Frank Foti, fondatore di Omnia Audio offre una nuova riflessione sul rapporto tra elaborazione del segnale, qualità percepita e permanenza d’ascolto.
Nel mirino, i fenomeni di distorsione che, pur garantendo maggiore densità sonora, possono ridurre il tempo di permanenza degli ascoltatori.
Sintesi
In un mercato radiofonico sempre più competitivo (e non solo in forma omogenea), Frank Foti, fondatore di Omnia Audio, sottolinea come la fidelizzazione dell’ascoltatore dipenda anche dalla qualità tecnica del suono e non soltanto dai contenuti.
Secondo il progettista audio americano, alcune forme di distorsione da intermodulazione (IMD) e un processing eccessivamente aggressivo possono generare un sottile fattore di fastidio che favorisce il tune-out.
Foti critica la tradizionale corsa al loudness e propone un nuovo approccio capace di combinare potenza sonora, trasparenza dei transienti e riduzione delle distorsioni.
L’obiettivo è migliorare la listener retention e aumentare il Time Spent Listening (TSL), trasformando l’audio processing da semplice strumento di presenza in banda a leva strategica per la valorizzazione economica dell’audience radiofonica.
La guerra per ogni ascoltatore
Nel mercato radiofonico contemporaneo, caratterizzato dalla crescente concorrenza di streaming audio, podcast, piattaforme on demand e dispositivi personali, la capacità di trattenere l’ascoltatore sta diventando un fattore sempre più strategico. Secondo Frank Foti, fondatore di Omnia Audio e tra i più noti progettisti mondiali di sistemi di audio processing broadcast, la competizione non si gioca più soltanto sul formato editoriale, sulla musica o sulla conduzione, ma anche su elementi molto più sottili, legati alla percezione tecnica del suono.
Non basta essere i più forti
Per decenni il processing radiofonico è stato associato all’obiettivo di essere il segnale più forte sulla banda FM: una filosofia sintetizzata dal celebre motto americano “crank it up and rip the knob off“, ovvero spingere al massimo il processore per emergere rispetto ai concorrenti.
Ma oggi, secondo Foti, questo approccio “mostra tutti i suoi limiti”.
La fine del mito del volume a ogni costo
“Creare una stazione che suona bene è molto più che spingere il processing al massimo con l’obiettivo di essere il più forte sulla banda”, dichiara Frank Foti, sottolineando come le moderne tecnologie consentano di raggiungere elevati livelli di loudness senza compromettere necessariamente la qualità audio.
Il fattore fastidio
La tesi centrale dell’analisi di Foti riguarda l’esistenza di un vero e proprio fattore di fastidio che può influenzare inconsciamente il comportamento dell’ascoltatore. L’elemento è particolarmente interessante perché interviene a livello psicologico prima ancora che tecnico.
La sensazione di affaticamento che aumenta la probabilità di cambiare stazione
L’ascoltatore potrebbe non essere in grado di identificare il problema, ma il cervello percepisce comunque una sensazione di affaticamento che aumenta la probabilità di cambiare stazione.
THD e IMD: le due facce della distorsione
Gli elementi che Foti oppone sono la THD (Total Harmonic Distortion), ovvero la distorsione armonica che si manifesta quando il clipping viene spinto oltre determinati limiti e, fattispecie ritenuta ancora più insidiosa, la IMD (Intermodulation Distortion), generata quando diverse componenti dello spettro audio iniziano a influenzarsi reciprocamente attraverso processi di modulazione.
Secondo Foti, proprio l’IMD rappresenta una delle principali cause di affaticamento d’ascolto.
Quando il suono diventa “busy”
Foti descrive il fenomeno facendo riferimento ai compressori audio impostati con tempi di attacco e rilascio particolarmente rapidi: in queste condizioni il segnale può assumere una sonorità che molti tecnici definiscono “busy“ o “bizzy“. “Questo accade perché il segnale di controllo del compressore opera a una frequenza vicina a quella dello spettro audio, regolando l’audio così velocemente che l’orecchio lo percepisce in modo fastidioso“, afferma Frank Foti.ì
La soglia invalicabile del fastidio
La riflessione diventa ancora più interessante quando Foti collega la densità sonora alla risposta cognitiva dell’ascoltatore. Pur riconoscendo che molti professionisti del settore apprezzano sonorità estremamente dense e aggressive, il progettista americano sostiene che esista una soglia oltre la quale il cervello reagisce negativamente.
L’audio “costipato”
“Quando il cervello percepisce un segnale denso, reagisce negativamente e inizia a disimpegnarsi”, osserva Frank Foti. Una condizione che egli definisce in maniera provocatoria “audio costipato“, espressione destinata probabilmente a entrare nel lessico tecnico del processing broadcast.

Il ruolo del clipper finale
Un altro passaggio centrale dell’analisi riguarda il cosiddetto final limiter o clipper, ossia l’ultimo stadio della catena di elaborazione audio. Secondo Foti, i progressi dell’elaborazione digitale hanno consentito enormi miglioramenti nella gestione della distorsione armonica. Tuttavia, il problema della distorsione da intermodulazione continua a manifestarsi anche nei sistemi più sofisticati. Il risultato è spesso un audio molto denso e apparentemente potente, ma caratterizzato da elementi che possono contribuire alla perdita di ascolto nel lungo periodo.
I limiti della FFT
Particolarmente interessante è l’analisi dedicata all’impiego della Fast Fourier Transform (FFT) nei moderni processori audio. La FFT ha consentito di raggiungere livelli elevatissimi di controllo sullo spettro sonoro e sulla riduzione della THD. Ma, secondo Foti, questa tecnologia presenta anche alcuni effetti collaterali. “Sebbene la FFT garantisca una THD molto bassa, il livello di IMD rimane comunque in una fascia sottilmente fastidiosa”, spiega il progettista. Tra i fenomeni evidenziati emerge il cosiddetto transient smearing, ossia la perdita di naturalezza e definizione nei transienti più rapidi.
Un nuovo paradigma per il processing broadcast
Da queste considerazioni nasce il nuovo approccio sviluppato da Omnia Audio: l’obiettivo dichiarato è combinare tre caratteristiche tradizionalmente difficili da ottenere contemporaneamente: alta loudness, bassa THD e riduzione dell’IMD, preservando al contempo la trasparenza dei transienti. Secondo Foti, il risultato finale è una firma sonora più aperta, naturale e meno affaticante all’ascolto.
La retention come metrica tecnica
L’aspetto forse più innovativo dell’intervento riguarda il collegamento diretto tra audio processing e metriche di ascolto. Tradizionalmente la listener retention e il Time Spent Listening (TSL) vengono considerati indicatori prevalentemente editoriali. Foti propone invece una lettura diversa. “Questo favorirà un ascolto più lungo, poiché la ragione sottile che induce a cambiare stazione è stata rimossa”, sostiene Frank Foti illustrando il nuovo sistema implementato nel processore Omnia.XII.
Una riflessione che interessa tutto il settore
Al di là degli aspetti commerciali legati al lancio di una nuova piattaforma tecnologica, il contributo di Frank Foti pone una questione rilevante per l’intero comparto radiofonico. In un contesto nel quale la radio deve competere con un’offerta audio praticamente infinita, la qualità percepita dell’esperienza sonora potrebbe diventare un elemento strategico tanto quanto il contenuto editoriale.
Dalla qualità del suono al valore economico dell’ascolto
Una prospettiva che riporta al centro dell’attenzione il ruolo dell’audio processing non soltanto come strumento di loudness e presenza in banda, ma come leva capace di incidere direttamente sulla permanenza dell’ascoltatore e, quindi, sul valore economico dell’audience. (E.G. per NL)


































