La centralità nelle operazioni di M&A (Mergers and Acquisitions, cioè fusioni e acquisizioni) radiofoniche statunitensi del primo semestre 2026 del gruppo Urban One, non segnala il ritorno di una corsa alle grandi concentrazioni del passato, ma è sintomatica dell’affermazione di un modello più selettivo: si acquistano emittenti e mercati capaci di completare portafogli editoriali già definiti.
Una trasformazione che presenta diverse analogie – anche oltre il comparto radiofonico, con possibili ricadute dirette e indirette sul relativo mercato – con l’Italia, dove l’operazione GEDI, il passaggio di Editoriale Nazionale a LMDV Capital e le alleanze tra radio e stampa stanno spostando il valore dalla semplice disponibilità di reti broadcast alla capacità di costruire marchi, contenuti, formati e infrastrutture informative.
In questo articolo, diviso in due parti (la seconda sarà pubblicata nei prossimi giorni), analizziamo a fondo il tema.
Sintesi
La leadership di Urban One nelle operazioni di M&A radiofoniche americane del primo semestre 2026 dimostra come non conti più accumulare frequenze, ma sia considerato più strategico costruire portafogli editoriali coerenti e integrati.
Negli Stati Uniti le acquisizioni puntano a rafforzare brand, pubblici e contenuti, mentre la semplice dimensione aziendale perde centralità .
Anche in Europa, la crisi della radio privata tedesca conferma che il vero rischio non è l’audio lineare, ma la crescente omologazione dell’offerta.
In Italia operazioni come GEDI, Editoriale Nazionale-LMDV Capital e l’alleanza RTL 102.5-SAE sembrano riflettere questa evoluzione: il valore si sposta dalle reti broadcast agli ecosistemi editoriali capaci di integrare radio, podcast, video, digitale e informazione.
Marchi, talenti, formati e autorevolezza diventano gli asset strategici del nuovo mercato.
I gruppi multibrand possono offrire maggiori sinergie commerciali e distributive, pur restando diverse le condizioni strutturali rispetto agli USA.
Per la radio del futuro, il vantaggio competitivo dipenderà sempre più dalla capacità di produrre contenuti originali e riutilizzabili in una logica di newsroom integrata.
Dalla corsa alla scala dimensionale alle acquisizioni mirate per creare valore
Negli Stati Uniti, come da noi, acquistare una radio ha significato negli ultimi decenni aumentare il numero delle stazioni controllate, ampliare la copertura geografica, accrescere la quota commerciale nei singoli mercati e sfruttare economie di scala nella raccolta pubblicitaria e nella gestione degli impianti.
Ma il primo semestre 2026 restituisce una fotografia differente: la ricognizione pubblicata da Inside Radio, che colloca Urban One tra gli operatori più attivi nel primo 2026 nelle M&A radiofoniche americane, non descrive il ritorno alle grandi fusioni indiscriminate, ma un mercato nel quale le acquisizioni assumono una funzione più selettiva.
Non più crescita indiscriminata, ma selezione strategica degli asset
Si acquistano asset capaci di rafforzare un posizionamento già definito, completare la presenza in mercati strategici, raggiungere pubblici specifici o rendere più coerente il portafoglio complessivo. Parallelamente, si cedono stazioni periferiche, ridondanti o non più compatibili con la direzione industriale del gruppo.
Il punto, quindi, non è semplicemente che le radio tornino a essere comprate e vendute, ma il sintomo che sta cambiando il motivo per cui vengono acquistate.
Urban One, dalla radio a un ecosistema multimediale
Urban One (denominata Radio One fino al 2017) è un gruppo multimediale statunitense fondato nel 1980 da Cathy Hughes e quotato al Nasdaq. Nato attorno alla radio rivolta principalmente al pubblico afroamericano, il superplayer americano ha progressivamente esteso la propria attività alla televisione via cavo, ai contenuti digitali e alla distribuzione nazionale di programmi radiofonici.
La divisione Radio One (dati giugno 2026) gestisce 55 stazioni in 13 mercati statunitensi, con un portafoglio che comprende però anche le reti televisive TV One e Cleo TV, le attività digitali di Interactive One e la syndication Reach Media.
Urban One si presenta quindi come un sistema integrato costruito intorno alla conoscenza di pubblici specifici, alla produzione di contenuti e alla loro distribuzione attraverso mezzi differenti.
M&A: l’obiettivo non è più solo il possesso dell’infrastruttura broadcast, ma rafforzare il complesso editoriale
Questa caratteristica aiuta a comprendere perché la sua centralità nelle M&A statunitensi non possa essere più letta come una semplice corsa alla titolarità di licenze di sfruttamento di frequenze AM/FM.
Per Urban One, una stazione acquisita può assumere valore per il pubblico che raggiunge, per il mercato nel quale opera, per il formato che propone e per la possibilità di integrarla con televisione, digitale, pubblicità e programmi distribuiti su scala nazionale. Insomma, la stazione non viene più valutata come unità isolata, ma per il contributo che può offrire quanto ad integrazione nel sistema (dell’acquirente).
Dalla crescita dimensionale…
È un criterio profondamente diverso da quello che aveva guidato il consolidamento statunitense tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, quando l’obiettivo prevalente era aumentare rapidamente il numero degli impianti e la copertura dei mercati.
Lo stesso sviluppo storico di Radio One è passato attraverso una forte espansione proprietaria: nel 2000 il gruppo acquistò da Clear Channel dodici stazioni con una clamorosa operazione di M&A da 1,3 miliardi di dollari, entrando in nuovi mercati e portando a ventuno il numero delle emittenti aggiunte nel solo anno.
… alla coerenza del portafoglio
Nel 2007 arrivò a possedere oltre settanta stazioni in ventidue mercati, per poi cedere diversi asset ritenuti meno coerenti con il proprio pubblico di riferimento. Questa evoluzione mostra come anche un operatore nato attraverso l’espansione dimensionale abbia successivamente dovuto selezionare e razionalizzare il portafoglio.
La parola d’ordine di oggi è: ottimizzazione
Oggi la parola d’ordine sembra essere meno accumulazione e più ottimizzazione: non si compra necessariamente per diventare più grandi, ma per assumere una postura più coerente, per essere più riconoscibili o più efficienti. La dimensione continua a consentire economie nella raccolta pubblicitaria, nella tecnologia e nella produzione, ma il numero delle stazioni non rappresenta più da solo una garanzia di forza industriale.
La rete di distribuzione resta importante, ma non coincide più con il valore
La distribuzione analogica (broadcast) conserva una capacità di accesso immediato, gratuito e universale che le piattaforme IP non hanno ancora sostituito.
Tuttavia, la moltiplicazione dei touchpoint ha progressivamente ridotto l’equivalenza tra possesso delle frequenze e controllo della relazione con il pubblico. Lo stesso contenuto può raggiungere l’utente attraverso AM, FM, HD Radio (DAB+ in Europa), piattaforme proprietarie (app e sito), aggregatori terzi, smart speaker, sistemi di infotainment automobilistico, tv, podcast, social network e piattaforme video.
Dalla forza della rete a quella del brand: il vantaggio competitivo si sposta sui contenuti e sull’identità editoriale
In questo nuovo ambiente, un segnale tecnicamente disponibile ma editorialmente debole rischia di diventare intercambiabile; al contrario, un brand riconoscibile può trasferirsi tra piattaforme differenti senza perdere necessariamente la propria identità .
Da qui la crescente necessità di investire in scouting, marchi, format, curatela, talenti e produzione originale, anziché continuare a considerare la rete broadcast come l’unica o principale barriera competitiva.
Dall’ascolto passivo a quello attivo
Alla fruizione lineare e prevalentemente passiva si è affiancata una modalità attiva, nella quale l’utente sceglie contenuti, momenti, dispositivi e contesti. In tale ambiente non basta più programmare i brani più sicuri o replicare formule storicamente efficaci. Servono selezione, scoperta, contestualizzazione e prodotti capaci di distinguersi.
Il problema non è la musica, ma la sostituibilitÃ
Questa trasformazione trova un riscontro anche nell’analisi della crisi della radio privata tedesca pubblicata qualche giorno fa da Horizont. La rivista specializzata in marketing, pubblicità e media riconduce, infatti, le difficoltà del settore non soltanto alla congiuntura economica e alla concorrenza delle grandi piattaforme digitali, ma anche alla struttura del mercato e al progressivo indebolimento qualitativo dell’offerta radiofonica.
La vera crisi non è dell’audio lineare…
Secondo l’analisi dei giornalisti tedeschi, la radio privata in Germania non soffrirebbe quindi soltanto perché Spotify, YouTube, podcast e altri servizi sottraggono tempo e investimenti pubblicitari, ma anche perché una parte della programmazione è diventata prevedibile, scarsamente differenziata e troppo simile a quella dei concorrenti.
… ma della differenziazione editoriale
Il problema non sarebbe la fine del bisogno di audio lineare, ma la riduzione delle ragioni per scegliere una determinata stazione rispetto a un’altra. Il rischio è evidente: più emittenti competono per gli stessi pubblici utilizzando formule sempre più simili, mentre le piattaforme digitali moltiplicano l’offerta personalizzata.
Concentrare una debolezza non la trasforma in forza
Il consolidamento può produrre economie di scala, ridurre duplicazioni, rafforzare la raccolta pubblicitaria e sostenere investimenti tecnologici. Ma non genera automaticamente innovazione:
se l’acquisizione viene utilizzata soltanto per uniformare palinsesti, centralizzare produzioni, ridurre personale e replicare lo stesso formato su più mercati, il risultato può essere una maggiore efficienza nel breve periodo accompagnata da una minore capacità di distinguersi nel medio termine.
Concentrare prodotti sostituibili significa talvolta soltanto concentrare la loro debolezza
La vera questione non è dunque se il mercato debba consolidarsi, ma quale tipo di consolidamento sia capace di produrre valore. Quello puramente finanziario mira soprattutto alla riduzione dei costi e alla razionalizzazione degli asset, mentre la sua componente industriale dovrebbe permettere di investire in talenti, format, tecnologie, dati, marketing, informazione e nuovi linguaggi.
La M&A di GEDI come possibile spartiacque italiano
Situazioni che ritroviamo, pur con sfumature diverse, in Italia: come abbiamo già osservato, l’operazione di M&A che ha condotto alla cessione del sistema editoriale GEDI ai greci di Antenna Group non può essere letta come un semplice passaggio proprietario. Il perimetro interessato riunisce un quotidiano nazionale, marchi radiofonici differenziati, produzione podcast, televisione, raccolta pubblicitaria, contenuti digitali e relazioni consolidate con pubblici diversi.
Non si comprano più singoli media, ma sistemi editoriali integrati
Il dato più importante non è quindi soltanto economico: non viene trasferita semplicemente una rete di frequenze radiofoniche, né esclusivamente una testata giornalistica, ma un sistema nel quale convivono marchi informativi, radio musicali, audio non lineare, video, raccolta pubblicitaria e capacità di distribuzione.
Il vero asset, in sostanza, è l’integrazione tra produzione editoriale e accesso al pubblico.
Il valore degli asset GEDI è nei brand, nei talenti e nella capacità di vivere oltre la radio lineare
Radio Deejay non vale soltanto per la sua catena di distribuzione in modulazione di frequenza o per il dato di ascolto Audiradio, ma per il capitale simbolico costruito in decenni, per i talenti associati al marchio, per la capacità di generare eventi e contenuti e per la sua riconoscibilità nel video e nel digitale. Radio Capital, ora al centro di rumors su revisioni organizzative, non è soltanto un formato musicale, ma un posizionamento culturale, informativo e generazionale. m2o non è semplicemente un flusso dance, ma un marchio estendibile a eventi, comunità e servizi digitali. OnePodcast rappresenta infine la possibilità di operare nell’audio non lineare, svincolando la produzione dalla sola logica del palinsesto.
Le onde della M&A GEDI
L’abbiamo scritto: la cessione dell’asset dalla famiglia Agnelli-Elkann a quella Kyriakou può produrre effetti che vanno oltre il perimetro direttamente coinvolto: l’ingresso di un soggetto abituato a ragionare in termini di portafogli multimediali può modificare i criteri con cui vengono valutati gli asset italiani. Non necessariamente perché siano imminenti ulteriori acquisti, ma perché gli operatori esistenti sono indotti a interrogarsi sulla sostenibilità delle proprie configurazioni proprietarie.
Vicini a inevitabili nuove M&A
Alcuni gruppi potrebbero decidere di rafforzarsi; altri di cercare alleanze o ancora di monetizzare divisioni che fino a poco tempo fa erano considerate indisponibile. La lunga stabilità proprietaria del mercato radiofonico italiano è stata favorita anche dalla scarsità delle concessioni nazionali, dalla difficoltà di determinare valori condivisi e dalla centralità delle figure imprenditoriali che hanno fondato e sviluppato le principali emittenti.
Ma con il passare delle generazioni, la crescita dei costi tecnologici e la necessità di operare simultaneamente su più piattaforme, il tema della successione non è più rinviabile indefinitamente.
Le vicinanze con gli Stati Uniti
La prima vicinanza tra Stati Uniti e Italia in termini di M&A radiofoniche riguarda la crescente importanza della coerenza del portafoglio: Urban One si muove in un mercato nel quale è possibile acquistare stazioni per rafforzare la relazione con specifici segmenti demografici, culturali e commerciali.
In Italia, pur in un contesto molto differente, i gruppi più strutturati stanno sviluppando portafogli altrettanto segmentati.
I gruppi italiani
Così, RTL 102.5 ha affiancato al marchio generalista, prodotti più tematici, come Radiofreccia e Radio Zeta, mentre RadioMediaset ha costruito un ecosistema con Radio 105, Virgin Radio, R101, Radio Monte Carlo, Radio Subasio e Radio Norba.
GEDI, per parte propria, ha articolato l’offerta tra Radio Deejay, Radio Capital e m2o, al pari di RAI, che ha calibrato la propria offerta editoriale (dall’anno scorso in revisione con positivi riscontri dopo diversi anni di sbandamento), con quella commerciale, attraverso l’inclusione di network privati (Radio Italia e Kiss Kiss) in portafoglio a RAI Pubblicità .
In breve, la logica che emerge da questi assetti non è più quella di presidiare il mercato con una sola emittente universalista, ma di occupare più spazi di attenzione attraverso marchi sufficientemente distinti da non cannibalizzarsi completamente.
La seconda e la terza vicinanza
La seconda vicinanza del trend USA con quello italiano riguarda l’importanza delle economie commerciali: un gruppo multibrand può offrire agli inserzionisti pubblici differenti, soluzioni integrate, eventi, social, video e audio digitale. La terza, riguarda la necessità di distribuire su più piattaforme, sostenendo costi tecnologici e negoziali difficilmente affrontabili da soggetti di piccola dimensione.
Le distanze dal mercato americano
Le analogie non devono però cancellare le differenze: il mercato statunitense è molto più ampio, articolato in numerosi mercati locali formalmente distinti, con operatori quotati e una tradizione consolidata di compravendite. In Italia, il valore degli asset è fortemente condizionato dalla scarsità delle concessioni nazionali analogiche e dalla particolare storia della pianificazione frequenziale. La rete FM mantiene quindi un peso patrimoniale e strategico superiore a quello che potrebbe emergere da una lettura esclusivamente digitale del mercato.
Reti & retaggi
Inoltre, la pubblicità radiofonica italiana ha dimensioni più limitate e un’elevata concentrazione sui principali gruppi; le emittenti locali operano spesso in bacini commerciali ristretti, con difficoltà a finanziare produzioni originali, tecnologie proprietarie e strutture giornalistiche.
La rete broadcast non basta più, ma per molti operatori continua a costituire il principale bene patrimoniale e la prima condizione di sopravvivenza.
Editoriale Nazionale e il ritorno di interesse per gli asset informativi…
La M&A che ha determinato il passaggio del controllo di Editoriale Nazionale da Monrif a LMDV Capital (dopo l’infruttuoso tentativo di acquistare il gruppo GEDI) allarga ulteriormente il quadro: a prima vista si tratta di una vicenda riguardante principalmente la stampa quotidiana. In realtà , il suo significato industriale è più ampio e non ci stupirebbe che a breve potesse estendersi all’ambito radiofonico, anche visto l’ingresso nel gruppo di Francesco Dini, manager ex GEDI con ruoli specifici in Elemedia.
… e per questo strategici
In ogni caso, l’ingresso di nuovi capitali da parte di uno degli eredi della famiglia Del Vecchio (Luxottica) nel sistema dei media italiani conferma che gli asset editoriali stanno tornando a essere considerati strategici, nonostante la crisi strutturale della carta e l’incertezza dei modelli pubblicitari digitali.
Il valore reputazionale
D’altra parte, il valore non risiede soltanto nelle copie vendute o nel traffico prodotto dai siti, ma nella disponibilità di redazioni, archivi, marchi storici, relazioni territoriali e capacità di generare informazione verificata. È lo stesso contesto nel quale possono maturare successive integrazioni con radio, televisioni, piattaforme audio, eventi e servizi informativi professionali.
Oltre le M&A: l’informazione come infrastruttura strategica
L’alleanza tra RTL 102.5 e il Gruppo SAE rappresenta un’altra manifestazione della medesima tendenza: certo, non si tratta di una M&A, ma di una forma di consolidamento funzionale, dove due soggetti mantengono la propria autonomia e integrano parti delle rispettive catene del valore.
La radio mette a disposizione diffusione, immediatezza, frequenza di contatto, voce e capacità di accompagnare l’utente durante la giornata. Il gruppo editoriale fornisce firme, competenze, fonti, produzione giornalistica e profondità interpretativa. Il contenuto nasce così per essere utilizzato su più mezzi, superando la tradizionale distinzione tra articolo, intervento radiofonico, video e segmento social.
Dall’economia dell’audience a quella della conoscenza verificata
L’accordo si inserisce in un contesto nel quale l’informazione professionale sembra trasformarsi in una infrastruttura strategica della conoscenza. L’audience resta necessaria, ma non basta più: conta la capacità di produrre contenuti affidabili, identificabili e utilizzabili anche da motori di ricerca, piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale.
Dall’economia dell’attenzione all’economia dell’affidabilitÃ
Siamo passati, senza accorgercene, in tre anni, dal modello economico dell’editoria digitale basato sulla capacità di intercettare ricerche, generare clic, massimizzare pagine viste e distribuire pubblicità a quello delle interfacce basate sull’intelligenza artificiale stanno modificando questa dinamica. L’utente può ricevere una risposta sintetica senza visitare direttamente il sito che ha prodotto l’informazione originaria.
Il valore dell’editore
In questo ambiente, il valore di un editore non può dipendere soltanto dal traffico immediato: deve derivare anche dalla riconoscibilità come fonte, dalla profondità degli archivi, dalla qualità dei dati, dall’autorità dei giornalisti e dalla possibilità di alimentare prodotti e servizi informativi diversi.
Unità informative riutilizzabili
La radio possiede alcuni vantaggi: diretta, voce, tempestività , capacità di aggiornamento e forte relazione fiduciaria. Ma per sfruttarli deve organizzare la produzione come una newsroom capace di generare unità informative riutilizzabili, non come una sequenza di interventi destinati a scomparire dopo la messa in onda.
Coordinare in alternativa ad acquistare
Anche le esperienze di rete e distribuzione informativa tra più emittenti si collocano in questa direzione: non è necessario acquistare tutti i soggetti coinvolti per coordinarne alcune funzioni editoriali, tecnologiche e commerciali.
Il modello della newsroom integrata, nella quale la stessa matrice informativa alimenta radio lineare, sito, podcast, video e social, risponde precisamente a tale esigenza. (segue 2^ parte)
Podcast
Qui per ascoltare il podcast dell’articolo. (M.L. per NL)
Executive Summary
L’M&A radiofonico del 2026 negli Stati Uniti evidenzia un cambio di paradigma: il valore non risiede più principalmente nell’acquisizione di reti broadcast, ma nella costruzione di ecosistemi editoriali integrati capaci di combinare brand, contenuti, piattaforme, dati e relazioni con il pubblico. L’analisi individua analogie con il mercato italiano, dove operazioni come GEDI, Editoriale Nazionale-LMDV Capital e l’alleanza RTL 102.5-SAE sembrano riflettere la stessa evoluzione strategica.
TL;DR
- Urban One rappresenta un modello di M&A selettivo, non di espansione indiscriminata.
- Il valore si sposta da frequenze a brand, contenuti ed ecosistemi editoriali.
- La crisi della radio tedesca suggerisce che il rischio maggiore è la sostituibilità editoriale, non l’audio lineare.
- Anche il mercato italiano mostra segnali di questa trasformazione.
- L’AI aumenta il valore di autorevolezza, archivi e newsroom integrate.
Claim principali
Fatti verificabili
- Urban One è tra i protagonisti delle operazioni radiofoniche USA del primo semestre 2026.
- Il gruppo opera come ecosistema multimediale comprendente radio, televisione, digitale e syndication.
- L’operazione GEDI ha trasferito un insieme integrato di asset editoriali.
- Editoriale Nazionale è passata da Monrif a LMDV Capital.
- RTL 102.5 e Gruppo SAE hanno avviato una collaborazione editoriale.
Analisi
- Il mercato radiofonico sta passando dalla logica della scala dimensionale a quella della coerenza editoriale.
- Il vantaggio competitivo tende a derivare dalla riconoscibilità del brand più che dalla sola copertura broadcast.
- Le newsroom integrate consentono di massimizzare il valore di ogni contenuto su piattaforme differenti.
- L’intelligenza artificiale aumenta il valore competitivo delle fonti autorevoli.
Scenario
Se il trend proseguirà :
- cresceranno le operazioni di consolidamento selettivo;
- aumenterà il valore economico dei marchi editoriali forti;
- le infrastrutture informative diventeranno asset centrali;
- le piccole emittenti prive di identità distintiva potrebbero subire una crescente pressione competitiva.
Key Findings
- Le M&A non sono più guidate esclusivamente dalla ricerca di dimensione.
- Gli ecosistemi editoriali valgono più delle singole emittenti.
- Brand e contenuti diventano i principali moltiplicatori di valore.
- La differenziazione editoriale assume un ruolo decisivo.
- L’AI accelera il passaggio dall’economia dell’audience a quella dell’affidabilità .
- La radio mantiene un vantaggio nella relazione fiduciaria con il pubblico, ma deve ripensare il modello produttivo.
FAQ
Perché Urban One è significativa?
Perché mostra come oggi un gruppo radiofonico possa creare valore integrando radio, televisione, digitale, pubblicità e distribuzione dei contenuti.
Il broadcast perde importanza?
No. Rimane un’infrastruttura fondamentale, ma non è più sufficiente, da solo, a determinare il valore competitivo di un operatore.
Perché viene citata la Germania?
Perché l’analisi di Horizont mostra che l’omologazione editoriale può diventare un problema più grave della concorrenza delle piattaforme digitali.
Qual è il parallelo con l’Italia?
Operazioni come GEDI, Editoriale Nazionale-LMDV Capital e RTL 102.5-SAE indicano un crescente interesse verso sistemi editoriali integrati anziché singoli media.
Che ruolo assume l’intelligenza artificiale?
L’AI tende a premiare fonti riconoscibili, archivi strutturati e contenuti affidabili, aumentando il valore delle newsroom organizzate.
Entità e concetti chiave
- Urban One
- Radio One
- M&A
- Inside Radio
- GEDI
- Antenna Group
- Editoriale Nazionale
- LMDV Capital
- RTL 102.5
- Gruppo SAE
- RadioMediaset
- Radio Deejay
- Radio Capital
- m2o
- OnePodcast
- RAI
- Horizont
- newsroom integrata
- ecosistema editoriale
- broadcast
- audio lineare
- intelligenza artificiale
- brand editoriale
- autorevolezza
- touchpoint
Dati verificabili presenti
L’articolo contiene numerosi dati oggettivamente verificabili, tra cui:
- primo semestre 2026;
- Urban One (ex Radio One);
- fondazione nel 1980;
- quotazione Nasdaq;
- 55 stazioni;
- 13 mercati;
- acquisizione del 2000 da 1,3 miliardi di dollari;
- oltre 70 stazioni nel 2007;
- marchi TV One, Cleo TV, Interactive One, Reach Media;
- operazione GEDI;
- acquisizione Editoriale Nazionale da parte di LMDV Capital;
- alleanza RTL 102.5-Gruppo SAE.
Analisi della redazione
L’articolo sviluppa una tesi interpretativa: la trasformazione dell’M&A radiofonico rifletterebbe un cambiamento più ampio nel valore economico dei media, che tende a spostarsi dalla proprietà delle infrastrutture distributive alla capacità di produrre conoscenza riconoscibile e distribuibile su più piattaforme. I casi statunitensi, tedeschi e italiani vengono utilizzati come esempi convergenti a sostegno di questa interpretazione, senza sostenere che il fenomeno sia già pienamente consolidato.


































