Il Digital News Report Italia 2026 fotografa un sistema informativo attraversato da una contraddizione evidente: gli italiani sono meno interessati e meno fiduciosi verso le notizie, ma continuano a consultarle con frequenza elevata.
La vera crisi, più che dell’attenzione, è della relazione tra pubblico, testate e fonti giornalistiche.
Sintesi
Il Digital News Report Italia 2026 evidenzia una profonda trasformazione del rapporto tra italiani e informazione.
Se da un lato diminuiscono interesse e fiducia nelle notizie – rispettivamente al 34% e al 32% – dall’altro l’informazione continua a occupare un ruolo centrale nella vita quotidiana, con il 57% degli italiani che consulta le news più volte al giorno.
La vera crisi non riguarda quindi il consumo di notizie, ma il legame tra pubblico, testate e fonti informative.
Lo studio mostra inoltre come la scoperta delle notizie sia sempre più mediata da motori di ricerca, social media, aggregatori, creator e strumenti di intelligenza artificiale, mentre l’accesso diretto ai siti degli editori continua a ridursi.
Parallelamente cresce la preoccupazione per la disinformazione online, aumenta il peso delle piattaforme digitali e si rafforza il ruolo di smartphone, smart TV e chatbot IA nei percorsi di accesso all’informazione.
Nonostante la crescita di creator e newsfluencer, il giornalismo professionale conserva un vantaggio competitivo in termini di affidabilità, competenza e imparzialità, valori che gli utenti continuano a considerare fondamentali.
Per gli editori, la sfida non è imitare i nuovi protagonisti dell’ecosistema digitale, ma rendere il proprio valore più riconoscibile, accessibile e rintracciabile in un ambiente informativo sempre più frammentato e intermediato dalle piattaforme.
Digital News Report Italia 2026
Il Digital News Report Italia 2026 (qui per il download) è la terza edizione italiana dello studio sul consumo dell’informazione realizzato nell’ambito del progetto internazionale del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford. È stato curato da Alessio Cornia, Marco Ferrando, Paolo Piacenza e Celeste Satta per il Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università di Torino.
L’indagine si basa su un sondaggio online condotto da YouGov tra il 9 e il 28 gennaio 2026 su un campione rappresentativo di 2.040 utenti internet italiani maggiorenni. Il rapporto è stato pubblicato nel giugno 2026 e analizza il rapporto tra pubblico, media, piattaforme digitali, creator e intelligenza artificiale nell’ecosistema informativo italiano.
Il paradosso italiano: meno interesse, ma informazione ancora frequente
Il dato più forte del Digital News Report Italia 2026 riguarda la progressiva erosione dell’interesse per le notizie: nel 2026 soltanto il 34% degli italiani afferma di essere molto o estremamente interessato all’informazione giornalistica:
Da notare che, dieci anni prima, nel 2016, la quota era pari al 74%. La distanza è quindi enorme e colloca l’Italia tra i mercati in cui il calo dell’interesse appare più marcato.
Ancora più basso è l’interesse per la politica, che si ferma al 16%, ponendo il nostro Paese all’ultimo posto tra i 48 paesi inclusi nell’indagine globale.

Meno passione, più consultazione: il paradosso dell’informazione
Eppure l’informazione non sparisce dalla vita quotidiana: il 57% degli italiani dichiara di consultare le notizie più volte al giorno. Si tratta di un dato in calo rispetto agli ultimi anni, ma resta il secondo più alto tra i paesi benchmark considerati dal rapporto, dietro la Finlandia.
La lettura più interessante non è quindi quella di un pubblico disinteressato, ma di un pubblico più distante, selettivo, intermittente e sfiduciato.
La crisi non è solo dell’attenzione, ma della relazione
Il rapporto propone una chiave di lettura precisa: il problema non è più soltanto catturare attenzione, ma costruire una relazione riconoscibile e stabile con il pubblico. Le notizie continuano a circolare, ma spesso vengono incontrate in ambienti che non appartengono direttamente agli editori: social network, motori di ricerca, aggregatori, piattaforme video e, sempre più, strumenti di intelligenza artificiale.
Rendere riconoscibile il proprio valore anche quando la notizia viene scoperta altrove
Questo significa che il primo contatto con l’informazione avviene spesso fuori dai siti e dalle app delle testate. Per gli editori, la sfida non è soltanto essere presenti nei diversi ambienti digitali, ma rendere riconoscibile il proprio valore anche quando la notizia viene scoperta altrove.

Fiducia in calo e disinformazione in crescita
La fiducia nelle notizie scende al 32%, quattro punti in meno rispetto all’anno precedente: ciò significa che il dato italiano resta sotto la media internazionale e conferma una fragilità strutturale del rapporto tra cittadini e informazione.
La fiducia si indebolisce ulteriormente quando le notizie vengono incontrate sulle piattaforme digitali: il rapporto indica una fiducia del 30% per le notizie trovate tramite motori di ricerca, ma valori molto più bassi per quelle provenienti dai chatbot di IA (16%) e dai social media (15%).
Parallelamente cresce la preoccupazione per la disinformazione online, che raggiunge il 59%, contro il 54% dell’anno precedente e il 52% del 2024. Il pubblico, dunque, usa sempre più ambienti digitali per informarsi, ma tende a fidarsi meno delle informazioni che vi incontra.
Online primo per uso settimanale
Considerando tutte le fonti usate settimanalmente, l’online rafforza il proprio primato: le fonti digitali raggiungono il 69%, mentre la televisione scende al 62%. Se però si guarda alla fonte principale di informazione, la TV resta ancora davanti: viene indicata dal 48% degli italiani, contro il 45% delle fonti online.
TV ancora prima come fonte principale
In sostanza, il vantaggio della televisione si assottiglia, ma non è ancora annullato. Italia e Francia restano, tra i paesi benchmark, gli unici mercati nei quali la TV conserva una prevalenza sull’online come fonte principale.
Il dato conferma una caratteristica peculiare del sistema italiano: la televisione perde progressivamente centralità, ma continua a rappresentare un riferimento forte soprattutto per le fasce più adulte e meno digitalizzate.

Social media in crescita e accesso diretto in difficoltà
I social media tornano a crescere come fonte di informazione: sono usati settimanalmente per informarsi dal 45% degli italiani, sei punti in più rispetto all’anno precedente.
Come fonte principale, i social media arrivano al 22%, dopo tre anni fermi al 17%. Il dato va letto insieme a un altro elemento strategico: solo il 20% di chi si informa online accede direttamente ai siti o alle app delle testate.
L’accesso mediato da algoritmi, attraverso motori di ricerca, social media o aggregatori, riguarda complessivamente il 58% degli italiani.
Per gli editori si tratta di un segnale critico: la relazione diretta con il lettore si indebolisce proprio mentre cresce la dipendenza da intermediari esterni.
Smartphone dominante
Lo smartphone si conferma il dispositivo centrale per accedere alle notizie: il rapporto rileva che l’80% degli italiani lo utilizza per informarsi, mentre il computer scende al 52%. La novità più rilevante riguarda però la smart TV, inserita per la prima volta tra i dispositivi considerati: il 46% degli italiani dichiara di averla usata per consultare notizie nella settimana precedente. Il dato è particolarmente significativo perché mostra la trasformazione del televisore in piattaforma ibrida.
Smart TV nuova variabile
Tra chi usa la smart TV per informarsi, il 48% accede alle notizie tramite YouTube o altre app video. Il televisore resta quindi uno schermo centrale, ma non garantisce più automaticamente la centralità delle emittenti televisive tradizionali.
Il click verso le fonti originali esiste, ma non è automatico
Una delle sezioni più rilevanti del rapporto riguarda il click-through verso le fonti originali: dai motori di ricerca il 49% degli utenti clicca sempre o spesso per raggiungere la fonte originaria; la quota scende al 38% dai social media e al 32% dai chatbot di IA. Il dato mostra che i motori di ricerca restano ancora un ponte relativamente efficace verso i siti editoriali, mentre social e intelligenza artificiale generano un rischio maggiore di consumo informativo “chiuso” nell’ambiente intermediario. La motivazione principale del click non è però la verifica dell’accuratezza, ma il desiderio di approfondire. Questo suggerisce che l’utente non cerca sempre la fonte per controllare la notizia, ma per ottenere più contesto.
Creator e newsfluencer non sostituiscono le testate, ma le sfidano
Il rapporto dedica attenzione crescente ai creator che si occupano di notizie: l’indagine mostra che i newsfluencer non sembrano destinati a soppiantare il giornalismo professionale, ma ad affiancarlo, introducendo linguaggi più diretti, personali e accessibili. Tra chi segue creator o influencer informativi, solo il 5% dichiara di non sentire il bisogno di informarsi attraverso altre fonti. Il 35% ritiene che questi soggetti soddisfino la maggior parte delle proprie esigenze informative, mentre il 47% afferma che ne soddisfano solo alcune e continua ad affidarsi principalmente ad altre fonti. La concorrenza, quindi, non è necessariamente sostitutiva, ma è culturale e linguistica: i creator vengono percepiti come più capaci di rendere le notizie interessanti e semplici da comprendere, mentre le testate mantengono un vantaggio sugli aspetti di affidabilità, imparzialità e competenza.

L’intelligenza artificiale è ancora minoritaria, ma già strategica
L’uso dei chatbot di IA per informarsi resta circoscritto: riguarda il 6% degli italiani. È una quota ancora limitata, ma composta soprattutto da giovani e persone con livelli di istruzione elevati. Chi usa i chatbot non li utilizza solo per ricevere notizie: il 41% pone domande ulteriori su notizie già incontrate, mentre il 26% chiede di trovare o valutare fonti informative. Le motivazioni principali sono approfondimento ed efficienza: il 41% apprezza la possibilità di porre domande e ottenere spiegazioni più dettagliate, mentre il 37% usa i chatbot perché consentono di ottenere notizie più rapidamente rispetto ad altri canali. È ancora una minoranza, ma indica una possibile trasformazione strutturale: l’IA non è soltanto un canale di distribuzione, ma un ambiente conversazionale che può riorganizzare il modo in cui gli utenti interrogano, selezionano e interpretano l’informazione.
Pagamenti online ancora deboli
Il fronte della sostenibilità economica resta fragile: la quota di italiani che paga per le notizie online scende all’8%, un punto in meno rispetto all’anno precedente e pari alla metà del valore registrato nel 2016. Tra chi paga, tuttavia, cresce il ricorso ad abbonamenti continuativi: chi ha acquistato un abbonamento digitale di durata almeno mensile passa dal 31% del 2025 al 43% del 2026.
Chi paga lo fa per utilità, ma anche per sostenere il giornalismo
Tra i paganti, il 42% sostiene testate tradizionali, il 24% native digitali, il 17% singoli giornalisti o creator e il 15% testate specializzate. Le motivazioni sono prevalentemente funzionali: il 79% indica benefici diretti, come accesso a contenuti utili, assenza di pubblicità o offerte temporanee. Ma resta rilevante anche la componente ideale: il 38% paga anche per sostenere il giornalismo. La massa critica resta bassa, ma il dato sugli abbonamenti continuativi suggerisce che la disponibilità a pagare può crescere dove esiste una relazione forte con il pubblico.

Servizio pubblico: giudizio tiepido e politicamente condizionato
Il ruolo informativo del servizio pubblico riceve una valutazione complessivamente debole: solo il 23% degli italiani esprime un giudizio positivo, mentre il 45% non formula né un giudizio positivo né negativo. Tra chi valuta negativamente il servizio pubblico, la critica dominante riguarda la percezione di influenza da parte di interessi politici o di altro tipo, indicata dal 72%. Il dato conferma che il tema della fiducia non riguarda solo il digitale o le piattaforme, ma anche l’architettura istituzionale dell’informazione.
L’imparzialità resta un valore centrale
Nonostante la frammentazione dell’ecosistema informativo e la crescita di contenuti orientati al punto di vista, il pubblico italiano continua a valorizzare l’imparzialità: il 55% preferisce ottenere notizie da fonti prive di un particolare punto di vista. Il dato è sostanzialmente stabile rispetto al 2020. La richiesta che emerge è quindi ambivalente ma chiara: gli utenti cercano spiegazioni accessibili, linguaggi più diretti e formati più comprensibili, ma continuano ad attribuire valore a credibilità, equilibrio e imparzialità.
La lezione per gli editori
Il Digital News Report Italia 2026 consegna agli editori un messaggio netto: il pubblico non ha abbandonato l’informazione, ma ha cambiato percorsi, aspettative e soglie di fiducia. La sfida non è soltanto produrre contenuti, ma costruire relazione. Non basta essere presenti online: occorre essere riconoscibili nei motori di ricerca, nei social, nelle app video, nelle smart TV, nei percorsi di scoperta algoritmica e, progressivamente, anche negli ambienti di intelligenza artificiale.
La fine della rendita di posizione dell’informazione
Per le testate giornalistiche, il punto non è imitare i creator o delegare la relazione alle piattaforme. È recuperare il proprio valore distintivo – verifica, competenza, imparzialità, affidabilità – rendendolo però più accessibile, spiegabile e rintracciabile. Il 2026 non racconta la fine del giornalismo professionale: narra piuttosto la fine della rendita di posizione delle testate.
L’informazione resta necessaria, ma il pubblico chiede che sia più chiara, utile, più riconoscibile e meno distante.
Podcast
Qui per ascoltare il podcast dell’articolo. (E.G. per NL)
FAQ: Editoria. Digital News Report Italia 2026: cala la fiducia, cresce il ruolo delle piattaforme. Ma il pubblico non ha abbandonato le notizie
Che cos’è il Digital News Report Italia 2026?
È la terza edizione italiana dello studio internazionale del Reuters Institute for the Study of Journalism che analizza consumi informativi, fiducia nei media, piattaforme digitali e nuove forme di accesso alle notizie.
Chi ha realizzato il rapporto?
Il rapporto è stato curato da Alessio Cornia, Marco Ferrando, Paolo Piacenza e Celeste Satta per il Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università di Torino.
Quanto sono interessati gli italiani alle notizie?
Nel 2026 solo il 34% degli italiani si dichiara molto o estremamente interessato all’informazione, contro il 74% registrato nel 2016.
Gli italiani continuano a informarsi frequentemente?
Sì. Il 57% consulta le notizie più volte al giorno, una delle percentuali più elevate tra i Paesi analizzati.
Qual è il livello di fiducia nelle notizie?
La fiducia nell’informazione si attesta al 32%, in calo di quattro punti rispetto all’anno precedente.
Quanto preoccupa la disinformazione online?
La preoccupazione per fake news e disinformazione raggiunge il 59% degli italiani, in crescita rispetto agli anni precedenti.
Quale mezzo è oggi la principale fonte di informazione?
La televisione resta la fonte principale per il 48% degli italiani, davanti all’online che si attesta al 45%, anche se le fonti digitali sono le più utilizzate nel complesso.
Quanto contano i social media nell’informazione?
Il 45% degli italiani utilizza i social media per informarsi ogni settimana, mentre il 22% li considera la propria fonte principale di notizie.
Come accedono gli utenti alle notizie online?
Solo il 20% raggiunge direttamente siti e app delle testate. La maggioranza passa attraverso motori di ricerca, social network e aggregatori.
Qual è il dispositivo più utilizzato per informarsi?
Lo smartphone domina con l’80% degli utenti, seguito dal computer con il 52%. Cresce inoltre il ruolo della smart TV, utilizzata dal 46% degli italiani per accedere alle notizie.
I chatbot di intelligenza artificiale sono già usati per informarsi?
Sì, ma ancora da una minoranza: il 6% degli italiani utilizza chatbot IA per ottenere notizie, approfondimenti o valutazioni delle fonti.
I creator stanno sostituendo le testate giornalistiche?
No. Il rapporto mostra che creator e newsfluencer affiancano il giornalismo tradizionale, ma la maggior parte degli utenti continua a utilizzare anche altre fonti informative.
Gli italiani sono disposti a pagare per le notizie online?
Poco: solo l’8% paga per contenuti giornalistici digitali. Tuttavia cresce la quota di chi sottoscrive abbonamenti continuativi.
Perché gli utenti pagano per le notizie?
Principalmente per ottenere vantaggi concreti come contenuti esclusivi o assenza di pubblicità (79%), ma il 38% dichiara di farlo anche per sostenere il giornalismo.
Come viene percepito il servizio pubblico?
Solo il 23% degli italiani esprime un giudizio positivo sul suo ruolo informativo, mentre molti lamentano possibili influenze politiche.
L’imparzialità è ancora considerata importante?
Sì. Il 55% degli italiani preferisce ricevere notizie da fonti considerate imparziali e prive di un orientamento dichiarato.
Quale messaggio emerge per gli editori?
Che la sfida non consiste più soltanto nel produrre contenuti, ma nel costruire fiducia e relazione con il pubblico in un ecosistema dominato da piattaforme, algoritmi e nuovi intermediari digitali.






























