Il 5 marzo 2026 RSS.com ha lanciato un tag “AI“ per informare in modo trasparente sull’uso dell’intelligenza artificiale nei podcast. Un’iniziativa recepita da Apple, che nello stesso periodo aveva introdotto un transparency tag da assegnare a musica e artwork generati con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Giustizia fatta e tutti soddisfatti?
Non la pensa così Adam Curry, il Podfather che NL aveva intervistato nel 2022.
Sintesi
RSS.com e Apple hanno introdotto tag di trasparenza per segnalare l’uso dell’intelligenza artificiale rispettivamente nei podcast e nella musica.
L’iniziativa, radicata nell’ecosistema Podcasting 2.0, è semplice da applicare ma solleva interrogativi su cosa costituisca esattamente “contenuto generato da IA”.
Adam Curry, padre del podcasting, la ritiene tuttavia inutile: gli ascoltatori, sostiene, non si preoccupano più dell’origine del contenuto, purché sia di qualità .
Apple ed il Transparency Tag
Partiamo dall’iniziativa di Apple: l’ormai cinquantenne azienda della Silicon Valley ha informato ad inizio marzo editori e distributori che la musica caricata sulla propria piattaforma Apple Music deve contenere un Transparency Tag, da applicare se una parte significativa del contenuto è stata creata usando AI Tools.
Quattro categorie
Il tag può essere usato in quattro diverse categorie: brani musicali, artwork, composizione musicale (spartito e testi) e video musicali. La responsabilità di definire cosa sia un “contenuto generato da IA“ resta a carico di etichette e distributori: Apple non impone alcuna metodologia o tecnologia specifica in merito.
Milioni di brani creati ogni giorno
L’iniziativa si è probabilmente resa necessaria in quanto negli ultimi mesi la musica generata con l’intelligenza artificiale ha registrato una crescita enorme. Piattaforme come Suno e Udio, che permettono agli utenti di creare brani automaticamente, stanno attirando milioni di persone.
Milioni di nuovi brani (ogni giorno!)
Secondo Billboard, ogni giorno vengono prodotti milioni di nuovi brani con questi strumenti, mentre servizi di streaming come Deezer segnalano decine di migliaia di tracce generate dall‘IA caricate quotidianamente, ormai una quota rilevante di tutto ciò che arriva sulle piattaforme.
Uso lecito?
Anche in questo caso, come in quello dell’utilizzo della voce di cui abbiamo parlato spesso su queste pagine, si è attivato chi ritiene di poter difendere i diritti degli artisti. L’ipotesi è che molti dei modelli che co-generano questi brani utilizzino opere esistenti senza autorizzazione, riducendo i guadagni degli autori umani.
Cause a iosa
Diverse grandi etichette hanno inoltre avviato cause legali contro aziende come Suno e Udio per l’uso di materiale protetto da copyright nell’addestramento dei modelli, anche se in alcuni casi si è arrivati ad accordi e collaborazioni, come quello di novembre 2025 tra Warner Music Group e Suno.
Podcast: RSS.com e la disclosure AI nel feed
Veniamo ai podcast e a RSS.com. A marzo 2026, la piattaforma ha annunciato di essere la prima a integrare a livello di dashboard la possibilità di inserire automaticamente nel feed RSS pubblico una dichiarazione di utilizzo dell’intelligenza artificiale. Il creatore spunta una casella per ogni episodio e il tag viene scritto direttamente nel feed, viaggiando così verso tutte le app e le directory che lo leggono: da Apple Podcasts a Spotify, da Pocket Casts a Overcast.
Chi è RSS.com
Ma chi è RSS.com? La società nasce dalla collaborazione tra l’italiano Alberto Betella e Benjamin Richardson nel 2005, quando Alberto, studente all’Università di Bergamo, sviluppa un software open source chiamato Podcast Generator per permettere ai docenti di condividere lezioni in formato podcast. Lanciato nell’aprile 2006, il software viene scaricato oltre un milione di volte e adottato da istituzioni educative in tutto il mondo.
Da lettore a dominio
Parallelamente, nel giugno 2013, Benjamin Richardson acquista il dominio RSS.com con l’intenzione di creare un lettore di feed RSS. Con il declino dei lettori RSS e la crescita esplosiva del podcasting, nel luglio 2017 contatta Alberto con l’obiettivo di trasformare il dominio in una piattaforma di hosting podcast.
Da allora RSS.com diventa una delle principali aziende tecnologiche nel settore del podcasting mondiale, con prodotti come PodViz per la conversione audio-video con integrazione con YouTube e la tecnologia GOST AI per la pubblicità dinamica con voci clonate.
Un’idea di Podcasting 2.0?
La scelta di RSS.com è di fatto un “endorsement” di una proposta di Podcasting 2.0, l’iniziativa di cui ci aveva appunto parlato Curry nel 2022. Si tratta di un tag generico per testo libero che vive nel “namespace” di Podcasting 2.0, modellato sui record TXT del sistema DNS.
La convenzione è semplice: purpose=ai-content.
Il merito tecnico del tag
RSS.com ha dichiarato di essere la prima piattaforma a offrire questa funzione di disclosure AI, ma il merito tecnico del tag appartiene all’ecosistema aperto del Podcasting 2.0. La novità di RSS.com è nell’implementazione: l’ha resa accessibile con un semplice click nella dashboard, senza che il creatore debba toccare l’XML del feed.
Una questione di fiducia
RSS.com incoraggia i creatori a dichiarare in modo trasparente l’uso dell’AI nei propri podcast, sottolineando che etichettare gli episodi non è una mera formalità ma serve a preservare la fiducia degli ascoltatori, migliorare la sicurezza delle piattaforme e allinearsi alle norme del settore.
Tag facoltativo
La regola è semplice: se l’AI è la “voce” che recita i contenuti, il tag è obbligatorio; se l’AI è uno strumento di supporto alla produzione — riduzione del rumore, trascrizione, generazione di capitoli — non è necessario dichiararlo.
Un esempio
Betella fornisce anche un esempio esplicativo: “Avete un episodio completamente narrato dall’IA, in cui non è presente alcuna voce umana? Spuntate la casella. Usate l’IA per rimuovere il rumore di fondo e generare la trascrizione? Non spuntate la casella”.
Dubbi
L’esempio è efficace, ma esistono infinite sfumature intermedie più dubbie. Per quanto riguarda il contenuto, si pensi ad esempio a un podcast scritto in parte da un umano e in parte generato da un’IA, o in cui l’intelligenza artificiale abbia suggerito solo pochi cambiamenti. Si tratta di un contenuto IA?
La scelta giusta
Per quanto riguarda il parlato: se si decide di clonare la propria voce per narrare un episodio i cui contenuti sono scritti interamente da noi, qual è la scelta “giusta”?
Full Disclosure
Nell’incertezza, relativamente a questo stesso articolo, abbiamo pensato di scrivere una completa disclosure, che trovate in calce allo stesso.

Podfather: tag AI? Inutile
Si potrebbe pensare che il padre dei podcast, da sempre scettico sulle IA e sulle loro reali virtù — come sanno bene i seguaci del suo Podcasting 2.0 — sia favorevole all’iniziativa. E invece no.
Vediamo alcuni dei punti da lui sollevati.
Dove sta l’IA?
Il primo, essenziale, risiede nel fatto che l’IA può essere ovunque: nello script, nella voce, nel montaggio. Quando si dice “questo podcast è fatto con AI”, cosa si intende esattamente? La definizione è impossibile e piena di sfumature — si pensi a un articolo redatto da un umano, ma ripassato da un chatbot per rendere più fluidi alcuni passaggi.
Il vaso di Pandora
Altra osservazione di Curry: “Ok, creiamo un tag ‘AI voice’. Ma allora perché non uno ‘accento indiano’, o ‘voce nera urbana’, o magari ‘bianca liberal transgender’?” Il rischio è di introdurre una serie infinita di filtri soggettivi, ciascuno per difendersi da ciò che disturba personalmente.
Gli ascoltatori guardano al contenuto
Il punto principale, nell’esperienza di Curry, è però un altro: gli ascoltatori se ne infischiano del fatto che un contenuto sia o meno generato con l’aiuto dell’IA (come approfondito nell’editoriale della settimana di NL).
Potrebbe sembrare un’opinione come tante, ma occorre ricordare che Curry produce podcast dai tempi in cui la parola stessa “podcaster” non era stata ancora inventata e che produce — oltre ai propri — numerosi contenuti per conto terzi.
Indifferenza verso l’origine artificiale o umana
In tutti questi casi, la sua esperienza è che gli utenti sono ormai andati oltre il rifiuto iniziale di ciò che non è creato dall’umano. Se il contenuto è di interesse, sostiene, il fatto che sia generato in tutto o in parte automaticamente e letto da una voce artificiale non costituisce più un problema.
Shaping Europe’s Digital Future
Non dubitiamo che il tag sia ben accolto dall’establishment europeo, che nella sua consueta urgenza di regolare e moderare tutto — sotto l’evocativo titolo di “Shaping Europe’s Digital Future” — ha già emesso le sue direttive che possiamo leggere qui.
Il verdetto
Per parte nostra pensiamo che il successo o meno del tag non possa dipendere da politici o burocrati, ma dall’accettazione o meno da parte degli ascoltatori, i veri utenti finali. Quale sarà ? Ancora presto per dirlo. (M.H.B. per NL)
































