Radio. L’errore di guardarsi allo specchio dall’alto di un castello isolato, pensando di proteggere il sistema solo alzando il ponte levatoio

il sistema radiofonico sala del trono

C’è un’immagine che, in Italia, descrive lo stato attuale del comparto radiofonico apicale: un alto castello medievale assediato, con gli occupanti impegnati a discutere sulla disposizione delle sedie nella sala del trono, mentre, fuori, il nemico sta per sferrare l’attacco decisivo.

Il vertice del sistema radiofonico italiano insiste nel chiudersi in una logica autoreferenziale, mentre il mondo dell’audio è già radicalmente cambiato.
Il digital audio cresce grazie a advertising addressable e intelligenza artificiale, mentre la radio vende ancora prevalentemente spot da 30 secondi ancorati a dati raccolti con la metodologia CATI.
L’ascolto oggi è multipiattaforma e asincrono, distribuito tra smart speaker, connected car, podcast e piattaforme globali.
In questo scenario, il progetto SDK di Audiradio, che può rilevare solo gli ascolti differiti effettuati su app e siti proprietari, lasciando fuori tutte le piattaforme di riproduzione massiva come Spotify, YouTube, Apple Podcast, ecc. (dove si concentra gran parte dell’ascolto catch up), rischia di trasformarsi in un boomerang, misurando poche decine di download che potrebbero essere strumentalizzati per contestare proprio i dati CATI.
A peggiorare il quadro vi sono rumors su nuove restrizioni territoriali per le adesioni ad Audiradio 2027 e l’intollerabile permanenza della esclusione dei nativi digitali dalla currency ufficiale.
L’apice dell’ipocrisia, poi, è raggiunto con la guerra dei caratteri speciali negli station ID per scalare le liste delle autoradio, mentre le piattaforme globali conquistano il controllo dell’intermediazione audio, nell’indifferenza degli editori che, presi a curare il piccolo recinto, hanno scelleratamente lasciato fuori dalla prominence il device che gestisce la vita di tutti noi: lo smartphone.

Il mercato

Il mercato audio non è mai stato così diviso: da una parte ci sono i broadcaster tradizionali, impegnati in logoranti guerre di posizione volte più all’esclusione artificiosa di competitor omogenei che a far crescere il settore, nell’utopico tentativo di dividersi le medesime fette di una torta sempre più piccola.
Dall’altra, c’è il mercato digitale, che attraverso l’advertising addressable, gli algoritmi predittivi, l’intelligenza artificiale applicata alla pubblicità (sia nella profilazione degli utenti che nelle scelte di pianificazione pubblicitaria), il presidio di smart tv, automotive, piattaforme OTT, continua a crescere, intrigando gli investitori.
Il problema non è che questi due mondi non si parlano: è che uno dei due continua ostinatamente a fingere che l’altro non esista.

Il digital audio sta già cambiando il mercato

I dati pubblicitari mostrano una tendenza evidente: il comparto audio digitale continua a crescere, mentre la radio tradizionale difende con sempre maggiore difficoltà quote storiche, progressivamente erose.
Tuttavia, il problema non è soltanto economico, quanto culturale.

La radio pretende di misurare il futuro con strumenti del passato

Mentre le piattaforme digitali perfezionano strumenti di targeting basati su profilazione comportamentale, automazione AI-driven e contestualizzazione semantica, il sistema radiofonico italiano continua a fondarsi sulla sola metodologia CATI, cioè una rilevazione dichiarativa che pur mantenendo una propria validità metodologica, fatica ad accertare la complessità di un ascolto sempre più variegato.
Una metodica di accertamento essenziale (soprattutto per il comparto locale), ma che non può rimanere l’unica.

L’audio non è più lineare

Oggi l’audio è diventato liquido, asincrono e multipiattaforma: l’utente ascolta in diretta e in differita su smart speaker, smartphone, smart tv, pc, sistemi integrati per connected car (Android Auto, Apple CarPlay, DTS AutoStage, Samsung Auto e sistemi captive delle case automobilistiche), aggregatori, piattaforme video, feed RSS e social network. Consuma clip a/v, catch up, podcast derivati da programmi lineari e contenuti nativi digitali. E lo fa passando continuamente da un ecosistema all’altro.
Pensare di fotografare l’ascolto solo interrogando l’ascoltatore esclusivamente sul suo ricordo della fruizione, significa consegnare al mercato un accertamento incompleto. E quindi sempre meno credibile.

Il progetto SDK

Per correggere questo quadro imperfetto, su sollecitazione di Agcom, è stato quindi elaborato il progetto SDK di Audiradio, destinato a integrare la rilevazione dichiarativa con componenti elettroniche nel tentativo di intercettare la fruizione on demand, per poi estendersi a quella live, che dovrebbe essere l’obiettivo principale (posto che la radio è prima di tutto un mezzo lineare).
Una prospettiva che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto rappresentare una svolta storica.

Il rischio di un clamoroso boomerang

Sennonché c’è un gigantesco problema che all’evidenza molti non hanno percepito (a causa dell’assenza di spiegazioni puntuali, pur sollecitate) e che rischia di trasformare una potenziale innovazione in un clamoroso boomerang.

L’SDK può misurare solo una (piccolissima) parte del fenomeno

Il software development kit, infatti, può funzionare soltanto negli ambienti proprietari degli editori: app e siti web. Ed è qui che emerge il paradosso, perché una quota sempre più importante della somministrazione audio radiofonica differita (il cd. catch up) avviene ormai altrove: su Spotify, Apple Podcast, YouTube, Amazon Music, attraverso la mediazione di piattaforme di hosting e distribuzione come Spreaker e RSS.com, dove il pacchetto SDK non può essere integrato. Di conseguenza, il sistema rischia di misurare soltanto una frazione minima del consumo reale, ignorando proprio gli ambienti dove il grande pubblico fruisce dei contenuti differiti.

Una fotografia inevitabilmente incompleta

Il rischio concreto è quindi quello di introdurre una componente tecnologica sofisticata che finisca però per misurare soltanto una porzione minoritaria della fruizione effettiva. Quindi, non una soluzione, ma la premessa di una nuova distorsione sistemica. Peggio ancora: la misurazione parziale del catch up potrebbe alterare artificialmente gli equilibri competitivi finendo per elevare chi concentra la distribuzione in ambienti proprietari ed abbattendo chi ha sviluppato strategie multipiattaforma realmente coerenti con il consumo contemporaneo, sviluppando ascolti importanti su vettori terzi.

Autogol industriale

Un potenziale autogol industriale, oltre che statistico, con l’attesa di risultati fortemente sbilanciati e comunque tendenzialmente irrilevanti (secondo i tecnici interpellati da Newslinet, nell’ordine di qualche decina di download anche per brand importanti) che getterebbero discredito su un mezzo che, invece, già registra una percentuale interessante di ascolto differito, ma su piattaforme che non saranno rilevate dalla componente SDK, limitata agli ambienti proprietari. Addirittura, potrebbe accadere che qualcuno ceda alla sollecitazione (infondata, ma suggestiva) di utilizzare il dato SDK (inaffidabile per i limiti dedotti sopra) per correggere quello CATI, l’unico che regge il mercato radiofonico.

Scarsa affluenza

E’ quindi assolutamente prevedibile che la stragrande parte delle emittenti, dopo aver manifestato interesse senza però ricevere le chiarificazioni indispensabili, non accetterà di sottoporsi ad una rilevazione su queste basi, preferendo attendere soluzioni più congeniali per una  misurazione elettronica dell’ascolto, magari come quella adottata in Svizzera.

La follia delle restrizioni territoriali

Ma la chiusura autoreferenziale del sistema radiofonico italiano raggiunge livelli ancora più sorprendenti nel suo autogoverno. Secondo quanto risulta a questo periodico, dal 2027 potrebbero essere introdotte ulteriori restrizioni per la rilevazione Audiradio delle emittenti concessionarie FM al di fuori delle aree servite dalla diffusione analogica. Una prospettiva che appare surreale.

Nell’era globale si ragiona ancora come negli anni ’90

Nell’epoca della disintermediazione galoppante delle reti broadcast, delle connected car e degli smart speaker, della sollecitazione degli investimenti DAB, si continua a ragionare come se l’ascolto radiofonico fosse rigidamente vincolato alla copertura analogica. Eppure una radio oggi può essere ascoltata oltre la dimensione analogica, via IP, DAB+, DTT, sat. Limitare artificialmente la rappresentazione dell’ascolto alle aree servite dalla FM significa costruire deliberatamente una fotografia incompleta e inevitabilmente poco affidabile della realtà.
Senza considerare la contraddizione logica di voler integrare, dall’altra parte, la rilevazione on demand che è – naturalmente – esclusivamente IP.

L’assenza dei nativi digitali

Esiste poi un’altra enorme ed intollerabile distorsione: l’unico sistema di rilevazione degli ascolti continua a ignorare i fornitori di servizi di media radiofonici nativi digitali. Gli editori digitali puri – che spesso sostengono in quota rilevanti i costi dei consorzi DAB restano esclusi dalla currency ufficiale mentre il mercato pubblicitario sta già spostando investimenti verso forme di audio addressable, data-driven e fortemente personalizzate. È il classico riflesso difensivo delle industry consolidate: proteggere il recinto esistente invece di ridefinire il mercato.
Così facendo la radio italiana rischia di autoescludersi dal futuro dell’audio.

La guerra dei caratteri speciali

E poi c’è il capitolo più grottesco: quello dei caratteri speciali nelle denominazioni, utilizzati per scalare artificialmente le liste alfabetiche delle autoradio. Cancelletti, asterischi, underscore, virgole strategiche e artifici tipografici usati per conquistare visibilità sui display automotive.
Una distorsione che il regolatore conosce perfettamente da anni e rispetto alla quale continua però a muoversi con esasperante lentezza. Una situazione che rappresenta probabilmente la più evidente manifestazione dell’ipocrisia sistemica del comparto.

Il simbolo perfetto della decadenza

Un conformismo che vede da una parte l’organizzazione di tavoli sulla governance della misurazione dell’ascolto radiofonico per rendere sempre più selettiva l’iscrizione, mentre si tollera una manipolazione primitiva dell’ordinamento delle liste che altera concretamente la discoverability dei contenuti. Un problema che non è soltanto estetico, ma profondamente industriale, strategico e perfino competitivo.

La battaglia per la prominence

Nel nuovo ecosistema digitale la prominence è tutto. Lo ha evidenziato chiaramente anche il dibattito europeo sulla presenza della radio nei dashboard delle connected car: senza adeguata visibilità nei sistemi di bordo, il rischio concreto è che il ricevitore radiofonico obbligatorio finisca sepolto in sottomenu invisibili dominati dalle piattaforme globali. Senza considerare la follia di aver coltivato l’esclusione dello smartphone, cioè il principale punto di contatto tra l’utente ed il dashboard dell’automobile (e non solo), dall’elenco dei device destinatari delle misure della prominence dei servizi di interesse generale.

Discutere della disposizione delle tende mentre la nave affonda

Continuare a giocare con i caratteri speciali, escludere dalle rilevazioni dell’ascolto i nativi digitali e limitare l’analisi alla dimensione analogica, mentre Spotify, YouTube e gli aggregatori AI-driven conquistano il controllo dell’interfaccia utente equivale a discutere della disposizione delle tende mentre la nave affonda.

La vera paura del sistema

Alla fine il messaggio che rischia di passare è contrario a quello voluto: anziché rassicurare il mercato pubblicitario, si finisce per far pensare che il sistema radiofonico italiano sia terrorizzato dalla realtà.
Utopia allo stato puro: il mercato non aspetta le resistenze culturali della radio italiana, perché il digital audio cresce e la sua commercializzazione avviene ormai fuori dai confini nazionali.

Mentre la radio (italiana) è chiusa nel castello, il futuro dell’audio parla già il linguaggio dell’I.A.

L’intelligenza artificiale sta già ridefinendo targeting, creatività e distribuzione pubblicitaria: le piattaforme globali stanno occupando gli spazi strategici dell’intermediazione.
Nel frattempo, il sistema radiofonico italiano continua ad avvitarsi su se stesso, chiudendosi nell’alto castello, mentre fuori il mondo è già cambiato. Da tempo.

Podcast

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