Elettrosensibilità, una malattia non da tutti riconosciuta, ma particolarmente studiata in Svezia

L’elettrosensibilità è una malattia. Ad affermarlo, contro l’opinione di istituzioni e multinazionali del telefonino, è il Professor Olle Johansson che, da oltre 20 anni, studia il fenomeno.

La Svezia ha risposto all’allarme del professore, altri paesi stanno valutando se riconoscerne il lavoro e prendere provvedimenti. L’Italia, ancora una volta, sembra ferma al palo. Allergico al telefono, al cellulare, alla televisione e al forno a microonde. No, non è una rivolta sociale di chi rifiuta la modernità e l’essere reperibili sempre e a qualunque costo, si tratta di una vera e propria malattia. Lo dice l’OMS che stima in una cifra compresa tra l’1% e il 3% della popolazione mondiale le persone affette da elettrosensibilità. I sintomi della malattia sono diversi: cefalea, vertigini, rossore, tachicardia. "Una chiamata al telefonino un giorno mi ha portato alle convulsioni" racconta Sergio Crippa, membro dell’Associazione Italiana Elettrosensibili e coordinatore dei malati in Lombardia. L’intensità varia, ovviamente, da persona a persona, quello che non varia e sembra non varierà con semplicità è lo status della patologia che ancora oggi non è considerata una malattia a tutti gli effetti in nessun paese del pianeta. A dire il vero un’eccezione c’è ed è la solita Svezia, che come spesso accade è all’avanguardia nella tutela di molti diritti civili. Il riconoscimento da parte di questo paese è il risultato di anni di pressione sulle istituzioni del Dottor Olle Johanson, vero e proprio pioniere degli studi sull’elettrosensibilità che, da oltre 20 anni, studia la materia diventando, nel corso del tempo, una sorta di portavoce di chi nel mondo si dichiara elettrosensibile.  Secondo Johansson chi si dichiara tale soffre di una vera e propria allergia. Il nostro sistema immunitario – spiega il professore svedese – si è sviluppato in sintonia con nemici riconosciuti e non è pronto a fronteggiare gli "allergeni" elettromagnetici contenuti in segnali TV, onde radio e via dicendo. L’intensità del disturbo varia ovviamente a seconda dei casi e Johanson è riuscito nel corso degli anni ad analizzare e riconoscerne le diverse tipologie. Questa ricerca lo ha rafforzato nella convinzione che la percentuale di elettrosensibili sia decisamente più alta (tra il 3% e il 10%) rispetto alle stime dell’OMS. Vere e proprie cure ovviamente non ce ne sono, l’unica speranza al momento è che politici e amministrazioni fissino nuovi limiti di sicurezza nello sviluppo delle nuove tecnologie. "In una risoluzione UE del 4 Settembre 2008, il Parlamento Europeo ha riconosciuto che l’esposizione ai livelli di radiazione deve basarsi su fattori biologici, non solo sugli effetti del surriscaldamento. Una posizione sottolineata anche da un rapporto dello scorso 23 Febbraio" racconta Johansson. Un segnale che qualcosa si sta muovendo? Forse, visto che anche Canada, USA, Regno Unito e Svizzera stanno valutando l’ipotesi di riconoscere l’elettrosensibilità come una malattia. Non così in Italia dove la questione è al centro di un forte dibattito. Protagonisti della diatriba sono da una parte l’Associazione Italiana Elettrosensibili e quella per le Malattie da Intossicazione Cronica e/o ambientale (MCS) – che lottano per il riconoscimento della patologia – dall’altra le istituzioni e e la Società Italiana di Elettromagnetismo che appoggia la posizione dell’OMS secondo cui l’elettrosensibilità sarebbe solo una suggestione psicologica. "Mancano dati di laboratorio precisi" dice Guglielmo D’Inzeo, ordinario di Interazione bioelettromagnetica presso La Sapienza di Roma. A queste critiche risponde invece Angelo Levis, ex ordinario di Mutagenesi ambientale a Padova e fondatore di Apple (Associazione per la Prevenzione e la Lotta all’Elettrosmog), secondo cui il mancato riconoscimento della malattia è dovuto semplicemente alla commistione tra chi fa ricerca, chi fa servizi di telefonia mobile e la realtà istituzionale internazionale. "Questa situazione – afferma Levis – provocherà nei prossimi anni, gli stessi danni che il tabacco ha fatto al ‘900, e la sua effettività è dimostrata da studi epidemiologici, geografici e dal lavoro di Johansson, che ha aperto uno spiraglio di luce per tutti i malati". (da www.terranauta.it e www.gevam.it)

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