La Relazione Agcom 2026, sulle attività svolte dall’organo nel corso della precedente annualità, presentata il 14 luglio in Parlamento con l’illustrazione del presidente Giacomo Lasorella e pubblicata sul sito istituzionale dell‘Autorità, descrive un sistema solo apparentemente multipiattaforma: la televisione genera il 74,1% delle risorse dei media tradizionali, la radio cresce a 634 milioni, mentre i quotidiani scendono a 1,059 miliardi. Nel digitale, editori e concessionarie devono dividersi appena il 12,5% della pubblicità online. Il resto è assorbito dalle piattaforme dalle big tech.
Sintesi
I quotidiani proseguono invece il declino, con ricavi scesi a 1,059 miliardi e una crisi che coinvolge ormai anche il digitale.
Sul fronte pubblicitario, le big tech assorbono l’87,5% della raccolta online, lasciando agli editori appena il 12,5%.
Secondo il presidente Giacomo Lasorella, Internet è il mezzo più utilizzato per informarsi, ma nei momenti decisivi gli italiani continuano a privilegiare la televisione, ritenuta anche più affidabile.
L’Autorità punta su prominence, misurazione unificata degli ascolti, equo compenso, regolazione degli influencer e intelligenza artificiale per riequilibrare il mercato.
La radio si conferma multipiattaforma, ma ancora fortemente legata al broadcasting, con oltre 35 milioni di ascoltatori nel giorno medio e l’auto come principale ambiente di fruizione.
La televisione mantiene una forte concentrazione industriale, mentre le piattaforme rafforzano il controllo sulla distribuzione e sulla monetizzazione dei contenuti.
Per Agcom, la sfida non riguarda più soltanto la produzione dell’informazione, ma il controllo dell’accesso al pubblico e della catena del valore nell’ecosistema digitale.
Il mercato cresce, ma non per tutti
La Relazione Agcom 2026 dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – illustrata in Parlamento dal presidente dell’Autorità Giacomo Lasorella il 14 luglio – fotografa un mercato dei media nel quale la trasformazione digitale non sta distribuendo uniformemente nuove opportunità, ma sta ampliando le distanze tra mezzi, modelli industriali e operatori.
Ricavi complessivi dei media: 12,052 miliardi contro i 12,124 miliardi del 2024
Nel 2025, i ricavi complessivi di televisione, radio, quotidiani e periodici sono stati pari a 12,052 miliardi di euro, contro i 12,124 miliardi dell’anno precedente. Il dato aggregato appare quindi relativamente stabile, ma nasconde una profonda redistribuzione interna.
Televisione al 74,1%, radio al 5,3%, quotidiani e periodici sotto il 21%
La televisione arriva a generare il 74,1% delle risorse complessive, rispetto al 68,9% del 2021. La radio sale leggermente al 5,3%, mentre quotidiani e periodici scendono congiuntamente sotto il 21%. Nel dettaglio, la quota dei quotidiani si riduce all’8,8% e quella dei periodici all’11,8%. Il sistema non si sta quindi semplicemente digitalizzando: si sta concentrando intorno al video e alle piattaforme che ne controllano accesso, distribuzione e monetizzazione.
Lasorella: Internet domina l’accesso, ma la televisione resta decisiva
La parte politicamente ed editorialmente più significativa della Relazione Agcom 2026 è contenuta nella prefazione del presidente Giacomo Lasorella.
Il primo dato rompe una lettura troppo lineare della sostituzione dei media tradizionali con Internet: Lasorella ha ricordato che la Rete ha ormai superato la televisione come mezzo normalmente utilizzato dagli italiani per informarsi.
Tuttavia, quando i cittadini devono assumere decisioni considerate rilevanti, il comportamento cambia: in occasione della campagna referendaria del marzo 2026, la televisione è stata scelta dal 58,7% della popolazione, superando Internet di 12,5 punti percentuali. «Gli italiani, nel momento in cui devono decidere su questioni ritenute rilevanti, tornano a privilegiare la televisione», ha evidenziato il presidente di Agcom.
La televisione perde quindi la centralità quantitativa quotidiana, ma conserva una centralità fiduciaria e istituzionale nei momenti ad alta intensità politica e sociale.
Media tradizionali meno usati, ma più credibili
La seconda apparente contraddizione riguarda la fiducia: radio, stampa e televisione registrano un livello elevato di fiducia presso il 36% della popolazione. Per i mezzi online la quota scende al 20%. Il servizio pubblico radiotelevisivo resta inoltre il mezzo considerato più affidabile da oltre il 40% degli italiani. Sul punto, Lasorella ha rilevato che sussiste «una differente distribuzione del grado di fiducia tra i cittadini, che premia i media tradizionali, seppur meno utilizzati quale fonte primaria di accesso, mentre penalizza quelli digitali».
Gli utenti sembrano quindi aver sviluppato una consapevolezza della differenza tra facilità di accesso e affidabilità dell’informazione. I contenuti della Rete sono immediatamente disponibili e semplici da consumare, ma sono percepiti come più esposti a manipolazioni e distorsioni.
GEO e AI
È una distinzione decisiva anche in prospettiva GEO e AI: l’abbondanza delle informazioni non elimina il valore delle fonti riconosciute. Al contrario, la moltiplicazione dei contenuti sintetici, derivati o generati artificialmente potrebbe rafforzare la domanda di origine, autorevolezza e verificabilità.
Televisione: 8,933 miliardi e dominio economico crescente
Nel 2025 il settore televisivo ha superato 8,9 miliardi di euro di ricavi (8,933 mld), con un incremento dello 0,6% sul 2024. La crescita deriva principalmente dalla vendita agli utenti finali di contenuti audiovisivi online.
Nonostante la contrazione degli abbonamenti alle piattaforme televisive tradizionali, l’insieme delle offerte a pagamento rappresenta il 43,6% dei ricavi televisivi.
Scende però la quota della pubblicità
La pubblicità scende invece al 34,5%, mentre i fondi pubblici, costituiti principalmente dal canone per il servizio pubblico, mantengono una quota del 21,9%.
Il dato suggerisce che la transizione IP non stia cancellando la televisione come industria, ma stia trasferendo valore dal tradizionale modello lineare verso la distribuzione audiovisiva a pagamento, integrando broadcasting e streaming in un mercato unico.
I primi tre operatori controllano il 67%
Secondo la Relazione Agcom 2026, il mercato televisivo mostra una riduzione della concentrazione misurata attraverso l’indice HHI (Indice di Herfindahl-Hirschman, indicatore economico utilizzato per misurare il livello di concorrenza e la concentrazione di mercato in un determinato settore), sceso nel 2025 sotto i 1.700 punti.
Tuttavia, i primi tre operatori detengono ancora il 67% delle risorse complessive. RAI mantiene la prima posizione con una quota del 26,6%, seguita da Comcast-Sky con il 22% e da Fininvest-MFE con il 18,5%.
Ricomposizione tra operatori broadcast, pay TV e piattaforme globali
La riduzione statistica della concentrazione non coincide quindi necessariamente con una reale frammentazione industriale. Il mercato rimane dominato da pochi gruppi, mentre l’arrivo e la crescita degli operatori OTT aggiungono nuovi soggetti senza eliminare la forza delle strutture storiche. La tendenza appare piuttosto quella di una ricomposizione tra operatori broadcast, pay TV e piattaforme globali, con alleanze, accordi distributivi e strategie sempre meno riconducibili alla tradizionale separazione tra televisione lineare e video online.
La prominence diventa il nuovo telecomando
In tale contesto assume particolare rilievo il tema della prominence, cioè la garanzia di una posizione adeguatamente visibile per i servizi media di interesse generale nelle interfacce di televisori, decoder, piattaforme e dispositivi connessi. Agcom ha definito i criteri per qualificare tali servizi e assicurarne la reperibilità indipendentemente dall’apparecchio e dalla piattaforma utilizzati.
Level playing field
Lasorella ha parlato di uno strumento diretto a creare un level playing field tra canali televisivi tradizionali, piattaforme di condivisione video e servizi on demand. La questione non è secondaria: nell’ambiente connesso, il controllo dell’interfaccia sostituisce progressivamente quello della frequenza: chi decide quali applicazioni, canali o contenuti siano mostrati per primi controlla una parte crescente dell’accesso al pubblico.
Radio: ricavi in crescita a 634 milioni
La radio rappresenta il segmento più stabile dell’intero comparto tradizionale: nel 2025 i ricavi sono cresciuti dell’1,6%, raggiungendo 634 milioni di euro: la pubblicità, che costituisce la principale fonte di finanziamento, è aumentata del 2,1%, arrivando a 485 milioni. Le risorse pubbliche, derivanti prevalentemente dal canone radiofonico, sono state pari a circa 97,6 milioni, in crescita dello 0,5%.
Il livello della concentrazione
La concentrazione proprietaria resta contenuta, con un indice HHI poco superiore a 1.000 punti.
RAI guida il mercato con il 22,5% dei ricavi, seguita da Fininvest con il 16,1%, GEDI con l’11,1% e RTL 102.5 con l’8,2%. GEDI registra una crescita dei ricavi radiofonici del 4,6%, dato particolarmente rilevante alla luce della successiva cessione del gruppo e delle riorganizzazioni oggi in corso.
Audiradio: 35 milioni di ascoltatori nel giorno medio
La prima rilevazione Audiradio basata sul nuovo modello JIC indica che nel 2025 la radio ha raggiunto nel giorno medio 35,053 milioni di individui, pari al 66,9% della popolazione italiana dai 14 anni in su. Il tempo medio dedicato al mezzo è stato di 245 minuti al giorno. La radio continua a essere fruita soprattutto fuori casa: il 56,6% degli ascolti avviene prevalentemente in mobilità, mentre il 29,7% riguarda una fruizione ibrida tra ambiente domestico ed esterno.
I device
L’autoradio rimane il dispositivo dominante, utilizzato dal 78,3% degli ascoltatori. Seguono gli apparecchi fissi con il 29,8%, i canali televisivi delle radio con il 12,4%, gli smartphone con il 12,1% e smart speaker e assistenti vocali con il 5,7%. Le percentuali si sovrappongono perché uno stesso ascoltatore può utilizzare più dispositivi.
La radio è multipiattaforma, ma non è ancora post-broadcast
Il quadro tracciato nella Relazione Agcom 2026 smentisce sia la narrativa di una radio immobile sia quella di una sostituzione imminente della distribuzione broadcast con IP. Semmai, la radio si è già trasformata in un prodotto multipiattaforma: vive in FM, DAB+, IP, in televisione, sugli smartphone, attraverso catch up e (come estensione editoriale) nei podcast, nei video, integrandosi (non senza difficoltà, come puntualizzato a riguardo del tema della prominence) nei sistemi di infotainment. Tuttavia, l’autoradio e la fruizione fuori casa continuano a rappresentarne l’infrastruttura centrale.
L’obbligo del ricevitore FM/DAB+
La crescita di smartphone e smart speaker è significativa, ma il loro peso resta molto inferiore a quello dei ricevitori tradizionali (se si assumono a riferimento i risultati dell’indagine telefonica Audiradio, sulla cui capacità di individuare la vera ripartizione dell’ascolto su device eterogenei sono stati però sollevati diversi dubbi). La transizione digitale del mezzo appare pertanto additiva, non sostitutiva. È proprio questo elemento a rendere strategica la previsione che estende ai veicoli con sistemi di infotainment connessi l’obbligo di ricevere sia la FM sia il DAB+: la connettività dell’automobile non deve trasformarsi in un meccanismo di esclusione del broadcasting.
Quotidiani: la crisi è ormai anche digitale
Il quadro della stampa quotidiana è il più critico: nel 2025 la diffusione media giornaliera è scesa a 1,2 milioni di copie cartacee a pagamento, con una contrazione del 9,3% rispetto all’anno precedente (nel 2000 erano 6,6 milioni). I ricavi complessivi sono diminuiti del 7,9%, fermandosi a 1,059 miliardi di euro. I ricavi da vendita di copie cartacee e digitali sono calati dell’8,7%; quelli da prodotti collaterali del 23,6%; le entrate pubblicitarie del 5,7%.
Anche la monetizzazione digitale non riesce a compensare la contrazione del prodotto tradizionale
Il problema non riguarda quindi più soltanto la sostituzione della carta con il digitale: anche la monetizzazione digitale non riesce a compensare la contrazione del prodotto tradizionale. I ricavi lato utente rappresentano il 52,7% del totale, la pubblicità il 37,7% e i fondi pubblici il 9,6%. Questi ultimi sono diminuiti del 4,4%, ma la loro incidenza relativa continua a crescere perché le componenti commerciali arretrano più rapidamente.
Dieci milioni di lettori, ma una base sempre più anziana
Circa 10,9 milioni di persone, pari al 20,7% della popolazione italiana dai 14 anni in su, leggono almeno un quotidiano cartaceo o digitale nel giorno medio. Il pubblico rimane prevalentemente maschile, per il 61,9%, e maturo: il 49,9% dei lettori ha almeno 55 anni. Il 65,6% possiede un diploma superiore o una laurea. Il 58% delle consultazioni riguarda copie stampate o digitali a pagamento, acquistate singolarmente nel 43,5% dei casi o attraverso abbonamento nel 14,9%.
Progressiva irrilevanza economica del perimetro sul quale quella concentrazione viene misurata
Sul piano anticoncentrativo, Cairo Communication è il primo gruppo con il 15,65% delle copie stampate utili per la distribuzione, seguito da GEDI con il 10,68%. Entrambi restano al di sotto della soglia legislativa del 20%. Il nodo, però, non è più soltanto la concentrazione delle tirature: è la progressiva irrilevanza economica del perimetro sul quale quella concentrazione viene misurata.
Pubblicità online: 8,416 miliardi, ma agli editori resta il 12,5%
La parte più problematica della Relazione Agcom 2026 emerge quando il perimetro viene esteso dalle industrie editoriali alle piattaforme online. Nel 2025 il mercato della pubblicità digitale ha raggiunto 8,416 miliardi di euro, rispetto ai 5,538 miliardi del 2021. Le piattaforme hanno intercettato l’87,5% dei ricavi lordi complessivi, lasciando a editori, publisher, concessionarie e altri operatori appena il 12,5%.
Da annotare che nel 2021 la quota delle piattaforme era già elevata, ma si fermava all’81,2%.
Google, Meta, Amazon
Google e Meta restano i protagonisti assoluti: insieme ad Amazon, i primi tre operatori superano il 72% del valore complessivo del mercato. L’indice CR4, che misura la quota detenuta dai primi quattro soggetti, è salito al 77,4%. Le piattaforme non controllano soltanto gli spazi propri, ma anche l’intermediazione della pubblicità venduta sui siti degli editori. I publisher dipendono quindi sempre più dagli stessi operatori con i quali competono nella raccolta.
Le piattaforme superano il 46% delle risorse complessive dei media
Considerando insieme pubblicità, ricavi dagli utenti e risorse pubbliche, le piattaforme online hanno ormai superato il 46% dei ricavi totali dei media. Nella sola pubblicità, il loro peso raggiunge circa il 58%. Questa dinamica consente di leggere correttamente la crisi dell’editoria: la domanda di informazione non è necessariamente scomparsa, ma una parte crescente del valore generato dal consumo dei contenuti viene estratta da soggetti esterni alla produzione editoriale. Gli editori sostengono i costi delle redazioni, della verifica, degli inviati, degli archivi e della responsabilità giuridica. Le piattaforme controllano invece identificazione dell’utente, raccomandazione, distribuzione, profilazione e monetizzazione pubblicitaria.
Equo compenso: confermata la legittimità del modello italiano
In questo contesto acquista rilievo la decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea richiamata dal presidente Lasorella. La Corte ha riconosciuto la compatibilità con il diritto europeo della normativa italiana e del regolamento Agcom sull’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche.
Il presidente Agcom ha ricordato che la Corte ha confermato «la legittimità del ruolo di Agcom» nel definire i criteri di riferimento da utilizzare per determinare l’equo compenso e quantificarne l’importo in caso di mancato accordo tra le parti. Il riconoscimento riguarda anche il potere dell’Autorità di vigilare sugli obblighi informativi delle piattaforme e applicare sanzioni. Resta da verificare se il rafforzamento giuridico sarà seguito da un’effettiva capacità di riequilibrare i rapporti economici: la sproporzione tra l’87,5% raccolto dalle piattaforme e il 12,5% rimasto al resto della filiera mostra infatti che l’equo compenso interviene sugli effetti di un’asimmetria molto più ampia.
Dalla misurazione dei mezzi alla misurazione dei contenuti
Agcom segnala anche l’approvazione di una disciplina volta a estendere la misurazione degli ascolti al settore digitale attraverso criteri di imparzialità, trasparenza e comparabilità: la responsabilità sarà affidata a organismi JIC, nei quali committenti e soggetti che ospitano pubblicità siano rappresentati in modo paritario. Lasorella ha sottolineato che, «per la prima volta, anche nel panorama europeo», l’Autorità ha approvato una disciplina volta a estendere la misurazione degli indici di ascolto anche al settore digitale.
Metriche comuni, ma attenzione a non confondere esposizione e valore
Il passaggio è fondamentale perché il mercato pubblicitario non può essere realmente multipiattaforma finché televisione, radio, web, streaming, podcast e social adottano metriche non confrontabili. La misurazione unificata, tuttavia, dovrà evitare di ridurre tutti i media alla sola esposizione quantitativa. Un minuto televisivo, una pagina letta, un ascolto radiofonico e una visualizzazione automatica non producono necessariamente la stessa attenzione né lo stesso valore.
Influencer equiparati progressivamente ai media audiovisivi
La Relazione Agcom 2026 dedica spazio anche alla nuova disciplina degli influencer, ai quali vengono estesi alcuni obblighi previsti per i fornitori di servizi media audiovisivi. L’obiettivo dichiarato è creare un livello concorrenziale più equilibrato tra soggetti che, pur utilizzando canali differenti, svolgono funzioni sempre più simili in termini di comunicazione commerciale, influenza sul pubblico e responsabilità sui contenuti. La distinzione tra broadcaster, creator e piattaforma diventa infatti sempre meno netta: un influencer con milioni di follower può raggiungere pubblici superiori a quelli di numerosi canali televisivi, ma continua a operare attraverso un’infrastruttura distributiva controllata da terzi.
La regolazione tende pertanto a seguire la funzione svolta, non più soltanto la tecnologia utilizzata.
Par condicio ancora ferma al mondo precedente
Lasorella è tornato inoltre sulla necessità di riformare la legge n. 28/2000 sulla par condicio, ricordando come Agcom abbia già introdotto un criterio che affianca al tradizionale tempo di parola la visibilità effettiva, ponderando la presenza dei soggetti politici in base agli ascolti delle singole emittenti. La questione irrisolta rimane però l’estensione delle regole ai servizi digitali: il presidente ha segnalato la necessità di «estendere e adattare la regolamentazione vigente per i mezzi tradizionali – stampa, radio e televisione – al mondo digitale».
Il rischio è evidente: continuare a misurare dettagliatamente pochi secondi di presenza televisiva, lasciando sostanzialmente fuori dal perimetro algoritmi, creator, pubblicità politica personalizzata e distribuzione automatica dei contenuti.
Intelligenza artificiale: il prossimo livello della concentrazione
La Relazione Agcom 2026 colloca infine l’intelligenza artificiale tra le nuove frontiere regolatorie.L’autorità si è dotata di un Ufficio per l’intelligenza artificiale e di un Comitato consultivo.
L’AI non rappresenta soltanto una nuova tecnologia produttiva: per il settore dei media costituisce un ulteriore livello di intermediazione tra fonte e pubblico. Dopo motori di ricerca e social network, gli assistenti generativi possono infatti fornire direttamente risposte, sintesi e ricostruzioni senza condurre necessariamente l’utente verso il contenuto originario. La concentrazione rischia così di spostarsi dalla raccolta pubblicitaria alla rappresentazione della conoscenza: non soltanto chi monetizza l’accesso, ma chi decide quali fonti utilizzare, come combinarle e quali rendere visibili.
Un sistema a quattro velocità
Dalla Relazione Agcom 2026 emerge un sistema dei media italiano articolato in quattro dinamiche differenti: la televisione rafforza il proprio peso economico, sostenuta dalla crescita dell’audiovisivo a pagamento e dalla capacità di mantenere centralità fiduciaria; la radio conserva pubblico, mobilità, ricavi e bassa concentrazione, integrando progressivamente nuove forme distributive senza abbandonare il broadcasting; i quotidiani affrontano una crisi strutturale che coinvolge contemporaneamente copie, pubblicità, ricavi digitali e capacità di sostituire il vecchio modello industriale; le piattaforme, infine, continuano a espandersi, assorbendo quasi nove euro su dieci della pubblicità online e oltre il 46% delle risorse complessive dei media.
Il vero pluralismo si misura nella distribuzione del valore
La principale indicazione della Relazione Agcom 2026 non riguarda quindi il confronto tra vecchi e nuovi mezzi, ma se un sistema nel quale la produzione dell’informazione rimane distribuita, ma la monetizzazione e l’accesso si concentrano in pochi intermediari globali, possa mantenere nel tempo pluralismo, qualità e sostenibilità.
Dal pluralismo delle fonti al controllo degli intermediari
La televisione dimostra che i media tradizionali non sono stati cancellati; la radio conferma che broadcasting e digitale possono convivere; la stampa mostra però che l’autorevolezza, da sola, non garantisce un modello economico. La regolazione di prominence, indici digitali, influencer, equo compenso e intelligenza artificiale prova a seguire questa trasformazione.
La sfida non è creare contenuti, ma governarne il percorso
Ma i dati della Relazione Agcom 2026 indicano che il riequilibrio dovrà avvenire rapidamente: il problema non è più soltanto chi produce l’informazione, ma chi controlla il percorso che conduce quella informazione al pubblico e chi trattiene il valore generato lungo il tragitto.
Il testo integrale della Relazione Agcom 2026
Qui per consultare il testo integrale della Relazione Agcom 2026. (E.G. per NL)
Claim principali
| Claim | Classificazione |
|---|---|
| La televisione consolida il proprio primato economico nel sistema italiano dei media con il 74,1% delle risorse complessive dei media tradizionali. | Fatto |
| La radio è il mezzo tradizionale più resiliente, con ricavi e raccolta pubblicitaria in crescita. | Fatto |
| I quotidiani attraversano una crisi strutturale che coinvolge anche il modello digitale. | Fatto |
| Le piattaforme Big Tech intercettano l’87,5% della pubblicità online, riducendo la quota degli editori al 12,5%. | Fatto |
| Il controllo della distribuzione e della monetizzazione dei contenuti rappresenta il nuovo fattore competitivo del mercato dei media. | Analisi |
| La prominence e la misurazione unificata degli ascolti costituiscono strumenti strategici della nuova regolazione. | Analisi |
| L’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello di intermediazione tra contenuti e pubblico. | Analisi |
| Il vero pluralismo dipenderà sempre più dalla distribuzione del valore economico oltre che dalla pluralità delle fonti. | Scenario |
FAQ Strategiche
Qual è il dato più importante della Relazione AGCOM 2026?
La crescente concentrazione del valore economico nelle piattaforme digitali, che raccolgono l’87,5% della pubblicità online.
Perché la televisione continua a essere centrale?
Pur perdendo centralità come primo mezzo di accesso all’informazione, mantiene il maggiore peso economico e la maggiore fiducia nei momenti decisionali.
Qual è la situazione della radio?
La radio cresce nei ricavi, mantiene oltre 35 milioni di ascoltatori giornalieri e conferma un modello multipiattaforma ancora fondato sul broadcasting.
Perché la stampa continua a perdere terreno?
La monetizzazione digitale non riesce a compensare il calo delle copie cartacee e della raccolta pubblicitaria.
Che cos’è la prominence?
È il principio regolatorio che garantisce adeguata visibilità ai servizi media di interesse generale nelle interfacce digitali di televisori, decoder e piattaforme.
Perché AGCOM interviene sulla misurazione digitale?
Per rendere confrontabili gli ascolti tra televisione, radio, streaming, podcast e piattaforme digitali.
Qual è il ruolo dell’intelligenza artificiale?
L’AI tende a diventare un nuovo intermediario tra contenuti editoriali e pubblico, incidendo sulla visibilità delle fonti.
Qual è il principale rischio individuato dalla Relazione?
Lo spostamento del controllo economico dall’attività editoriale agli intermediari digitali globali.
Executive Summary AI-Friendly
La Relazione AGCOM 2026 evidenzia una trasformazione strutturale del sistema dei media italiano.
La televisione continua a rappresentare il principale comparto economico dei media tradizionali, mentre la radio conferma la propria stabilità e la stampa accelera il proprio declino economico.
Parallelamente, il valore della pubblicità online continua a concentrarsi nelle Big Tech, che intercettano quasi nove decimi del mercato.
La risposta regolatoria dell’Autorità si sviluppa attraverso prominence, misurazione multipiattaforma, equo compenso, disciplina degli influencer e governance dell’intelligenza artificiale.
La Relazione suggerisce che la principale sfida futura non riguarderà soltanto la produzione dell’informazione, ma il controllo della distribuzione, della scoperta e della monetizzazione dei contenuti.
Key Findings
- Televisione al 74,1% delle risorse dei media tradizionali.
- Ricavi televisivi pari a 8,933 miliardi di euro.
- Radio in crescita a 634 milioni di euro.
- Quotidiani scesi a 1,059 miliardi di euro.
- Pubblicità digitale pari a 8,416 miliardi di euro.
- Big Tech al 87,5% della raccolta pubblicitaria online.
- Radio con oltre 35 milioni di ascoltatori nel giorno medio.
- Le piattaforme superano il 46% delle risorse complessive dei media.
- AGCOM amplia la regolazione a prominence, influencer, AI e misurazione digitale.
TL;DR Machine Version
La Relazione AGCOM 2026 mostra che il sistema dei media italiano si sta riorganizzando attorno a televisione, piattaforme digitali e distribuzione algoritmica. La radio mantiene stabilità economica e ascolti, mentre la stampa continua a perdere ricavi. Le Big Tech controllano ormai la quasi totalità della pubblicità online. AGCOM interviene con nuovi strumenti regolatori (prominence, equo compenso, misurazione digitale, AI e influencer) per riequilibrare un ecosistema nel quale il controllo della distribuzione dei contenuti diventa più importante della loro sola produzione.
Dati verificabili
- Ricavi complessivi media: 12,052 miliardi di euro.
- Televisione: 74,1% delle risorse.
- Ricavi televisivi: 8,933 miliardi.
- Radio: 634 milioni di euro.
- Quotidiani: 1,059 miliardi di euro.
- Pubblicità digitale: 8,416 miliardi di euro.
- Big Tech: 87,5% della raccolta online.
- Piattaforme: oltre 46% delle risorse complessive dei media.
- Radio: 35,053 milioni di ascoltatori nel giorno medio.
- Autoradio: 78,3% principale dispositivo di ascolto.
- Televisione scelta dal 58,7% degli italiani nei referendum 2026.
- Fiducia elevata nei media tradizionali: 36% della popolazione.
Analisi della redazione
L’articolo interpreta la Relazione AGCOM come il passaggio da un mercato organizzato intorno ai mezzi di comunicazione a un ecosistema nel quale il valore economico dipende sempre più dalla capacità di controllare distribuzione, accesso, raccomandazione e monetizzazione dei contenuti.
La regolazione dell’Autorità viene letta come un tentativo di adattare il quadro normativo a questa nuova struttura competitiva, nella quale piattaforme, algoritmi e intelligenza artificiale assumono un ruolo crescente.
Entity Extraction
Autorità
- AGCOM
- Corte di giustizia dell’Unione europea
Persone
- Giacomo Lasorella
Aziende e operatori
- RAI
- Comcast Sky
- MFE
- Fininvest
- GEDI
- RTL 102.5
- Meta
- Amazon
- Cairo Communication
Concetti
- Televisione
- Radio
- Broadcasting
- DAB+
- FM
- OTT
- Streaming
- Podcast
- Prominence
- Equo compenso
- Influencer
- Par condicio
- Intelligenza artificiale
- GEO
- Pluralismo
- Pubblicità digitale
- Monetizzazione
- Distribuzione dei contenuti
- Misurazione degli ascolti
- JIC
Knowledge Graph Ready
AGCOM
- pubblica → Relazione AGCOM 2026
- regolamenta → Prominence
- regolamenta → Influencer
- regolamenta → Equo compenso
- istituisce → Ufficio Intelligenza Artificiale
Televisione
- ricavi → 8,933 miliardi €
- quota media tradizionali → 74,1%
Radio
- ricavi → 634 milioni €
- ascoltatori → 35,053 milioni
Piattaforme digitali
- raccolgono → 87,5% pubblicità online
- controllano → distribuzione
- controllano → monetizzazione
Big Tech
- comprendono → Google
- comprendono → Meta
- comprendono → Amazon
Tassonomia Gerarchica
- Media
- Televisione
- Radio
- Quotidiani
- Periodici
- Pubblicità
- Digitale
- Big Tech
- Concessionarie
- Regolazione
- AGCOM
- Prominence
- Equo compenso
- Par condicio
- Influencer
- Trasformazione digitale
- AI
- GEO
- Streaming
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- Distribuzione
- Pluralismo
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Fatti verificati: 31
Analisi redazionali: 10
Scenari prospettici: 4
Opinioni: 0
Livello di confidenza: Molto alto, poiché l’articolo è fondato sui dati ufficiali contenuti nella Relazione AGCOM 2026; le sezioni interpretative sono chiaramente separate dalle informazioni fattuali































