TV e internet. In arrivo le nuove offerte degli OTT… in scatola

Il 2015 sarà l’anno buono per l’esplosione della TV via internet? In molti se ne dicono convinti, a cominciare da chi costruisce sulla rete la maggior parte del suo business, ovvero i soliti Google, Amazon, Apple & Co.

Pare che però, per arrivare veramente al cuore dei consumatori, sia necessario passare ancora dalle scatolette. Nell’era delle smart TV, che sono sempre più diffuse e racchiudono al loro interno tutto l’hardware e il software necessario per ricevere ogni tipo di video in streaming, tutti i principali attori sullo scenario della nuova televisione ritengono comunque indispensabile rifilare agli utenti i propri “decoder” esterni. Così abbiamo Apple TV, Amazon Fire TV, Nexus TV (Google), e chi più ne ha più ne metta. Un trionfo di monoliti di plastica da impilare nel salotto di casa. Le ragioni sono tante, e hanno poco o niente a che fare con fattori squisitamente tecnologici. Tutti i produttori intanto promettono facilità e immediatezza d’uso, nonché integrazione trasparente con gli ormai onnipresente dispositivi mobili dell’analoga marca. Così chi ha un IPhone o un IPad troverà assolutamente naturale abbinarli ad una Apple TV, e così via. Poi naturalmente c’è la personalizzazione dei contenuti, per cui ogni offerta si differenzia dalle altre per disponibilità di film, serie tv, sport, ecc., anche se alcuni servizi, come Netflix ad esempio, sono disponibili su più piattaforme. Infine ci sono tariffe allettanti, la cui disponibilità è inevitabilmente collegata alla fornitura della relativa “scatoletta”. Quest’ultima è peraltro l’unica condizione che impedisce agli utenti di ottenere pressochè gli stessi servizi utilizzando uno smart-TV, un (unico) media center “intelligente”, o anche un PC-tablet-smartphone direttamente collegato all’apparecchio televisivo. Le vere motivazioni di queste politiche proprietarie risiedono in realtà tutte dalla parte dei fornitori dei servizi, e sono il frutto di consolidate strategie di marketing volte a mantenere fidelizzati gli utenti al marchio. Troppa libertà di scelta fa male al business; se ne sono accorti anche quelli che fino a qualche tempo fa professavano, almeno a parole, filosofie differenti. Assisteremo quindi all’ennesima proliferazione di apparecchi riceventi, stavolta collegati alla rete piuttosto che all’antenna televisiva? E’ probabile, e noi in Italia ne sappiamo qualcosa, reduci dall’infruttuosa battaglia del “decoder unico”. Qualche fattore tecnologico, però, potrebbe fare la differenza. Tutti coloro che propongono la tv in streaming, oggi, offrono il loro servizio anche tramite PC o dispositivo mobile, indifferentemente dal brand di questi ultimi. E’ una politica indispensabile a raggiungere il maggior numero di utenti possibile, raccogliendo adesioni anche tra i consumatori tecnicamente più consapevoli, che aborriscono le scatole nere e trovano più semplice selezionare le offerte navigando in rete. Non esistono nello streaming (per ora) elaborate codifiche di criptazione del segnale, analoghe a quelle presenti nelle trasmissioni broadcast terrestri o satellitari, anche perché su internet l’accesso può essere più facilmente regolato tramite sistemi di autenticazione e identificazione diretta dell’utente. La differenza quindi, finora, la fa solamente il comportamento più o meno consapevole dei consumatori, che a sua volta deriva dal grado di diffusione degli aspetti culturali legati all’utilizzo degli strumenti della rete. Rimane la constatazione che le politiche di marketing di chi offre servizi online vanno in direzione totalmente opposta, stimolando modelli di fruizione immediati e privi di complessità. Assistito da app e dispositivi dedicati, nel nome del miglioramento della “user experience”, chi accede alla rete oggi ha sempre meno consapevolezza di tutto ciò che sta “dietro” ai servizi di cui usufruisce. E’ un processo che, in tendenza, farà assomigliare sempre di più il video su internet ad una televisione potenziata e molto brandizzata. Con la differenza, non da poco, che la bidirezionalità della rete verrà utilizzata non solo per offrire servizi personalizzati, ma anche e soprattutto per raccogliere un’ulteriore grande quantità di dati sulle preferenze, i gusti e le inclinazioni degli spettatori. Dei rischi connessi, legati a sicurezza e privacy, si discute per ora solamente tra gli addetti ai lavori. Mentre nel resto del mondo tecnologicamente avanzato si aspetta l’avvento decisivo della nuova televisione, in Italia, oasi felice del broadcasting, abbiamo comunque ancora qualche piccolo problema da risolvere. Il principale si chiama “banda larga” (o anche “ultralarga”, secondo l’ultimo superlativo coniato dal governo). Al di là del consueto profluvio di parole, convegni e organismi creati ad hoc sul tema, il nostro paese è ben lontano dall’avere una rete capace di supportare la trasmissione in streaming di video di buona qualità (HD, per non parlare del 4K…) a milioni di persone in contemporanea. La rivoluzione può attendere. (E.D. per NL)
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