TV. Corte UE: Legge Gasparri bocciata. Lo scontro tra Mediaset e Vivendi produce effetti collaterali

Dopo le sentenze di Spagna e Olanda a favore di Vivendi contro il progetto di fusione di Mediaset con la controllata spagnola, Mediaset Espana, ecco un’altra sconfitta per il Biscione.
Arriva infatti puntuale la sentenza della Corte di Lussemburgo che dà ragione a Vivendi.
La Corte di Giustizia ha dichiarato infatti illegittima la norma Gasparri posta a tutela del pluralismo dell’informazione (art. 43, comma 11 Tusmar).

Mediaset contro Vivendi

Due delle media company più potenti d’Europa si confrontano a colpi di sentenze.
Da una parte Mediaset Italia S.p.A., capitanata dall’a.d. Piersilvio Berlusconi e, dall’altra, Vivendi SA, guidata da Vincent Bollorè.
I motivi della contesa riguardano la campagna ostile di acquisto di azioni di Mediaset da parte di Vivendi e l’ambizioso progetto di Fininvest verso la dimensione europea con il progetto Media For Europe (MFE).

La posizione dominante della media company francese

Gli eventi che hanno condotto a tale rivalità hanno inizio nel 2016, quando Vivendi arriva a possedere il 28,8% (29,94% del diritto di voto) del capitale sociale di Mediaset.
Oltre a ciò, il colosso francese occupa una posizione rilevante anche nel settore delle comunicazioni elettroniche poiché detiene il controllo di Telecom Italia.
Questo scenario integra, secondo la proprietà di Mediaset, una violazione della normativa posta a tutela del pluralismo dell’informazione.

La normativa nostrana vieta infatti ad un’impresa di realizzare, direttamente o indirettamente, oltre il 20% dei ricavi complessivi del SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni).
Questa percentuale è destinata a scendere al 10% se la stessa società possiede anche una quota di ricavi superiore al 4% nel settore delle comunicazioni elettroniche.
E’ questo il caso di Vivendi, che con la campagna di acquisto delle azioni Mediaset e il controllo di Telecom supera i limiti imposti dalla legge.

L’Agcom congela le azioni Mediaset di Vivendi. L’inizio del conflitto tra le due media company

Considerati i numeri, nel 2017 Mediaset denuncia Vivendi all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) lamentando gravi rischi per il pluralismo dell’informazione.
L’Agcom, accoglie l’esposto e obbliga i francesi  a congelare le sue quote Mediaset e a trasferirne il 19,19% (pari al 19,95% del diritto di voto) a una fiduciaria, la Simon Fiduciaria.
A questo punto il conflitto è dichiarato e Bollorè ricorre al TAR per ottenere l’annullamento della decisione Agcom.

Il TAR rimette la questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia per dirimere l’eventuale conflitto tra le nostre leggi e quelle comunitarie.
Il problema è capire se la normativa nazionale per la salvaguardia del pluralismo dell’informazione ostacoli o meno la libertà di stabilimento prevista dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Naufraga il progetto originario MFE: le sentenze di Spagna e Olanda

Ma torniamo alla sentenza di ieri della Corte olandese e a quella di luglio della Corte spagnola.
Stessi attori della vicenda Agcom: Mediaset e Vivendi.
La media company transalpina non poteva certo accogliere di buon grado le mire espansionistiche di Mediaset e, con ogni mezzo, ne ha ostacolato la realizzazione.
Solo pochi mesi fa, a gennaio 2020, l’assemblea di Mediaset ribadiva la sua priorità di creare un gruppo pan-europeo nel settore dell’entertainment e dei media (…)”.

A luglio arriva il primo stop al progetto e Vivendi incassa la prima vittoria. La Corte di Madrid accoglie il ricorso e conferma la sospensione cautelare dell’operazione Media For Europe respingendo il ricorso di Mediaset Espana. Lo stesso scenario si verifica davanti alla Corte della capitale olandese.
Anche Amsterdam dà ragione a Bolloré e accoglie il ricorso bloccando, forse definitivamente il MFE e l’espansione di Fininvest e della famiglia Berlusconi in Europa.

Oggi la decisione della Corte di Giustizia

Tornando alla delibera Agcom, ieri mattina è arrivata puntuale la decisione della Corte di Giustizia: la norma nazionale è in conflitto con quella europea.
Nella sostanza, l’articolata sentenza della Corte accoglie le prospettazioni di Vivendi e dell’Avvocato Generale.
Il nodo centrale della decisione afferma, fra le altre cose, che il TFUE vieta i provvedimenti nazionali che ostacolino l’esercizio, da parte dei cittadini dell’Unione, della libertà di stabilimento garantita dal Trattato stesso (art. 49).

Anche se in linea di principio sono consentite ai singoli Stati restrizioni dirette a tutelare il pluralismo dell’informazione, la legge italiana è sproporzionata rispetto all’obiettivo.
La Corte conclude ritenendo che la normativa italiana fissa soglie che non consentono di determinare con precisione quando un’impresa possa influire sul contenuto dei media.

Domani è un altro giorno

Su entrambi i campi di battaglia si dovrà aspettare di vedere cosa succederà dopo le recenti sentenze.
Sul fronte MFE, dopo il fitto scambio di corrispondenza di agosto, bisognerà comprendere quanta energia Mediaset vorrà ancora spendere nonostante non sia nato sotto i migliori auspici.

Sul versante della decisione di Lussemburgo, non tardano ad arrivare le reazioni di entrambi i contendenti: la società francese ha rilasciato dichiarazioni di soddisfazione, mentre è stato laconico il comunicato stampa di Mediaset, che aspetta comprensibilmente la decisione del TAR.
La decisione della Corte avrà importanti ripercussioni anche sulla normativa interna e sarà interessante vedere come il Parlamento e l’Agcom si uniformeranno alla decisione della Corte europea, continuando a tutelare il fondamentale diritto al pluralismo delle informazioni. (C.F. per NL)

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