Tv e internet: l’on demand in rete e la diffidenza delle pay-tv

La tv via internet in Italia continua a muoversi con passi incerti, e lo fa sempre e comunque all’ombra del broadcast. Sky Italia ha da poco annunciato il lancio della propria offerta on demand sulla rete, con non pochi distinguo.

Potrà infatti aderire solo chi è cliente Sky da almeno un anno (gli altri dovranno attendere novembre); sarà necessario possedere un decoder MySky HD dotato di firmware opportunamente aggiornato; infine si avrà accesso ai soli contenuti relativi al proprio abbonamento. Il tutto sembra assomigliare più a un cauto esperimento destinato agli early adopter, più che a un lancio in grande stile che dovrebbe prefigurare la televisione del futuro. In ogni caso, come del resto già accaduto per Mediaset Premium Play (già Net-tv), la trasmissione on demand via rete viene sostanzialmente proposta come un add-on degli abbonamenti pay-tv broadcast, dedicato a fantomatici utenti “evoluti”, e con grandi limitazioni che riguardano anche e soprattutto lo storage dei contenuti (nella maggior parte dei casi non consentito) e la disponibilità di titoli, non certo stratosferica (si parla allo stato attuale di 1000 per Sky On Demand, 2000 per Premium Play). Nulla che faccia presagire futuri massicci investimenti in questo settore, pur considerato strategico a livello globale, con over-the-top come Netflix che bussano alle porte dell’Europa continentale. Una delle principali preoccupazioni dei broadcaster nostrani alle prese con la rete rimane quella della larghezza di banda disponibile. Sky, a questo proposito, adotta una tecnica che combina lo streaming con il download dei contenuti, creando una memoria-cuscinetto (cache) nel decoder dotato di hard disk, utile nel caso di cali del bitrate della connessione internet disponibile, le cui reali performance sono di fatto imprevedibili. Un accorgimento che Mediaset finora non ha voluto prendere in considerazione: Premium Play è infatti un servizio in streaming puro, che punta più sulle possibilità multipiattaforma (non solo decoder, ma anche PC, Ipad e Xbox 360) ma non prevede alcun tipo di memorizzazione dei contenuti e limita la visione in HD ai dispositivi non informatici, oltre che imporre 100 ore massime di fruizione mensili. Insomma, in entrambi i casi il timore di incorrere in colli di bottiglia e intasamenti delle precarie autostrade informatiche del nostro paese è tangibile: la diffusione dello streaming video, nonostante sia di fatto un fenomeno ormai inarrestabile (grazie a YouTube e simili) è vista quasi più come una minaccia che come un’opportunità. Il rischio percepito è alto, soprattutto in relazione all’impossibilità di tenere sotto controllo l’efficienza del canale di trasmissione. Una sfida inedita a cui probabilmente i broadcaster non sono ancora del tutto preparati. La lettura delle FAQ dei due servizi on-demand via internet è comunque illuminante per capire quanti e quali ostacoli siano ancora da superare per dare vita ad un’offerta realmente competitiva che possa, in proiezione futura, dare del filo da torcere alle tradizionali piattaforme broadcast. Del resto, finora gli attori in scena sono gli stessi che recitano nel teatro avverso, e tendono naturalmente, anche se magari con poca lungimiranza, a privilegiare il proprio core business senza investire più di tanto in un settore in fondo considerato ancora marginale. Un ruolo importante continua a giocarlo l’atteggiamento protezionistico in materia di diritti, che ha finora impedito l’ingresso ai ben più appetibili servizi di streaming made in USA. Ma c’è anche probabilmente una scarsa fiducia nelle capacità di aggiornamento culturale e tecnologico degli utenti italiani, considerati discretamente arretrati e quindi poco attratti dai nuovi sviluppi della televisione in rete. In realtà, dalla lettura dei forum dedicati all’argomento si evince l’esistenza di una larga frangia di fruitori di contenuti televisivi che è moderatamente stufa di palinsesti ripetitivi e preordinati dall’alto, e gradirebbe non poco un’offerta seria di contenuti che li mettesse in grado di costruirsi la propria programmazione senza vincoli di orario e/o dispositivo di visione. Un bacino di utenza in crescita, che manifesta malcontento e disaffezione nei confronti delle pay-tv tradizionali ed è pronto a farsi sedurre da nuove offerte, magari basate solo sulla rete e centrate su convenienza, facilità d’uso e assenza di vincoli. Una domanda che aspetta di essere soddisfatta, e nel frattempo arricchisce il fiorente sottobosco della pirateria e dello streaming illegale. (E.D. per NL)
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