Dopo le anticipazioni rese note tre settimane fa, Audiradio pubblica i volumi Q1 2026 e prepara la svolta elettronica con l’integrazione del pacchetto SDK nella piattaforme proprietarie per misurare l’ascolto differito (catch up) in affiancamento a quello lineare, misurato tradizionalmente col metodo dichiarativo CATI.
Ma mentre il settore guarda al futuro della rilevazione, resta irrisolta una domanda scomoda: perché la radio digitale viene conteggiata quando si ascolta, ma continua a essere esclusa quando si decide chi ha diritto a essere misurato?
Sintesi
La pubblicazione dei dati Audiradio Q1 2026 riporta al centro dell’attenzione il tema della misurazione degli ascolti radiofonici.
Mentre prosegue il percorso (non scevro da dubbi) verso l’introduzione della componente elettronica basata su tecnologia SDK per la rilevazione del consumo differito, emergono interrogativi sulla rappresentatività complessiva dell’indagine.
In un ecosistema ormai multipiattaforma, dove DAB+, DTT, IP sono parte integrante della distribuzione radiofonica, la rilevazione continua infatti a fondarsi su criteri di accesso legati alla possesso di infrastrutture FM.
Una scelta che lascia fuori i broadcaster nativi digitali e che – anche a causa di ventilate ulteriori restrizioni – potrebbe diventare il vero tema strategico di Audiradio 2027, ben oltre il dibattito sulla misurazione del catch up audio.
I dati arrivano, il dibattito resta aperto
Con la pubblicazione dei volumi relativi al Q1 2026, Audiradio compie un ulteriore passo nel percorso di consolidamento della nuova currency radiofonica italiana. I volumi riguardano, infatti, due periodi disallineati: quello compreso tra il 27 gennaio e il 13 aprile 2026 per le emittenti nazionali e il semestre mobile 14 ottobre 2025 – 13 aprile 2026 per le emittenti locali. Periodi distinti che, si suppone, chiuderanno la lunga fase di allineamento conseguente alla successione alla precedente indagine TER (Tavolo Editori Radio).
Eppure, proprio mentre il mercato prende confidenza con la rilevazione Audiradio, permangono interrogativi sull’architettura dell’indagine. Anzi, ne sopraggiungono altri.
L’attenzione sul futuro SDK
Gran parte della discussione tecnica si concentra, al momento, sull’introduzione della componente elettronica dell’indagine: il progetto (in linea con le prescrizioni dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) elaborato prevede l’utilizzo di tecnologia SDK (Software Development Kit) per rilevare il consumo differito di contenuti radiofonici già trasmessi in modalità lineare e successivamente fruiti on demand in modalità catch up.
Una prospettiva che rappresenta, certamente, un’importante evoluzione metodologica.
Partenza effettiva quasi certamente per il 2027. Entrata a regime difficilmente prima del 2028
Tuttavia, a prescindere dai dubbi sul perimetro della rilevazione elettronica – limitato agli ambienti proprietari, cioè app e sito, con esclusione delle piattaforme terze di hosting e distribuzione, come Spreaker, RSS.com, Spotify, Apple Podcast, Substack, ecc., che va bene per la tv ma poco si sposa con l’attuale modalità di fruizione audio (per l’85% fruito presso piattaforme non captive) -, la sensazione dominante è che l’avvio operativo non si concretizzerà prima dell’edizione 2027 e che un’effettiva maturazione del sistema potrebbe richiedere tempi ulteriori.
Con ogni probabilità, quindi, il mercato non vedrà una piena integrazione tra la misurazione dell’ascolto lineare e del consumo differito prima del 2028.
Il convitato di pietra: i broadcaster nativi digitali
Così, mentre, a latere dei dati Q1 2026, si discute del futuro dell’ascolto on demand, appare sorprendentemente assente dal dibattito un altro tema: chi conteggia gli ascolti dei soggetti che legittimamente operano esclusivamente attraverso il DAB+?
La domanda non è marginale: negli ultimi anni il legislatore, il regolatore e l’industria hanno investito risorse considerevoli nella costruzione dell’ecosistema radiofonico digitale terrestre.
Sistema (ormai) consolidato
Sono stati assegnati diritti d’uso definitivi, sono stati costituiti e sviluppati i consorzi DAB locali, le coperture continuano ad ampliarsi (la maggior parte degli operatori di rete è entrata nella fase di capillarizzazione), il numero di ricevitori installati (quasi 17 milioni), soprattutto nel settore automotive, cresce costantemente e si è dibattuto a lungo sull’obbligo del must carry per il legittimo diritto dei fornitori indipendenti (che sono sostanzialmente nativi digitali) di essere trasportati sui mux nazionali. Eppure, sul piano della misurazione ufficiale, il paradigma continua a ruotare attorno alla presenza FM.
Una fotografia incompleta del mercato?
La questione assume rilievo perché la rilevazione degli ascolti non costituisce soltanto uno strumento statistico: essa rappresenta la principale infrastruttura informativa utilizzata dal mercato pubblicitario radiofonico. In altre parole, ciò che viene misurato esiste commercialmente; ciò che non lo viene rischia invece di restare invisibile agli investitori. Da questo punto di vista emerge un interrogativo sempre più difficile da ignorare.
Il paradosso dell’accesso monopiattaforma per una rilevazione multipiattaforma
Se il mezzo radiofonico italiano viene ormai descritto dagli stessi editori come un ecosistema composto da FM, DAB+, DTT, IP (declinato in app, smart speaker, connected car, aggregatori, ecc.), ha ancora senso costruire la rappresentazione ufficiale del mercato partendo esclusivamente dalla titolrità di diffusori FM?
La contraddizione della multipiattaforma
La contraddizione appare particolarmente evidente osservando la struttura stessa dell’indagine: Audiradio distingue infatti gli ascolti per device e per modalità di fruizione, riconoscendo esplicitamente il peso crescente delle piattaforme digitali. La rilevazione, pertanto, valuta un ascolto analogico e parallelamente uno digitale qualificato (smart speaker, smartphone, DTT, ecc.). Tuttavia, l’accesso è ancora limitato a operatori che dispongono di una presenza infrastrutturale analogica.
Italia unico mercato che discrimina i nativi DAB
Ne deriva una sorta di paradosso: si misura una radio sempre più digitale utilizzando criteri di ammissione che riflettono una radio prevalentemente analogica. All’estero non è mai così: in Francia, in Germania, in UK, solo per citare i mercati più evoluti, il digitale è monitorato a prescindere dalla presenza analogica. Che sia in un unico stream o in uno separato, i nativi digitali non sono fantasmi come in Italia.
Il nodo delle future restrizioni territoriali
A complicare ulteriormente il quadro vi è poi un’altra ipotesi che circola negli ambienti del settore: dal 2027 potrebbero essere introdotti criteri territoriali più restrittivi per le emittenti locali. In sostanza, a quel che si dice, la partecipazione all’indagine regionale verrebbe subordinata alla presenza di almeno un impianto FM in grado di illuminare una provincia della regione monitorata. Una logica che richiama quella già adottata nella partecipazione ai consorzi DAB locali, ma che, se applicata alla misurazione degli ascolti, rischia di produrre effetti destabilizzanti significativi.
La radio digitale conta solo quando si parla di distribuzione?
La questione apre un interrogativo più ampio: da anni il settore enfatizza la crescita delle coperture DAB+, l’espansione della radiovisione sul DTT e l’aumento degli ascolti disintermediati dalla reti broadcast. Le campagne promozionali insistono sulla natura multipiattaforma del mezzo radiofonico. Le concessionarie pubblicitarie valorizzano la capacità delle emittenti di raggiungere l’utente attraverso molteplici touchpoint.
Punto di osservazione (s)qualificato
Le stesse rilevazioni Audiradio documentano una quota crescente di ascolto che oltrepassa il tradizionale ricevitore FM. Se questo è il quadro industriale, appare inevitabile chiedersi perché la certificazione ufficiale del mercato continui a mantenere un punto di ingresso centrato sulla radiodiffusione analogica.
Il rischio di un ritardo culturale prima ancora che tecnologico
Il tema, in realtà, non riguarda soltanto le emittenti native digitali: riguarda la capacità dell’intero comparto di adeguare i propri strumenti di misurazione all’evoluzione reale dei consumi. La radio del 2026 non è più la radio del 2016 e probabilmente non è nemmeno più quella del 2023, anno in cui Audiradio è stata costituita per superare le criticità del precedente sistema TER.
La vera domanda non è solo come misurare, ma anche chi misurare
Il rischio è che l’innovazione metodologica si concentri esclusivamente sull’introduzione di nuove tecnologie di rilevazione, come gli SDK, senza affrontare una questione ancora più profonda: chi debba essere effettivamente rappresentato all’interno della currency ufficiale del mercato radiofonico italiano. L’intero territorio o il suo recinto?
La domanda che accompagnerà Audiradio 2027
Per il momento il settore, oltre ad analizzare i dati Q1 2026, continua, come detto, a osservare con attenzione l’evoluzione della componente elettronica dell’indagine e i futuri sviluppi della misurazione del catch up audio.
Eppure il vero tema dovrebbe essere un’altra: non tanto come misurare la radio digitale, quanto decidere chi abbia diritto ad essere misurato.
La partita si gioca sulla rappresentatività
Perché se il mercato radiofonico italiano è ormai multipiattaforma, come tutti sostengono, allora la questione della rappresentazione dei broadcaster nativi digitali non potrà restare ancora a lungo fuori dal dibattito.
E forse sarà proprio questo, più ancora della componente SDK, il tema destinato a segnare il percorso di Audiradio verso il 2027. E oltre. (M.L. per NL)





























