Rai estende il canone ai computer

“Repubblica” promuove una raccolta di firme contro il balzello


da Franco Abruzzo.it

Roma, 24 febbraio 2008. Con lettere di sollecito dai toni quasi minatori la Rai dà la caccia ai cittadini che non pagano il canone Tv. Non solo, da un po’ di tempo, la missiva comprende una frase in cui si precisa che il canone andrebbe pagato anche per “personal computer, decoder digitali e altri apparecchi multimediali”. Questo perché il decreto del 1938 che istituisce il canone (allora solo per la radio) stabiliva che la tassa andava pagata su ogni “apprecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni”. I consumatori e il mondo internet si ribellano all’idea di questa tassa assurda. Anche a Repubblica.it, questi metodi sono sembrati ingiusti e sbagliati. Per questo Repubblica.it ha promosso una raccolta di firme.

RAI. GALLI (LN): “ RICHIESTA DI PAGAMENTO CANONE PC E’ VESSATORIA”

Roma, 24 febbraio 2008. “La cosiddetta azienda pubblica di informazione (Rai) che più correttamente dovrebbe essere definita alla stregua di una tv locale di servizio alla regione Lazio (basta vedere la lingua ufficiale dei suoi giornalisti) non contenta di far pagare il canone ai cittadini italiani che in realtà non dovrebbero visto il contemporaneo utilizzo degli spot pubbblicitari, ora si accanisce anche contro i possessori di pc e videofonini”. Lo afferma il capogruppo della Lega in commissione vigilanza Dario Galli sulle richieste della Rai di pagare un canone ai possessori di pc e viddeofonini. Per Galli “sarebbe più utile una revisione critica delle proprie strategie e una verifica attenta della qualità dei programmi piuttosto che accanirsi contro i poveri cittadini già sufficientmenete vessati dalle tasse pubbliche”. Peraltro, sempre secondo il senatore leghista, “i dirigenti Rai dovrebbero farsi due domande: la prima perché mai i cittadini padani dovrebbero pagare un canone per un servizio che a loro non riguarda minimamente, la seconda perché nonostante questo la sola città di Varese con 80 mila abitanti paga più canone della citta’ di Napoli che ne ha 10 volte di più”. (9Colonne)

IL POPOLO DEL PC DICE NO AL CANONE

Triplicate le segnalazioni al Garante per il contribuente di Torino, da parte di consumatori che si sono visti richiedere il pagamento dell’abbonamento alla tv pubblica, sebbene non possedessero più un televisore. Ora l’azienda rischia un esposto per abuso d’ufficio per il contenuto di alcune delle lettere di richiamo.

Torno, 25 febbraio 2008. Si sono sbarazzati della vecchia tv, hanno regolarmente comunicato la disdetta del canone, ma hanno continuato a essere perseguitati con lettere e avvisi «dai toni decisamente minatori», come ha fatto rilevare in un’intervista a Repubblica lo stesso Garante per il contribuente di Torino, Silvio Pieri. Proprio al suo ufficio, infatti, visto che il Servizio Abbonamenti Rai ha sede nel capoluogo piemontese, si sono rivolti centinaia di consumatori – 600, solo lo scorso anno, ma il dato è in continua crescita – decisi a non versare un soldo. Motivo del contendere è la formulazione della legge (un regio decreto del 1938), effettivamente piuttosto ambigua, specie alla luce delle più recenti innovazioni tecnologiche. Il testo stabilisce che siano chiamati a pagare il canone tutti coloro che possiedono “apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”, quindi anche i computer dotati di scheda video e i decoder digitali. I consumatori, però, non ci stanno e hanno chiesto l’intervento del Garante, che ora sta valutando se presentare un esposto contro la Rai per abuso d’ufficio poiché, in alcune delle comunicazioni inviate agli utenti, l’azienda avrebbe fatto riferimento a blocchi amministrativi delle auto e a pignoramenti, senza che fossero previsti dalla legge. (da www.agendacomunicazione.it).
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IL COMMENTO

Non può essere un decreto del ’38 a regolamentare il canone Rai

di GIOVANNI VALENTINI

A DISTANZA di settant’anni, qualsiasi tassa o balzello imposto in forza di un regio decreto del 1938 risulterebbe tanto anacronistico quanto iniquo e inaccettabile. E a maggior ragione lo è, o almeno così appare, la richiesta di pagare il canone Rai rivolta a chiunque detenga un “apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni”, con la pretesa di comprendere in questo armamentario perfino i personal computer dotati di una scheda video e addirittura i videofonini.
In primo luogo, perché la norma parla letteralmente di “radioaudizioni” e quindi andrebbe come minimo corretta e aggiornata; in secondo luogo, perché la funzione principale e spesso esclusiva di questi apparecchi non è quella di ricevere programmi televisivi, bensì comunicazioni telematiche o telefoniche.
Per esigere il canone Rai, bisognerebbe dimostrare perciò che pc e telefonini vengono utilizzati come un televisore e per il tempo in cui ciò eventualmente avviene. Tanto più che per collegarsi a Internet o a una qualsiasi rete telefonica, occorre già abbonarsi a un “provider” pagando direttamente o indirettamente i relativi consumi. È semmai ai fornitori di connessione che l’azienda di Stato dovrebbe chiedere quindi i diritti sui propri contenuti, se e quando questi vengono trasmessi o comunque fruiti attraverso i rispettivi network.
Dal ’38 a oggi, evidentemente la tecnologia nel settore delle telecomunicazioni è troppo cambiata per invocare un regio decreto ingiallito dal tempo e dalla polvere. Ed è chiaro che i diritti televisivi – per la Rai come per qualsiasi altro produttore – vanno tutelati a monte, alla fonte, prima che possano arrivare al destinatario o al consumatore finale. Al giorno d’oggi non appare più attuale, cioè adeguata all’evoluzione degli strumenti e anche dei costumi, neppure l’ipotesi di una tassa sull’acquisto del singolo televisore in cambio dell’abolizione del canone: in qualsiasi famiglia, abitazione o ufficio, gli apparecchi per vedere la tv sono più d’uno e non sarebbe ragionevole che un unico soggetto fosse costretto di fatto a pagare come una pluralità di utenti.
Né tantomeno sarebbe immaginabile, per le ragioni già dette, che un tale criterio venisse esteso e applicato ai pc e ai videofonini, parificandoli automaticamente ai televisori. Il fatto è che questa assurda controversia dimostra una volta di più la crisi esistenziale in cui si dibatte la Rai. È vero che in tutti i Paesi democratici, dall’Europa all’America, esiste ancora il servizio pubblico radiotelevisivo; che ovunque si paga l’abbonamento e il canone è più alto che in Italia; e infine, che anche in questo campo l’evasione da noi risulta più ampia. Ma non è con i decreti del Regno che oggi la Repubblica italiana può pretendere legittimamente una tassa generalizzata sulla televisione, uguale per tutti, indipendentemente dal reddito individuale di ciascuno e per ciò stesso iniqua.
A parte la soluzione tecnologica che dev’essere individuata e introdotta all’origine, in modo da impedire lo sfruttamento abusivo dei diritti tv, è necessario innanzitutto ridefinire l’identità della Rai, il suo ruolo e la sua funzione istituzionale, per assicurare la credibilità del servizio pubblico liberandola dalla doppia schiavitù alla politica e alla pubblicità. E di conseguenza, per garantire la qualità della sua produzione e programmazione, sempre più omologate allo standard della televisione commerciale.
Altrimenti, nessun decreto o nessuna legge sarà sufficiente per imporre d’autorità ai cittadini-telespettatori il rispetto della tv di Stato.

(www.repubblica.it – 25 febbraio 2008)

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