Radio digitale: secondo l’EBU il futuro è nell’eurochip

Un “decoder unico” anche per la radio digitale. E’ questo il progetto che alcuni autorevoli membri dell’EBU (European Broadcasting Union – organismo che riunisce le emittenti radiofoniche pubbliche europee), segnatamente BBC e Deutschlandradio, hanno deciso di promuovere nei confronti della Commissione UE, allo scopo di dare l’ultima decisiva spinta alla transizione del vecchio continente verso la nuova radiofonia.

Senza scomodare poco rassicuranti analogie con lo scenario televisivo, è indubbio che l’”eurochip” radiofonico potrebbe rappresentare un passo in avanti importante, nell’attesa che i vari paesi dell’Unione si decidano a coordinare verso un obiettivo comune le proprie politiche di promozione delle nuove tecnologie di settore. In realtà già esistono in commercio apparecchi che sono in grado di ricevere indifferentemente le “vecchie” FM e AM insieme alle “nuove” DAB(+) e DMB, nonché in alcuni casi le internet radio. Si tratta però in genere di dispositivi discretamente costosi e destinati all’uso casalingo. Senza contare che nessuno dei grandi marchi dell’elettronica di consumo ha finora dimostrato grande interesse nel settore, lasciando il mercato a pochi produttori di nicchia. Il vero passo decisivo sarebbe quello di produrre su larga scala un chip con consumi ridotti (in modo da poter essere impiegato, ad esempio, negli smartphone) e in grado di gestire il “roaming” in mobilità tra trasmissioni analogiche e digitali (così da poter essere integrato con facilità nei ricevitori destinati a essere installati nelle automobili). E’ noto infatti che la maggior parte del consumo radiofonico avviene proprio in viaggio e/o tramite apparecchi portatili, ambiti che finora hanno visto l’incontrastato dominio della ricezione FM. autoradio%20asteroid - Radio digitale: secondo l'EBU il futuro è nell'eurochipPuntare ad una graduale sostituzione dei ricevitori per auto con altri dotati di chip “universale”, nonché all’inserimento del suddetto chip all’interno di dispositivi personali in fase di grande diffusione come gli smartphone, creerebbe una potenziale platea di utenti per i nuovi servizi digitali, mantenendo comunque la retrocompatibilità e lasciando a governi e broadcaster la scelta su come, quando e in che tempi promuovere la transizione definitiva sui nuovi standard. Inoltre, aspetto da non sottovalutare, potrebbe dare ossigeno all’industria europea dei semiconduttori, che conduce una lotta impari con i produttori dell’estremo oriente. Rimane il fatto che la radiofonia digitale, pur nelle sue incarnazioni più recenti come il DAB+, è un medium a cui sembra sempre mancare qualcosa per convincere appieno i consumatori europei. In realtà la situazione nei diversi paesi dell’Unione è assai differente, con Regno Unito, Germania e paesi scandinavi che primeggiano per diffusione e quantità di programmi, mentre in diverse altre nazioni si alternano tentativi di rilancio e pause di riflessione. Standard come il DAB hanno ormai sulle spalle vent’anni di storia, e anche l’asserita carica innovativa degli aggiornamenti più recenti sembra non essere sufficiente a controbattere l’offensiva del web e dello streaming su rete mobile. In uno scenario simile, diventa difficile prevedere quale sarà la domanda di digital radio nel prossimo futuro, ed è comprensibile che chi ha investito di più nel settore cerchi l’aiuto dei regolatori europei per non gettare alle ortiche tutto quanto fatto finora. Peraltro, l’eventuale emanazione di direttive che obbligassero i produttori a equipaggiare i propri ricevitori dell’eurochip, sulla falsariga di quanto avvenuto con i televisori con decoder DTT, potrebbe apparire come un intervento improprio sul mercato, data l’assenza di concreti ed evidenti vantaggi nell’adozione dei nuovi standard e la conseguente carenza di domanda da parte dei cittadini, che dovrebbero essere i primi beneficiari dell’innovazione tecnologica. E che, almeno per ora, non si sognano nemmeno di abbandonare la buona vecchia FM. (E.D. per NL)
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