DTT. La protesta delle tv locali: la legge di Stabilità è un “attentato al pluralismo”. Ma l’azione pare debole e l’adesione non convince

Massacro”, “scandalo”, “delitto”. Queste le parole forti con cui l’altro ieri a Roma i relatori del convegno promosso da Aeranti-Corallo e Frt (per tramite della federata Associazione delle tv locali) hanno etichettato le decisioni del governo contenute nell’ormai tristemente celebre, per gli operatori del settore, legge di Stabilità.

Sarà un massacro, hanno urlato, perché le insidie che essa nasconde (ma che erano ampiamente quanto inutilmente state preannunciate da tempo) rischiano di cancellare per sempre oltre un terzo delle emittenti dalla mappa nazionale delle tv locali, portando con sé oltre ottomila posti di lavoro e lasciando in rovina l’intero comparto, incluse le emittenti che riuscirebbero a sopravvivere, corrose da una fuga di ricavi e spettatori che risulterebbe letale. L’incontro nella Capitale – che ha avuto una risonanza sulla stampa nazionale e da parte delle stesse emittenti locali decisamente inferiore alle aspettative, nonostante la posta in gioco – ha visto, come annunciato, la partecipazione – in qualità di relatori – di Maurizio Giunco, presidente dell’Associazione Tv locali della Frt, di Marco Rossignoli, coordinatore di Aeranti-Corallo, di Filippo Rebecchini e di Luigi Ferretti di Frt, di Luigi Bardelli, presidente dell’associazione Corallo. Sul fronte politico hanno partecipato, oltre a esponenti della Regione Umbria – che hanno dichiarato di aderire a tutte le iniziative messe in atto dalle rappresentanze dell’emittenza locale al fine di preservare il (sempre buono da rispolverare in queste occasioni) "pluralismo dell’informazione” e concedere le immancabili “opportunità di crescita” -, il leghista Davide Caparini, gli esponenti del PD Paolo Gentiloni (ex ministro delle Comunicazioni) e Vincenzo Vita; l’Udc Roberto Rao e il finiano Enzo Raisi. Insomma, tutti (apparentemente) uniti a cantarle al governo (Caparini ovviamente a parte), anche con l’imbarazzante coro di coloro che solo pochi mesi prima quell’esecutivo avevano incensato, con entusiastici quanto avventati proclami, per aver trovato spazio per tutti gantenne20tralicci20radiotelevisivi20in20sequenza 1 - DTT. La protesta delle tv locali: la legge di Stabilità è un “attentato al pluralismo”. Ma l'azione pare debole e l'adesione non convinceli operatori nell’affollato etere dell’Area Tecnica 3. Rilette oggi, sfrigolano non poco le lodi che ancora poche settimane fa le associazioni che oggi protestano avevano improvvidamente tessuto al paladino delle tv locali Paolo Romani, ministro dello Sviluppo Economico che era stato capace di trovare spazio per tutti… per meno di un anno. Argomento al centro del dibattito sono stati infatti i commi 8 e 11 dell’articolo 1 della legge di Stabilità, che riscriveranno entro settembre di quest’anno la mappa dell’etere nazionale digitale (esclusivamente a danno delle tv locali, però). Il primo comma riguarda la controversa assegnazione dei canali UHF 61-69 (“e altre risorse eventualmente disponibili” per il potenziamento dell’internet mobile) agli operatori di tlc; gara da cui l’esecutivo conta di racimolare un buon gruzzoletto da mettere in finanziaria (2,4 miliardi di euro, anche se gli operatori dicono che se non si scende della metà lasceranno deserta l’asta), lasciando le briciole (il 10%, quindi una cifra “non eccedente 240 milioni”, da suddividere tra centinaia di operatori da indennizzare) agli operatori locali. “Lo Stato recuperi le nove frequenze prendendone tre da noi e sei dalle emittenti nazionali, che finora, nel nuovo mercato, sono solo cresciute”, è stata la proposta venuta fuori dalle voci che hanno partecipato ad un convegno il cui eco non è pervenuto nemmeno dai diretti interessati, forse ormai disincantati, oppure presi a battere strade solitarie per tentare di strappare qualche autonoma (quanto impantenne20radiotelevisive20costruzione 1 - DTT. La protesta delle tv locali: la legge di Stabilità è un “attentato al pluralismo”. Ma l'azione pare debole e l'adesione non convincerobabile) possibilità di sopravvivenza o coscienti che l’unica speranza è la magistratura amministrativa. Oltretutto, come noto, presto o tardi il governo fornirà su un piatto d’argento – e gratis – cinque multiplex (il cosiddetto dividendo interno), due dei quali certamente andranno a finire nelle mani di Rai e Mediaset, in quella che sarà la farsa – come prevedono gli operatori locali – del beauty contest annunciato dall’ex osannato Paolo Romani. Il secondo punto discusso al consesso è stato il comma 11, quello che prevede nuove regole da rispettare da parte degli operatori locali, tra cui quella, controversa che impone loro la “valorizzazione e promozione delle culture regionali o locali”. Con questa trovata, infatti, il governo si riserva, di fatto, il diritto di impedire loro di cedere a fornitori di servizi media nazionali la propria capacità trasmissiva eccedente, consentendo ai network provider nazionali di fare il bello ed il cattivo tempo coi content provider più importanti (alla Sky) e vanificando la costituzione di consorzi di tv locali. Queste ultime, private della più grande opportunità di business che il DTT poteva portar loro, saranno inevitabilmente condannate alla chiusura in massa, schiacciate tra i costi della migrazione alla tecnologia numerica ed i vincoli ferrei di riempiere i mux con 6 programmi originali pena la revoca o la riduzione (rectius, la forzata condivisione) delle assegnazioni. Quella che era stata presentata come un’utopica terra promessa, in realtà, si è tramutata in un concreto campo pieno di insidie e tranelli. “Ritirate questi provvedimenti – ha allertato Marco Rossignoli, di Aeranti-Corallo – oppure metteremo il silenziatore ai politici”. La migrazione al digitale, ha continuato, “insieme alla crisi ci ha tolto ricavi e spettatori”. E pensare che noi ricordavamo che il DTT era stato salutato proprio da chi oggi tardivamente protesta come una "grande opportunità per le tv locali". (G.M. per NL)
 
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