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Musica & web. Sony Music arriva al 90% di Emi, in un momento effervescente per le grandi etichette, grazie allo streaming

Sony, Emi

La notizia dei giorni scorsi è che Sony Music ha annunciato un accordo da 1,9 miliardi di dollari per rilevare Emi Music Publishing. Si tratta di veri colossi del mercato discografico mondiale: Emi è considerata la seconda casa editrice musicale più grande al mondo (ora, sommata con Sony, diventerebbe decisamente la prima), ha un giro d’affari che supera i 600 milioni di dollari e un super pacchetto di diritti su oltre due milioni di brani musicali in catalogo. Emi detiene i diritti, tra gli altri, dei Queen, di Kanye West, Pink, Pharrell Williams, Beyoncé, Lady Gaga.
Accanto a queste due super-etichette, le altre case discografiche protagoniste nel mondo sono la Universal, che fa capo alla francese Vivendi, e l’americana Warner Music. Sony deteneva già una partecipazione del 30% nella Emi e rilevando ora il 60% delle azioni detenute prima dal fondo di Abu Dhabi Mubadala Investment, arriverà al 90%. Il 10% è invece in mano a una società collegata all’ex impero musicale di Michael Jackson.

“Siamo elettrizzati nel portare Emi nella famiglia Sony” – ha detto il presidente e nuovo amministratore delegato della Sony Kenichiro Yoshida, per il quale questa è la prima operazione importante della sua gestione. Le cose, peraltro, per questa branca della Sony vanno decisamente bene: il primo trimestre 2018 si è chiuso con un utile record a 4,5 miliardi di dollari. Il prezzo finale per Sony per acquisire tutte le partecipazioni di Mubadala in Emi sarà in realtà di circa 2,3 miliardi di dollari ma arricchirà molto il già ricco catalogo musicale della società congiunta Sony/ATV, che include 2,3 milioni di titoli, tra cui i Beatles.
Ma come mai un’operazione di così grande rilievo avviene proprio in questo momento? Il fatto è che nel settore della discografia, considerato fino a poco tempo fa ‘finito’, sono tornati a girare soldi in quantità e le cose in genere vanno bene, se non benissimo, grazie soprattutto allo streaming, come già ricordato da questo periodico. 

“Le grandi etichette musicali, date per spacciate fino a pochi anni fa causa concorrenza di Youtube & C., sono risorte – conferma e spiega un articolo di Ettore Livini su ‘Repubblica’ –. Il business cresce, gli utili volano e i giganti del settore media e hi-tech si contendono a suon di miliardi i pezzi più pregiati del mercato”.
I motivi della nuova situazione li spiega proprio Yoshida di Sony: “Lo streaming ha regalato alla musica una nuova vita. E grazie a questa acquisizione noi diventeremo uno dei maggiori editori del settore”.
Che cosa succede dunque nel campo della discografia? Vediamo ancora le spiegazioni di ‘Repubblica’: “Il mondo delle sette note sta vivendo… una seconda giovinezza. Apple, Youtube e Spotify – destinate secondo molti osservatori a diventare i killer del settore – hanno rivitalizzato i cataloghi delle major regalando loro una nuova inattesa fonte di entrate. E la finanza ne ha preso atto. Spotify, che ha visto i suoi ricavi esplodere dagli 1,09 miliardi del 2015 ai 4,09 del 2017, ha debuttato a Wall Street poco più di un mesetto fa, in piena bufera sui titoli hi-tech, con un rialzo del 15% nel primo giorno di contrattazioni e una valutazione monstre di circa 25 miliardi di dollari, malgrado i conti siano ancora in rosso.

Apple Music – con i suoi 26 milioni di abbonati – è destinata a diventare secondo gli esperti del settore il primo distributore di musica americano entro l’estate. E il loro boom grazie a app e smartphone ha generato una pioggia d’oro su chi detiene i diritti sulle canzoni: Spotify paga 7,5 dollari ogni mille ascolti, Apple 12 e Youtube – che il mercato valuta oggi qualcosa come 75 miliardi – 1,5. L’ingresso in campo di Facebook, che sta siglando intese con le singole etichette, dovrebbe allargare ancora la torta dei guadagni.
Nel 2017 secondo la Riia, l’associazione delle principali etichette a stelle e strisce, i due terzi delle entrate del settore sono stati generati dallo streaming con un balzo in valore del 43% sull’anno precedente. Goldman Sachs ha calcolato che nel 2030 il giro d’affari complessivo del comparto dovrebbe essere di 41 miliardi di dollari contro i 24 attuali, 14 generati dai dischi e 9 dai diritti d’autore.
Il vento insomma è in poppa. E gli investitori che qualche anno fa – con il barometro fisso sul brutto tempo – hanno creduto nel futuro della musica hanno deciso ora di passare all’incasso”.

E c’è anche l’imprevedibile ripresa del vinile, con 14,2 milioni di dischi venduti nel 2017 (+ 9% sul 2016), pari a una quota del 14% delle vendite fisiche di dischi in tutto il mondo. E all’incasso si prepara a passare anche Tencent, la più grande piattaforma di streaming in Cina, che potrebbe raccogliere sul listino un prezzo di 25 miliardi.
Un discorso particolare va fatto per Vivendi, che, alle prese in Italia con i guai di Telecom Italia e Mediaset, si potrebbe consolare quotando in Borsa un pezzo di Universal Music, che è considerata la sua gallina dalle uova d’oro, per via di un giro d’affari cresciuto lo scorso anno del 10%.
Nel complesso, Vivendi ha registrato nel primo trimestre 2018 una crescita del 16,1% dei ricavi, arrivando a 3,11 miliardi di euro, anche se al netto dei corsi valutari e a perimetro costante il progresso è limitato al 3,3%. La performance è stata trainata soprattutto dal consolidamento di Havas nel gruppo, mentre Universal Music Group stavolta ha segnato il passo, passando da 1,28 a 1,22 miliardi di euro (in crescita del 2,1% per contro i ricavi di Canal+, a 1,30 miliardi).

Per Universal, che è considerata la maggior etichetta discografica al mondo (ma vedi il discorso fatto prima per Sony e Emi), resta sul piatto l’ipotesi di Ipo (Offerta Pubblica Iniziale, preludio alla quotazione in Borsa), anche se Vivendi non l’ha ancora confermata. Peraltro, la valutazione di Universal non è uniforme: si va dai 19,7 miliardi di euro di Exane Bnp Paribas ai 30 miliardi di JP Morgan.
Un ultimo interessante capitolo può essere quello dei riflessi di tutto questo sul mercato italiano della discografia. Quali sono i protagonisti in casa nostra?
Ci viene in soccorso ‘Il Sole 24 Ore’, che in occasione di Sanremo 2018 ha fatto il punto così: “Il ‘dittatore artistico’ Claudio Baglioni (è un) cantautore del roster di Sony Music Italy. Proprio nelle mani della major musicale giapponese sta stretto il Sanremo delle case discografiche, con otto artisti iscritti alla sezione Big e uno alle Nuove proposte. Molto più contenuto il contributo degli altri grandi player di settore Warner e Universal, rappresentati rispettivamente da tre artisti. Poi c’è Bmg che l’anno scorso, con Francesco Gabbani, ha indovinato il glorioso tormentone “Occidentali’s Karma” e quest’anno punta su Red Canzian solista. E ci sono gli indipendenti, da Sugar a Carosello Records, ciascuno con un proprio portabandiera.

Ma torniamo a Sony: sotto le sue insegne c’è per esempio l’apostolo della world music napoletana Enzo Avitabile e ci sono gli ex Pooh Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, il crooner Mario Biondi, la reunion dei Decibel di Enrico Ruggeri, l’habitué sanremese Fabrizio Moro, signore di oggi e di ieri come Noemi e Ornella Vanoni, Ron e il giovane Lorenzo Baglioni. La presenza massiccia in Riviera della major giapponese «non è un fenomeno nuovissimo», secondo il presidente Andrea Rosi. «Nel Dna di Sony c’è la vecchia Rca e c’è anche un pezzo di Ricordi, c’è insomma la grande tradizione della musica popolare italiana, che a Sanremo si esalta»”.
Un risvolto particolare è quello della citata Bmg, che ha una storia complicata.
Il gruppo BMG Ricordi Music Publishing Italia era una società di edizioni musicali nata nel 1994 dalla fusione di Edizioni BMG Ariola (nata a sua volta dall’acquisizione nel 1990 da parte del gruppo editoriale tedesco Bertelsmann della divisione italiana della Rca) e quella Edizioni Ricordi che iniziò l’attività editoriale a Milano addirittura nel 1808. Nel 2004, però, a seguito della fusione tra Sony Music e Bmg, le attività del gruppo continuarono sotto il nome di Sony BMG Music Entertainment con Bertelsmann Music Group al 50% e l’altra metà a Sony Music. Alla fine del 2008, poi, un accordo tra i due soci ha segnato il ritorno dell’intero gruppo alla Sony.
L’attività delle edizioni musicali italiane era stata invece ceduta nel 2007 da Bertelsmann alla Universal Music Group, ad eccezione del marchio e dell’Archivio Storico che confluirono nella società Ricordi & C. Il gruppo Feltrinelli iniziò infine a occuparsi della catena Ricordi Media Stores. (M.R. per NL)