Digitale radiofonico: Radio Passioni critica (costruttivamente) il nostro articolo sulla neutralità tecnologica

Puntuale come sempre, giunge uno sferzante ma positivo commento di Andrea Lawendel allo scottante problema del digitale radiofonico in Italia


da Radio Passioni

Digitale, tecnologia neutrale o scappatoia?

Ho letto questa mattina l’intervento di Newsline sulla neutralità tecnologica come nuovo principio espiratore del difficile cammino verso la digitalizzazione della radio in Italia. Un principio, quella della neutralità (delle tecnologie ma soprattutto dell’accesso alle reti), che mi trova perfettamente concorde. Ho qualche perplessità, invece, là dove Newsline commenta, a proposito del mosaico di alternative cui la neutralità sembrerebbe aprire le porte:

«Più fredda l’attenzione verso altri formati, che non prevedono l’allocazione in FM, posto che ciò introdurrebbe insopportabili limiti di migrazione dell’esistente (non ci sarebbe spazio per tutti, al contrario dell’FM, che ove digitalizzata, lascerebbe inalterati gli spazi e quindi le presenze attuali).»
La questione, si sa, è quella che vede schierati i partiti pro e contro il DAB e i suoi derivati. O per meglio dire le due scuole di pensiero che puntano da un lato alla ibrida (IBOC, FMeXtra) o totale (DRM) digitalizzazione dell’esistente; dall’altro alla creazione di uno spazio di digitalizzazione nuovo (per esempio le frequenze del DAB, o l’infrastruttura satellitare) da affiancare all’esistente analogico. Mi sembra di intuire dalla formulazione di Newsline che la prima delle due scuole viene considerata più rispettosa degli “investimenti pregressi”, cioè dei soldi che radio private e network privati italiani hanno investito in questo settore negli ultimi 30 anni. Io ho parecchi dubbi che questo sia vero. Il teorema – che non è solo di Newsline evidentemente – è che il DAB ha fallito perché non ha mai garantito e non riuscirà mai a garantire “abbastanza spazio per tutti”. Tecnicamente, fatti quattro conti tra multiplex locali e nazionali, uno può anche concordare. Probabilmente il DAB – e, oggi, il T-DMB – non offrono sufficienti garanzie in tal senso. Ma è un modo di vedere il problema che parte da una fotografia alquanto viziata di un mercato della radiofonia che ha sempre violato ogni principio di liberismo vero e accessibilità democratica. Quello che oggi va cercando una salvaguardia del suo comodo status quo è un sistema vissuto per i primi quindici anni in un regime di totale anarchia nell’assegnamento di frequenze e risorse. E che negli ultimi quindici anni si è limitato a spostare le sempre più lucrose scatole di impianti “pre-esistenti” che costituiscono di per sé una sorta di “concessione naturale” per chi ha abbastanza soldi per poterli rilevare (magari da una emittente locale in difficoltà economiche, sintomo incontrovertibile di un mercato che forse tutti questi “spazi per tutti” non li avrebbe).
Questo sistema, che ha partorito i nostri così poco amati network radiofonici nazionali, è anche quello che ha frettolosamente decretato la morte del DAB, senza mai farsi prendere troppo dalla voglia di investire seriamente in questa tecnologia (con poche eccezioni), nemmeno dopo che Agcom ha regolamentato il meccanismo delle licenze. Sostenere che il DAB non offre spazio sufficiente è una palese forzatura: se il regolatore fosse riuscito, con la collaborazione dell’imprenditoria di settore, a trasferire una parte dei contenuti sul DAB, oggi avremmo forse una situazione più equilibrata. Con il DMB siamo ancora in tempo a provare. Ma bisogna metterci i soldi, cosa che l’imprenditoria italiana, brava nell’invocare continuamente nuove regole violando o ignorando tutte quelle esistenti, non ama fare particolarmente. Accampare la solita motivazione della “scarsità dei ricevitori” per certificare la morte in culla del DAB è ipocrita se poi si sbandierano le qualità – che nessuno nega – dell’FMeXtra. Senza raggiungere volumi all’altezza del mercato di massa analogico le radio DAB ci sono da anni, quelle FMeXtra ancora no. IBOC soffre dello stesso problema e non è ancora detto che l’arrivo di Sony e altri grandi brand riesca a risolverlo a breve. FMeXtra ha non foss’altro il vantaggio di una maggiore semplicità, che può far comodo a chi le radio deve costruirle.
Dire insomma che la soluzione passa per la digitalizzazione dell’FM, è un’affermazione altrettanto rischiosa. Qui si tende a dimenticare un fatto molto importante: le tecnologie che Newsline giustamente cita in questo contesto, non sono state inventate da qualcuno per favorire il viziatissimo mercato italiano dell’FM. Sono tecnologie partorite dall’industria per offrire, appunto, percorsi alternativi alla digitalizzazione di un mezzo regolato severamente proprio nelle nazioni in cui tali tecnologie sono state ideate e hanno mosso i primi passi. IBOC è un sistema ibrido che nessuno si sarebbe mai sognato di proporre per uno spettro dell’FM con meno di 400 kHz di separazione tra una stazione e l’altra. Che adesso IBOC desti in Italia tutto questo interesse è una cosa francamente ridicola. FMeXtra è nato, sempre negli Stati Uniti, proprio per ovviare al problema della diversificazione dei programmi in uno spettro ultraregolamentato (con regole puntualmente rispettate dagli imprenditori). Non è un trucchetto estratto dal cilindro in puro stile “arrangiamoci”. Non parliamo del DRM, nato nel contesto di un medium in via di estinzione (le onde corte) per iniziativa di un gruppo di industrie che non riuscivano più a vendere impianti di trasmissione. E che ora sperano di rinverdire quella che si è rivelata, finora, una monumentale patacca, adattando la stessa idea a un altro medium in via di estinzione, ma per trasmissioni a carattere locale. Per nessuna delle due applicazioni il DRM è riuscito per il momento ad aggregare un mercato vero, fatto di ricevitori concreti, regolarmente acquistabili, non solo (un po’ pateticamente) annunciati.
Con questo non voglio dire che la radio digitale in Italia non funzionerà mai. Dal discorso sulla neutralità è rimasta completamente tagliata fuori l’alternativa satellitare, dove se non altro c’è qualcuno che cerca di portare investimenti e innovazione. E’ evidente che soprattutto FMeXtra può offrire un temporaneo sollievo al problema dell’occupazione degli spazi nell’FM (anche se non vedo come questo possa davvero tradursi in una maggiore accessibilità, visto che gli impianti sono pur sempre controllati da altrettanti “incumbent”). Quello che vorrei sottolineare è il mio personale convincimento: sarebbe deleterio pensare che le tecnologie della radio digitale possano diventare l’ennesima comoda scappatoia al reale, pesantissimo problema, tutto italiano, della non regolamentazione (o del quadro di regolamentazione eccessiva e poco efficace che emerge dalla mia recente intervista a Massimo Lualdi) di una risorsa collettiva come lo spettro radio. L’occupazione selvaggia e arrogante delle frequenze, l’incapacità di accogliere nuovi operatori, la mancata democratizzazione di una risorsa che potrebbe garantire (altrove lo fa) qualità e varietà di programmi (anche davanti alla crescente importanza di Internet), non sono mali che lo sciroppo antitosse di FMeXtra può risolvere insieme all’ennesima notte di sonno e oblio. A parte il fatto che nessuno può immaginare che cosa accadrebbe se il deployment di FMeXtra fosse davvero massiccio: siamo in grado di scommettere che l’FM digitalizzata «lascerebbe inalterati gli spazi e quindi le presenze attuali»?
Regole chiare e rispettate, qualità complessiva dell’offerta e rischio di impresa. Queste mi sembrano le uniche condizioni al contorno di una trasformazione che non può passare per una neutralità tecnologica brandita come la bacchetta magica che non è stata e non sarà mai.

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