori paralleli come la grande distribuzione.

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Perché non ipotizzare un sano product placement ad ogni livello?

Poi, visto che nel settore agiscono anche il più rilevante attore privato ed il servizio pubblico, ambedue operanti nel televisivo, perché non ipotizzare un sano product placement ad ogni livello?
Curioso anche che nessuno abbia pensato anche a utili predisposizioni nell’edilizia residenziale: mi sembra più praticabile e concreto che tentare di influenzare gruppi automobilistici multinazionali.

Big Data

Infine c’è una risorsa straordinaria e remunerativa a disposizione: qualcosa che nel XXI° secolo vale più dell’acqua e del petrolio: i dati. Ciascuna emittente ha ed avrà a disposizione informazioni preziose e peculiari che possiedono grande valore. Anche sotto questo aspetto si evidenzia la possibilità di declinare i risultati dell’attività tipica delle emittenti con le infinite possibilità derivanti delle nuove tecnologie, ma sono necessarie adeguate professionalità, creatività e voglia di osare.

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Purtroppo l’atteggiamento ricorrente è invece il timore

C’è chi ha paura di Facebook, chi di Amazon e non ragiona invece su come interagire proficuamente senza autoreferenzialità e presunzioni. Una cara amica di liceo, ora dirigente nella Silicon Valley, mi ha rivelato che all’ingresso del suo ufficio c’è un cartello che recita “L’informatica è una cosa troppo bella per lasciarla in mano agli informatici”: l’esperienza quotidiana di ciascuno di noi ci rivela quanto gli algoritmi siano inevitabilmente ottusi e spesso ridicoli. Mi rifiuto di pensare che possa esistere competizione tra una trasmissione radiofonica ben studiata e condotta e un cumulo di informazioni digitali. L’unica cosa della quale aver paura è la paura e bisognerebbe convincersi che osare è più proficuo di copiare”.

Ambito locale: polemica virtuale e mediatica, ma editori dovrebbero riflettere in merito al loro storico scarso peso nei processi decisionali e legislativi

(NL) – In questi giorni si è sviluppata anche una polemica relativa all’estensione della copertura massima delle emittenti locali.
(G.B.) – Non posso intervenire per dovere professionale. Osservo solo che la polemica è tipicamente virtuale e mediatica. Anche in merito a ciò gli editori radiofonici dovrebbero riflettere in merito al loro storico scarso peso nei processi decisionali e legislativi.

Il deficit di rappresentanza dell’emittenza radiofonica è oggettivo e grave

(NL)  – Cioè?
(G.B.) – Ovviamente non ne sono compiaciuto, anche perché ho toccato con mano ciò negli anni da consulente presso le commissioni parlamentari: la radio continua ad essere percepita come la sorella minore e lievemente tonta della tv.

Mi pare che le nazionali non abbiano più neanche un’associazione operativa. I risultati sono conseguenti e parlano da soli

Il deficit di rappresentanza dell’emittenza radiofonica è oggettivo e grave (NB: sulla questione anche NL ha assunto una posizione fortemente critica, ndr).
(NL) – Ma il problema è di strutture o persone?
(G.B.) – Dietro ogni situazione ci sono le persone e ogni azione o omissione produce le sue conseguenze; non posso dimenticare le decine di conflitti d’interesse che hanno costellato lo sviluppo della radiofonia.

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Tra gli addetti al settore c’è chi non ne ha azzeccata quasi nessuna, proficuamente scaldando sedie

Poi ci sono direttori tecnici che non sanno neanche di avere impianti in un certo sito e chi è amichevolmente soprannominato “killer” per la capacità di distruggere ogni attività oggetto delle sue cure. Sono decisivi i giocatori, non il gioco, come in ogni cosa. Ci sono state molte ragioni per il costante successo del mezzo radiofonico: uno dei principali è stato la sua capacità di adattamento, senza perdere la propria identità.

Capacità di adattamento

Ora la radio deve non adattarsi, ma per usufruire al meglio dei nuovi mezzi tecnologici, non deve frastornare l’ascoltatore. La radio deve essere la protagonista e le varie modalità di fruizione meri mezzi. Immaginare il contrario è aberrante. E se puoi qualcuno vuol distruggere la radio, la modulazione analogica e lo status quo esistente, ci provi, ma servono migliaia di compari.

Nuove generazioni? Al momento il loro segmento non è fondamentale

Non è forse meglio migliorare il tutto? Ma per farlo ci vogliono i fatti. Vogliamo far conoscere anche alle nuove generazioni la radio? Al momento il loro segmento non è fondamentale, ma le abitudini generazionali sono facili da prendere e difficili da abbandonare e la bilancia, giorno dopo giorno si sposta.

Per i sopravvissuti il futuro sarà privo di tante problematiche frustranti

(NL) –  Quindi il futuro è roseo o nero?
(G.B.)  – Roseo con qualche pallino grigio. Per i sopravvissuti il futuro sarà privo di tante problematiche frustranti. Potrà sorprendere, ma senza facili ottimismi, il mercato pubblicitario, specialmente nelle grandi aree urbane, è ancora in parte rilevante inesplorato, data la quasi totale scomparsa della concorrenza televisiva nella pubblicità tabellare e alla strutturale difficoltà dei nuovi media di essere appetibili

E i coltelli che tagliano la torta sono di meno

Sarebbe bello che in un paio di anni si riuscisse finalmente a vendere ai purtroppo ancora insuperati livelli di fine anni ’70, quando un spot nella Capitale si pagava anche 300,000 lire.
(NL) – Ma a cosa bisognerebbe mirare?
(G.B.) – Raramente le emittenti italiane hanno scoperto e creato nuovi personaggi e tendenze musicali, preferendo lavorare sul sicuro e garantito, così rinunciando al loro ruolo più importante e gratificante, ripudiando persino il significato letterale del termine disk-jockey. Forse nel XXI° secolo non c’è spazio per Radio Luxemburg e Radio Montecarlo, però, come per il settore televisivo, cinematografico e letterario, osare dovrebbe essere la regola.

Libri

(NL) –  All’attività legale è affiancata quella di storico: a quando un bel libro di memorie sull’etere italiano?
(G.B.) – Ho mille progetti, tante storie da raccontare, molti appunti e pochissimo tempo. Intanto nei prossimi mesi pubblicherò in “Nuova storia Contemporanea” un piccolo saggio intitolato “Storia delle norme ad personam della radiotelevisione italiana. Ci sarà da divertirsi. (E.G. per NL)

foto antenne di Floriano Fornasiero

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