Oligopolio e Servizio Pubblico: primi cali d’ascolto per Santoro il rivoluzionario

Gianni Monaco, su www.Lanostratv.it, scrive che Michele Santoro, emigrato da mamma Rai perché osteggiato e censurato, arrivato finalmente sulla sua piattaforma libera da compromessi, si sia trasformato in un agnellino.

Condivisibile o meno, questa battuta sintetizza anche la fine dell’effetto rottura che Servizio Pubblico aveva provocato tra gli spettatori televisivi italiani, gli indignati e le nuove generazioni di internet. La trasmissione – che va in onda su un circuito di tv locali, sul satellite, su internet (www.Corriere.it, www.Repubblica.it, www.Ilfattoquotidiano.it e www.Serviziopubblico.it) e su Radio Capital – sta iniziando a confrontarsi con la sindrome di “Rai per una notte”, l’evento pilota di questo esperimento, un successo straordinario ottenuto nel 2010, quando la Rai aveva sospeso Annozero e le altre trasmissioni di infotainment in vista delle elezioni regionali. Allora, la banda Santoro, composta dai soliti e con l’aggiunta di altre grandi personalità di spicco del mondo della politica, dell’informazione e della musica, aveva davvero fatto il botto, dando il la a questa pazza idea di creare dal nulla, senza infrastrutture, una tv alternativa all’oligopolio imperante che ai tempi del berlusconismo si era trasformato in un trust, una sorta di monopolio dell’informazione e dell’intrattenimento firmato Silvio Berlusconi. Servizio Pubblico non è Rai per una Notte e neanche Tutti in piedi (passa il lavoro), l’altro evento pilota, tenutosi lo scorso giugno in occasione dei 110 anni di Fiom. Questo nuovo è un esperimento molto più complesso, perché trascende l’effetto-evento, supera le emozioni di pancia, ci accompagna all’interno del tunnel che ci fa uscire dall’era Berlusconi e quindi, potenzialmente, si trasforma in routine, perde l’emotività che lo accompagnava, ad esempio, alla prima puntata. Quando Santoro si presentava al pubblico come il nuovo guru di una televisione alternativa, che infischiandosene delle regole precostituite e in barba a decenni di oligopolio sfidava sfacciatamente i poteri che, secondo lui (e non solo), fino a quel girono gli avevano impedito di fare informazione vera, libera, completamente indipendente. Ma cosa accade quando un evento di tale portata diventa consuetudine, routine? Perde lo charme e l’efficacia della prima puntata? Paradossalmente l’addio di Berlusconi potrebbe nuocere agli ascolti di Servizio Pubblico. Un paio di settimane fa su questo periodico ci lamentavamo del fatto che alla prima apparizione da tribuno libero, Michele Santoro avesse esordito non parlando di crisi ma di bunga bunga. Ora che invece Berlusconi passa in secondo piano e si aprono le porte al governo dei tecnocrati, dei bocconiani, degli esperti di economia e alta finanza, di quel mondo che ha partorito furbetti del quartierino a gogò negli anni passati, Servizio Pubblico inizia davvero a fare servizio pubblico, a parlare di cose serie, a spiegare agli italiani cos’è lo spread, perché si alza, quali manovre economiche il governo Monti metterà in atto per attutire la crisi. Era ciò di cui avevamo bisogno, ma si sa: parlare di politica seria ed economia non prende alla pancia, non ci emoziona. Non stiamo parlando di grandi battaglie ideologiche o di tentativi di fuga da un tiranno malvagio. Stiamo parlando di economia reale e di giochi politici. Non abbiamo più, per ora, una rabbia repressa nello stomaco da sfogare in trenini e stappate di spumante quando Berlusconi firma le dimissioni al Quirinale. Siamo nudi, poveri, speranzosi e ci svegliamo dal sogno. La politica di cui abbiamo discusso negli ultimi anni, che ci avvicinati gli uni agli altri e che ci ha fatti riscoprire un popolo di appassionati, in realtà non era politica. Erano i giochi sessuali di un vecchio despota al crepuscolo, era una comune sensazione di rabbia e impotenza nei confronti di una politica lontana e malata. Ora con Monti il rassicurante gli italiani smetteranno probabilmente di essere il popolo di commentatori politici in cui si erano trasformati e questo si ripercuoterà sugli ascolti dei programmi di informazione tipo Servizio Pubblico, Ballarò o L’Infedele. Ma forse neanche questa è la ragione principale del calo di ascolti del programma di Santoro. Forse, semplicemente, sulle ali dell’entusiasmo per Rai per una Notte e Tutti in Piedi, il conduttore non aveva fatto i conti col fatto che gli italiani non sono ancora, probabilmente, pronti del tutto per questo passo. Certo, gli oltre due milioni che hanno seguito la terza puntata in tv (senza calcolare, come sempre, le centinaia di migliaia di persone che sia in Italia che all’estero vedono il programma in streaming su internet), testimoniano che siamo sulla strada giusta per il cambiamento e che l’esperimento di Santoro è un viatico importantissimo per la consapevolezza della gente che nell’epoca in cui viviamo una tv alternativa e indipendente è possibile. Ma questa strada è, comunque, piena di insidie. Non si scoraggi, però, lo staff di Servizio Pubblico. Non cada nel tranello del mercato – di cui l’ex comunista Santoro è divenuto grande ammiratore – e vada avanti. I suoi frutti li raccoglierà, anche se oggi magari pare più difficile di ieri e dell’altro ieri. Punti più sui reportage e le inchieste in esclusiva, punti più su Ruotolo che su Bertazzoni che tampina i politici. L’abbiamo già visto. Il bello di non avere un editore è poter dire cose gli altri non possono dire, non fare le stesse cose che si facevano prima, solo a mente più leggera. E allora ben venga se Travaglio ci disillude subito raccontandoci tutte le magagne di Passera, il nuovo pluri-ministro di Trasporti, Comunicazione e Sviluppo Economico. Ben vengano anche – seppur in misura un po’ più contenuta – operai, studenti, indignati e incazzati della società civile. Ben venga pure l’intrattenimento musicale, ma vogliamo le inchieste. Servizio pubblico, alla sua terza apparizione, ha registrato una media di 2,3 milioni di spettatori (su una trasmissione, ricordiamolo, di oltre tre ore) e il 9,7% di share, contro l’oltre 12% della prima puntata e il 10,3% della seconda. È un calo fisiologico, come abbiamo spiegato, e probabilmente era già stato messo in conto. Ma non demordano se i numeri non danno loro ragione, magari quel 10% di italiani che ha visto Servizio Pubblico, domani spiegherà al restante 90% cos’è realmente lo spread. E magari tra quel 90% ci saranno anche quei parlamentari ai quali, la scorsa settimana, le Iene avevano domandato se davvero sapessero di cosa si trattasse e che ci avevano fatto vergognare di essere rappresentati da loro. (G.C. per NL)
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