Giornalismo. Così fan tutti: disinformazione sulla guerra in Libia

Lo fanno gli altri, allora devo farlo anch’io. Nel mondo dell’informazione fitta globalizzata spesso accade che un’informazione, quantunque sia una bufala acclamata, venga pubblicata per non dare un vantaggio a un avversario.

Che, nel frattempo, incurante, l’ha sbattuta in prima pagina, per soddisfare la brama del pubblico che vuol guardare la guerra – i suoi morti e le sue atrocità – in faccia. In un’intervista rilasciata all’emittente “Libera tv” pochi giorni fa, l’inviato della Rai Amedeo Ricucci ha rivelato le falle (e le bufale) dell’informazione che in queste settimane è arrivata dalla Libia e si è diffusa in tutto il mondo. “In una grande agenzia di stampa italiana – racconta il giornalista -, quando è arrivata la notizia delle fosse comuni, un caposervizio ha avvisato il direttore che era falsa, facendogli vedere che era già stata postata mesi addietro. Il direttore cosa ha risposto? – continua Ricucci – Eh, ma se gli altri la danno, noi non possiamo bucare”. Storture dell’informazione. Ma questo non riguarda certo solo la guerra in Libia. La peculiarità delle notizie giunte nell’ultimo mese da Tripoli, Bengasi e le altre città dove la rivolta anti-Gheddafi avrebbe scatenato una repressione durissima, con migliaia di morti, è che (e questo vale per tutti gli organi d’informazione europei) sono pervenute da un’unica fonte, ed esattamente una fonte facente capo all’opposizione che sta cercando di sollevare il Raìs. Gli organi di questa fazione, con sede a Bengasi e a Londra, hanno raccontato agli europei ciò che stava accadendo nel loro Paese, senza, apparentemente, ammettere altre versioni. Questo vuol dire che gli avvenimenti che stanno accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo potrebbero essere molto differenti da come ci sono stati presentati. Questa, per lo meno, è l’opinione del giornalista Rai. “Si pensava fosse in atto una rivolta di popolo e non era vero – continua – era in atto, invece, una rivolta regionale in Cirenaica, che aveva fatto saltare la pax tribale. Si è parlato di un massacro di civili e non era vero. Tuttora non ci sono informazioni indipendenti sui morti. I ribelli hanno sparato una cifra allucinante di 10mila morti nella prima settimana, ma non c’è stata alcuna verifica. Le presunte fosse comuni – racconta ancora Ricucci – uscite sulle prime pagine di tutto il mondo, erano fosse singole, un normalissimo cimitero libico, peraltro già messe in rete mesi addietro. La potenza della disinformazione le ha trasformate in fosse comuni. In modo da far scattare l’odio o comunque la rivolta contro Gheddafi”. Ma, davvero, non v’è possibilità di consultare fonti alternative a quelle dei rivoltosi? E chi sarebbe, allora, il grande burattinaio segreto di quest’opera di disinformazione ai danni di Gheddafi? Difficile dirlo. Certo è, comunque, che in guerra, tanto ai tempi della carta stampata quanto in quelli dell’informazione articolata, multimediale e cross mediale, l’informazione è sempre distorta, indirizzata, fornita da chi ha tutta l’intenzione di fare gli interessi di una fazione. Accadde lo stesso, ad esempio, in occasione dell’attacco Usa all’Iraq nel 2003. In uno splendido reportage sulla vita di Tiziano Terzani di qualche anno fa, il grande reporter e viaggiatore fiorentino spiegava come gli americani avessero “venduto” al mondo intero il loro attacco a Saddam Hussein e come le uniche immagini disponibili su quell’attacco provenissero esattamente da fonti governative americane e raffigurassero lo sbarco dei soldati Usa sul territorio mediorientale come una sorta di videogioco in cui piccoli soldatini verdi che sembravano appena usciti dalla Playstation sparavano e abbattevano avversari, esattamente come in un videogame. Videogames di guerra ne abbiamo visti a migliaia e così la guerra fa meno paura. Tornando alla Libia, ad ogni modo, un primo avvertimento riguardo la disinformazione di cui l’Europa stava cadendo vittima l’aveva dato, nel nostro Paese, una lettera che un certo Paolo Pazzini, un italiano rimpatriato da Tripoli, aveva inviato a Il Giornale circa un mese fa. “La nostra azienda ha dei contatti in Libia per questo vivo lì, nel centro di Tripoli. – scriveva Pazzini – Tripoli fino a ieri tutti lavoravano, e i bombardamenti sulla folla sono propaganda pura […] i giornali italiani stanno raccontando una marea di menzogne mirate con l’appoggio di elementi libici che vivono all’estero cacciati dal Paese […] Le due navi che avrebbero disertato sono propaganda pura”. Poi raccontava alcuni retroscena: “La rivolta è iniziata a Bengasi, mi hanno spiegato i militari, perchè è stata fatta da egiziani, armati fino ai denti, entrati in Libia illegalmente che hanno preso il potere a Bengasi con l’appoggio di elementi libici dell’opposizione. Sono state fermate carovane di auto, nella zona di Tripoli, cariche di egiziani e colme di armamento ed esplosivo di fabbricazione occidentale. E queste bande egiziane sono state finanziate non si sa da chi”. Chi aveva dato poco credito alle affermazioni di Pazzini, pubblicate dal quotidiano diretto da Sallusti, probabilmente lo aveva fatto pensando che questo volesse solo tentare di rivalutare la figura del Raìs, così palesemente compromesso col suo datore di lavoro Berlusconi. Purtroppo non si sa mai a chi credere. (L.B. per NL)
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