Vengo dopo il tiggì…

Riotta, i suoi discepoli e l’informazione politica ridondante


La nobile arte dell’informare nel servizio pubblico radiotelevisivo è piegata a logiche verticistiche e ai dettami di alcune segreterie dei partiti – scriveva lo scorso 16 novembre il vice presidente del Senato, Mario Baccini, in una lettera aperta a Franco Marini, lamentando le ingerenze dei partiti nella gestione dei tg, in particolare del Tg1 – Rai e testate giornalistiche devono restare indipendenti, non devono fare da cinghia di trasmissione a nessuno”. E’ un concetto vecchio come il mondo, ma purtroppo, sempre attuale. “Il Tg1 accetta di prendere indicazioni dagli uffici stampa su chi deve andare in video, indipendentemente dalla portata della notizia”, osserva ancora Baccini. E’ la scoperta dell’acqua calda quella che il senatore Udc porta all’attenzione del Presidente del Senato, una questione di cui tutti, persino i politici, parlano e si lamentano in continuazione, ma che nessuno contribuisce a modificare. Un tempo c’era il tanto odiato “panino” di Mimun, oggi c’è “la nota politica” di Riotta (foto), ma la sostanza resta sempre la stessa: la politica nei telegiornali fa la parte del leone; l’informazione politica domina la scena; le opinioni e le interviste ad esponenti politici riempiono gran parte del minutaggio. Ed, a volte, ci si dimentica persino quale fosse la notizia di cui si parlava.
Il buon Riotta sostiene, dal momento del suo insediamento, d’aver dimezzato il tempo dedicato alla politica nel suo telegiornale. Quando c’era Mimun, dice, era tutto diverso: il Tg1 era una sorta di costola del Governo, lo coccolava, lo elogiava, ne parlava in continuazione. Ai tempi di Mimun al governo c’era Berlusconi. Ma oggi che c’è Prodi, il Tg1 ha cambiato il modo di trattare il rapporto tra maggioranza e opposizione? E, soprattutto, oggi che non c’è più Berlusconi al potere, l’informazione del telegiornale più seguito dagli italiani ha scelto un’altra strada o continua a trattare la politica e i partiti come se fossero il vero, solo ed unico fulcro attorno al quale ruotano la società civile e l’opinione pubblica? Analizziamo alcuni dati.
La cosa di cui Riotta va più fiero è quella, afferma, d’aver dimezzato lo spazio dedicato alla politica nel Tg1. I dati ufficiali dell’Autorità garante nelle comunicazioni, resi noti recentemente, dicono che nel periodo che va dal 1° aprile al 30 settembre 2007, il Tg1 ha dedicato alla politica 73 ore, 21 minuti e 51 secondi. Nello stesso periodo del 2005, con Clemente Mimun al timone, le ore furono 4 in meno. Le interviste ad esponenti di partiti ed istituzioni hanno occupato, con Riotta, circa 19 ore in sei mesi, due anni fa furono 17. Non solo, nell’ultimo anno il Tg1 ha assoldato quattro nuovi giornalisti da destinare all’area politica, raggiungendo la quota record di 18 cronisti in totale, saggiamente e meticolosamente suddivisi tra le varie correnti, secondo la logica della “lottizzazione”. Molti di questi, nonostante il sovraffollamento della chiacchiera politica (quella che una volta era etichettata come chiacchiera da bar, presto verrà ribattezzata “chiacchiera da Tg1”), resteranno nel proprio ufficio a girarsi i pollici: il tutto per compiacere e non lasciare scontento nessuno.
Questo dimostra che l’era-Riotta ha tutt’altro che dimezzato la cronaca politica, semplicemente ha spostato l’asse da un dominio piuttosto netto del centro-destra in epoca berlusconiana, ad una supremazia territoriale del centro-sinistra con l’attuale esecutivo. La “nota politica”, infatti, viene affidata un giorno sì e l’altro pure a giornalisti in quota governativa; i tre ultimi assunti (Alberto Matano, figlio di una delle responsabili dell’Udc, Simona Sala e Natalia Augias, figlia del grande giornalista Corrado, nonché ex parlamentare europeo, eletto nel 1994 come indipendente nelle liste del Pds), inoltre, sono la dimostrazione vivente del “clientelismo” e del “partitocentrismo” del Tg1. Tutto questo, alla faccia del dimezzamento dell’informazione politica.
L’adozione di un nuovo format, la nota politica, sostitutiva del pastone o del panino che dir si voglia – scrive, ancora, Baccini nella sua lettera a Marini – si è dimostrata funzionale solo a limitare la visibilità delle forze più piccole a vantaggio esclusivo del governo, del Partito democratico e di qualche singolo leader”. La frittata, però, ormai sembra fatta. Non che resta che affidarsi, anima e corpo, al nuovo Piano industriale, nella speranza che contribuisca ad apportare qualche cambiamento. In meglio, si spera.
Il Piano industriale di Cappon, che lascia prospettare un triennio di lacrime e sangue, pare voler limitare la portata dell’informazione. Prendendo spunto dal modello-Bbc, che ha tagliato il 20% dell’organico di reti, testate e produzioni, il direttore generale ha fatto sapere d’essere fortemente intenzionato a mandare a casa un buon numero dei 43.000 (altro record!) collaboratori a libro paga dell’azienda. Considerando, tra l’altro, che tra questi solo 13.000 compongono la forza lavoro operante. La prime scure colpirà, si diceva, l’informazione, in particolare quella dei tg. Considerando tutte le edizioni dei telegiornali (rassegne stampa, edizioni mattutine, tg delle 13, edizioni serali e notturne), i programmi d’approfondimento informativo (Porta a Porta, Annozero, Ballarò su tutti) e le news di Rai Sat e Rai News (Raitre), il livello d’informazione risulta decisamente ridondante. Un vero e proprio bombardamento informativo. L’intenzione di Cappon, perciò, è quella, non solo di sfoltire alcune redazioni (Tg1 in primis), ma di tagliare alcune edizioni dei telegiornali, ritenute superflue. Prendendo atto di questa reale ridondanza, comunque, resta aperto l’interrogativo sul perché, nonostante questo, certo tipo d’informazione resti relegato ad alcune fasce poco fruibili (spesso per motivi d’orario) o, addirittura, ignorato del tutto. Telegiornali, programmi, speciali, approfondimenti, parlano sempre delle stesse cose e delle stesse persone: è questo il vero problema. Le questioni più scabrose, invece, finiscono per restare nel cassetto, aspettando, magari che qualcuno smetta di girarsi i pollici. (Giuseppe Colucci per NL)

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