Digitale Radio: nuovi contributi al dibattito da Andrea Lawendel (Radio Passioni)


Prosegue il dibattito sul futuro del digitale radiofonico in Italia.
Questa volta ospitiamo il nuovo contributo dell’amico e giornalista Andrea Lawendel di Radio Passioni.

Qualche osservazione in margine a quanto detto sulla “retrocompatibilità”.
Io continuo a pensare che ci stiamo soffermando troppo sul problema dell’accavallamento degli standard. La televisione a colori ha ottenuto il suo successo planetario con tre sistemi incompatibili tra loro e un numero ridottissimo di apparecchi multistandard (che pure ci sono stati e ci sono ancora) riservati a mercati di nicchia come il Belgio, l’Olanda, l’Alsazia…E ricordo che l’industria automobilistica si sobbarca da anni il costo anacronistico di quei pochi mercati con guida a sinistra.
I sistemi operativi per computer, pur avendo una presenza fortemente dominante, hanno conservato un certo grado di diversificazione, oggi amplificato dal buon successo delle proposte non Microsoft. Non dimentichiamo che con la radio stiamo parlando di demodulazioni digitali effettuate in larga misura via software. Il Software Defined Radio attenua fortemente le divisioni tra standard e consente un forte grado di flessibilità del mercato dei terminali a fronte di scelte infrastrutturali diverse (a meno di sistemi fortemente proprietari, che però hanno in genere una economia end-to-end, vedi la radio digitale satellitare). Il problema non è dover decidere quale infrastruttura privilegiare.
Un’altra grande lezione dimenticata è quella dell’FM analogica. Ha avuto un discreto periodo di incubazione dalla sua invenzione, ma nel dopoguerra ha preso piede rapidamente. E dove prendeva piede si trattava giocoforza di acquistare apparecchi nuovi (il grande vantaggio è che le demodulazione analogica non richiede l’enorme sforzo di sviluppo del silicio e del software da metterci sopra). Nessuna retrocompatibilità, ma grande successo. Dal debutto dell’FM in Italia alla nascita delle radio libere trascorre un quarto di secolo. Il DAB è stato presentato quindici anni fa, è sperimentato da dieci abbondanti ed è in pratica un mercato vuoto. Condizioni molto diverse d’accordo, la curva di “uptake” dell’FM coincide con gli anni del boom, i ricevitori non erano drammaticamente diversi dai valvolari per le onde medie e il transistor fece l’effetto di un tornado… Ma in barba al mucchio di illusioni che manuali di marketing insegnano a rovesciare sui potenziali utenti, la presunta “qualità” digitale da sola non smuove il mercato di un centimetro. Ergo, non ha senso puntare sull’argomento qualità. Il digitale terrestre offre una retrocompatibilità “retrofitted” grazie al set top box, un investimento relativamente piccolo per una televisione che oggettivamente può contare su una qualità di ricezione migliore (se la copertura c’è e l’impianto di antenna non è un disastro). Ma per imporsi, il digitale terrestre ha bisogno di una legge che spenga l’analogico. Vince forzatamente ma non convince.
Il problema dell’obsolescenza va visto in un contesto di mercato fortemente intaccato dalle modalità e dagli stili di consumo introdotti con il personal computer e il telefono cellulare. Modalità che si sono estese perfino agli elettrodomestici più impegnativi. Trenta anni fa una lavatrice doveva durare una vita, oggi siamo abituati a cambiarla ogni cinque-dieci anni perché manutenzione e riparazioni pesano finanziariamente più del nuovo. Montefusco scrive ” Se fosse realizzabile una soluzione tecnologica con cui implementare un protocollo digitale in una tecnologia analogica già esistente, la sua affermazione sarebbe oltremodo scontata” . Il caso sul campo di HD Radio non si è affatto tradotto in affermazione, non se andiamo a contare il numero di apparecchi riceventi venduti in un contesto in cui una forte motivazione all’acquisto (vedi iPod) giustifica anche agli occhi dei meno abbienti l’acquisto ripetuto di dispositivi che di modello in modello offrono migliorie solo marginali. Milioni di persone sono disposte ad acquistare un iPod ogni uno o due anni, ma in circa due anni di commercializzazione di HD Radio 300 milioni di americani non sono riusciti ad acquistare un milione di apparecchi. E anche sul piano tecnologico cominciano a esserci dei forti ripensamenti sulla reale possibilità di implementare protocolli digitali in ambiti dominati da modulazioni analogiche. La decisione di autorizzare HD Radio in onde medie dopo il tramonto, ha creato molto scontento e perplessità tra gli stessi operatori. Nella regolamentazione dello spettro analogico sono stati integrati meccanismi di protezione che con l’ibrido analogico-digitale non bastano più.
In conclusione, se il dibattito sull’evoluzione della radio digitale deve ridursi a un duello tra chi propone tecnologie in band o out of band, cerchiamo almeno di considerare tutti i fattori. L’FM era una tecnologia out of band e ha avuto un successo straordinario, favorita da condizioni al contorno particolari che questo nostro momento storico non ha. HD Radio è una tecnologia in band e stenta parecchio, c’è da dubitare che arrivi mai a convincere gli attuali ascoltatori dell’FM (l’AM è destinata all’estinzione in ogni caso). Ritengo personalmente che finirà per imporsi negli Stati Uniti, ma dovrà farlo ex lege. Il che, francamente, stride non poco con i tanto decantati principi del mercato “libero”. Viceversa, una tecnologia digitale out of band può permettersi il lusso di convincere il mercato senza l’imposizione di termini di switch off. Il problema è che non può farlo con i soli slogan sulla qualità. Deve riuscire a rappresentare, così come fece l’FM rispetto alle onde medie, una valida alternativa alla radio conosciuta. E dovrà sconfiggere le nuove modalità di fruizione basate su modalità di distribuizione wired o wireless, ma rigorosamente IP.
Mission impossible?

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