USA: giornali in rivolta tagliano Associated Press. Gruppo Tribune: “Costa troppo”. Piccole testate: “Ci ha tradito”

Quella che era cominciata come una piccola rivolta sta diventando una insurrezione: negli Stati Uniti piccoli e grandi giornali stanno tagliando il servizio dell’AP


Franco Abruzzo.it

New York, 20 ottobre 2008. Quella che era cominciata come una piccola rivolta sta diventando una insurrezione: negli Stati Uniti piccoli e grandi giornali stanno tagliando il servizio dell’Associated Press. Il Columbus Dispatch dell’Ohio, che per i 137 anni della sua storia si era basato sulle notizie della prima agenzia di stampa americana (48 premi Pulitzer di cui 29 per la fotografia) per integrare il lavoro dei suoi giornalisti, venerdì ha disdetto il contratto, scontento per la qualità del servizio e il suo prezzo (800 mila dollari all’anno in un momento di gravi incertezze finanziarie).

La mossa del quotidiano dell’Ohio ha fatto seguito a un’altra decisione analoga, sempre la scorsa settimana, presa del gruppo Tribune, una delle maggiori catene editoriali che appartiene al miliardario di Chicago Sam Zell. La decisione del gruppo, annunciata spiegando che è stata presa per ridurre i costi, apre la prospettiva che di qui a due anni (questo l’arco di tempo richiesto dall’Ap per dare la disdetta) testate prestigiose come il Chicago Tribune e il Los Angeles Times vadano in stampa senza l’aiuto di un’agenzia che ha prodotto scoop a ripetizione da quando venne creata come cooperativa di giornali a metà del secolo scorso. Salvo additare i problemi di costi – i tariffari Ap sono stati finora basati sulla tiratura e il pacchetto di notizie prescelto – il gruppo Tribune è rimasto abbottonato sulle ragioni della disdetta.

Direttori di piccoli giornali sono stati più espliciti: «Si sono dimenticati che lavorano per noi», ha detto al New York Times Benjamin Marrison, direttore del Columbus Dispatch. Per molti giornali l’Ap è la voce maggiore del budget: «Paghiamo un milione di dollari all’anno, con quella somma potremmo impiegare 12-13 reporter», si è lamentata Nancy Barnes, direttore dello Star Tribune di Minneapolis, uno dei quotidiani protagonisti della rivolta.

Altri colleghi hanno indicato la molteplicità di fonti a cui oggi è possibile attingere per notizie: altre agenzie come Reuters e Bloomberg, Internet, catene di news che vendono direttamente ai giornali. Otto quotidiani dell’Ohio e altri in Pennsylvania quest’estate hanno formato una cooperativa per condividere articoli. Alcuni di loro potrebbero unirsi all’insurrezione. «L’Ap ha smesso di darci quello per cui era forte: notizie di routine e breaking news», si sono lamentati i direttori con il Times.

Secondo l’Ap molte testate stanno usando la disdetta come arma di negoziato, per convincere l’agenzia ad abbassare i costi al prossimo contratto. Ma il panorama editoriale generale non volge al bello: secondo le ‘cassandrè, il ‘wire servicè più famoso del mondo potrebbe fare la fine del suo reporter che mandò l’ultimo dispaccio prima di morire con il generale Custer a Little Big Horn. I giornali americani stanno attraversando il loro periodo più nero dai tempi della Grande Depressione con gli introiti della pubblicità che si sono ridotti del 25 per cento negli ultimi due anni. I conti dell’Ap, nata 162 anni fa e che oggi impiega tremila reporter in cento paesi, sono al contrario in attivo: i suoi profitti sono aumentati dell’81 per cento a 24 milioni di dollari su un fatturato di 710 milioni. (ANSA)

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