Report EBU 2026: nel 2025 la radio raggiunge ogni settimana l’81,3% della popolazione europea e il 70,9% dei 15-24enni.
Tuttavia, dopo una breve fase di stabilizzazione, il tempo di ascolto torna a diminuire in tutte le fasce d’età.
E, per la prima volta, arretrano in modo evidente anche gli over 60, finora il pubblico radiofonico più resistente.
Sintesi
Il report Audience Trends: Radio 2026 di EBU Intelligence evidenzia che, nel 2025, la radio mantiene una reach settimanale dell’81,3% della popolazione europea, ma continua a perdere tempo di ascolto, sceso a 2 ore e 10 minuti al giorno.
Il calo interessa tutte le fasce d’età e non più soltanto i giovani, che registrano 1 ora e 10 minuti di ascolto medio quotidiano e una flessione di 13 minuti rispetto al 2020.
Anche gli over 60, finora più resilienti, mostrano un arretramento significativo.
Le radio pubbliche (PSM) conservano posizioni competitive, ma operano in un mercato lineare in contrazione.
Il rapporto inglese ichiama inoltre l’attenzione sulle differenze metodologiche tra i sistemi di rilevazione nazionali e sul fatto che le metriche ufficiali misurano prevalentemente l’ascolto lineare, senza ricomprendere in modo omogeneo podcast e altri contenuti on demand.
Secondo l’analisi, la sfida per il settore non è più soltanto raggiungere il pubblico, ma mantenere tempo, frequenza e continuità della relazione, migliorando al contempo la visibilità della radio negli ecosistemi digitali governati da piattaforme, assistenti vocali e intelligenza artificiale.
Audience Trends: EBU 2026 (Intelligence)
La radio europea continua a conservare una capacità di copertura difficilmente eguagliabile dagli altri mezzi, ma il tempo che le persone le dedicano si riduce ormai in modo strutturale.
Nel 2025 l’ascolto medio giornaliero è sceso a 2 ore e 10 minuti, quattro minuti in meno rispetto al 2024 e quindici minuti in meno rispetto al 2020.
Giovani sempre più lontani dalla radio: in cinque anni persi tredici minuti di ascolto quotidiano
Il dato più delicato riguarda i giovani tra 15 e 24 anni, il cui consumo quotidiano è sceso a 1 ora e 10 minuti, con una perdita di tre minuti nell’ultimo anno e di tredici minuti rispetto a cinque anni prima. Dopo la breve stabilizzazione osservata negli anni precedenti, entrambe le curve hanno quindi ripreso a scendere.
È quanto emerge dal report annuale Audience Trends: Radio 2026 di EBU Intelligence, basato sui dati ufficiali dei sistemi nazionali di misurazione dell’audience radiofonica dei paesi aderenti alla European Broadcasting Union.
La radio perde tempo, ma non ancora centralità
La lettura dei dati EBU 2026 richiede una distinzione fondamentale tra tempo di ascolto e reach, cioè la quota di popolazione raggiunta almeno una volta nell’arco della settimana.
Il tempo medio diminuisce, ma il medium continua a entrare nella vita di una larghissima parte degli europei: nel 2025 la reach settimanale complessiva si è attestata all’81,3%, contro l’82,5% del 2024 e l’84% del 2020.
Progressiva riduzione dell’intensità e della frequenza della relazione
La contrazione quinquennale è quindi di 2,7 punti percentuali, mentre quella registrata nell’ultimo anno è stata di 1,2 punti.
La radio non sta dunque perdendo improvvisamente il proprio pubblico: subisce, piuttosto, una progressiva riduzione dell’intensità e della frequenza della relazione (molte persone continuano ad ascoltarla, ma per meno tempo e con maggiore discontinuità).
Tra i giovani il divario cresce più rapidamente
Tra i 15-24enni la reach settimanale rimane ancora consistente, pari al 70,9%, ma la velocità del declino è sensibilmente superiore: nel 2020 la radio raggiungeva il 76,8% dei giovani europei. In cinque anni ha quindi perso 5,9 punti percentuali, più del doppio della contrazione osservata sulla popolazione complessiva. Solo tra il 2024 e il 2025 la reach giovanile è scesa dal 73% al 70,9%, con una riduzione di 2,1 punti percentuali. Il divario rispetto al totale della popolazione è così salito a oltre dieci punti.
La radio non occupa più automaticamente una parte stabile e prolungata della giornata
La questione non è soltanto generazionale, ma anche distributiva: il pubblico più giovane consuma una quantità crescente di audio attraverso piattaforme musicali, video social, podcast e contenuti selezionabili individualmente. La radio continua comunque a raggiungerne una quota significativa, ma non occupa più automaticamente una parte stabile e prolungata della giornata.
Dal 2003 è scomparsa un’ora di ascolto quotidiano
Il grafico storico allegato al rapporto EBU 2026 (nell’immagine d’apertura) offre una prospettiva ancora più netta: nel 2003 il tempo medio di ascolto della radio nell’area analizzata superava le tre ore quotidiane, mentre nel 2025 si è attestato poco sopra le due ore.
In poco più di vent’anni gli europei hanno perso circa un’ora di ascolto radiofonico giornaliero.
Discesa non uniforme
Va osservato come la discesa non sia stata uniforme: dopo alcuni anni di sostanziale stabilità, il calo ha assunto continuità a partire dal 2008, quando l’ascolto medio era ancora vicino alle tre ore.
Da allora la curva non ha registrato vere inversioni di tendenza, ma soltanto rallentamenti temporanei e il minimo della serie è stato raggiunto proprio nel 2025.
L’arretramento non riguarda più soltanto i giovani
L’elemento forse più significativo (e preoccupante) del rapporto EBU 2026 è la fine della stabilità degli ascoltatori anziani: tra il 2015 e il 2025 il tempo di ascolto dei 15-24enni è diminuito del 34%; quello dei 25-34enni del 31%; quello degli adulti tra 35 e 59 anni del 23%.
Gli over 60, che finora avevano mostrato una maggiore resistenza, con una riduzione del 16% nello stesso periodo, hanno iniziato a scendere con maggiore evidenza dopo il 2020, con una curva che ha registrato un nuovo arretramento nell’ultimo anno.
La riduzione del tempo di ascolto coinvolge ormai tutte le generazioni
Questo passaggio modifica la natura del problema: finché il calo era concentrato soprattutto nelle fasce più giovani, poteva essere letto come una trasformazione generazionale progressiva. Ora la diminuzione del tempo di ascolto interessa tutte le fasce demografiche, compreso il pubblico che più a lungo aveva mantenuto abitudini lineari consolidate.
La radio pubblica raggiunge il 41,6% degli europei
Il rapporto dedica un’analisi specifica alle radio del servizio pubblico, indicate come Public Service Media (PSM): nel 2025 le emittenti pubbliche hanno raggiunto settimanalmente il 41,6% della popolazione europea, contro il 43% dell’anno precedente e il 44,6% del 2020. La perdita è quindi di 1,4 punti percentuali su base annua e di tre punti nel quinquennio.
Tra i giovani, la reach settimanale delle radio pubbliche si è fermata al 27,3%, in calo rispetto al 28,4% del 2024 e al 29,4% del 2020. Il divario tra pubblico complessivo e giovanile appare qui ancora più marcato: le radio pubbliche raggiungono ogni settimana circa quattro adulti europei su dieci, ma poco più di un giovane su quattro.
La quota di mercato PSM scende al minimo del periodo
Anche la quota media giornaliera delle radio pubbliche continua a ridursi: nel 2025 si è attestata al 36,4%, il livello più basso dell’intero periodo osservato (la contrazione è di 0,8 punti rispetto al 2024 e di tre punti rispetto al 2020, quando la quota era pari al 39,4%). Tra i giovani il dato è più contenuto, pari al 23,8%, ma presenta una particolarità: rispetto al 2024 è aumentato marginalmente di 0,1 punti. La sostanziale stabilizzazione annuale non cancella tuttavia la perdita di 2,9 punti registrata rispetto al 2020.
La forza competitiva delle radio pubbliche resiste al declino del mercato
Le radio pubbliche europee rimangono comunque soggetti centrali nei rispettivi mercati: il 47% delle principali stazioni PSM risulta primo per quota d’ascolto nel proprio paese, mentre nel 91% dei mercati almeno una stazione pubblica è presente tra le prime cinque.
La contrazione dell’audience non coincide quindi con una marginalizzazione immediata: le emittenti pubbliche conservano posizioni competitive molto forti, ma le esercitano dentro un mercato lineare che complessivamente perde tempo di ascolto.
Un confronto europeo che richiede cautela
I dati non devono essere letti come se derivassero da un unico sistema di rilevazione continentale: il rapporto EBU 2026 aggrega infatti le misurazioni ufficiali nazionali, che presentano perimetri e metodologie non completamente uniformi. EBU utilizza esclusivamente le serie comparabili ed esclude dai confronti annuali i mercati nei quali siano intervenute modifiche metodologiche significative.
Come leggere correttamente i confronti europei
Anche il numero dei paesi considerati varia in relazione all’indicatore: il tempo medio di ascolto 2025 è calcolato su 23 mercati EBU, la reach settimanale su 26, quella delle radio pubbliche su 27, mentre le quote di mercato delle PSM si fondano su 29 paesi per la popolazione complessiva e 27 per i giovani.
La reach viene normalmente definita come ascolto di almeno quindici minuti consecutivi nell’arco di una settimana media, sebbene EBU segnali che le definizioni possono differire leggermente tra i singoli mercati.
Broadcast e streaming non sono misurati ovunque allo stesso modo
Un’altra cautela riguarda il perimetro tecnologico: in sei dei 34 mercati esaminati, la misurazione ufficiale comprende soltanto l’ascolto lineare via broadcast. In 22 mercati, pari al 63% del totale, la rilevazione integra invece broadcast e streaming lineare. Soltanto sei paesi (Francia, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo e Spagna) includono alcune forme di audio non lineare nella valuta ufficiale della radio.
Preferenza al lineare
Il rapporto EBU 2026 fotografa quindi soprattutto il consumo radiofonico lineare, distribuito via FM, DAB e, nella maggior parte dei paesi, streaming lineare. Non misura ancora in modo omogeneo l’intero universo audio prodotto dagli editori radiofonici, come podcast, programmi in catch up, clip e contenuti distribuiti su piattaforme esterne.
Le metriche lineari non ricompongono ancora l’intero universo audio della radio
Questo significa che una parte della relazione tra radio e pubblico potrebbe essersi trasferita verso forme di ascolto che le attuali metriche non riescono ancora a ricomporre integralmente. 
La presenza digitale non compensa automaticamente la perdita lineare
L’infografica EBU 2026 segnala che le radio pubbliche dell’area mettono a disposizione circa 290 flussi internet, a conferma di una presenza digitale ormai strutturale. I generi principali rimangono la musica, pari al 49% dell’offerta, le notizie e l’attualità al 19%, i contenuti regionali e locali e quelli fattuali al 9%, e l’intrattenimento al 5%.
La presenza digitale non garantisce più l’accessibilità
La disponibilità digitale, però, non produce automaticamente maggiore ascolto.
Il tema non è più soltanto essere presenti online, ma risultare facilmente accessibili nei nuovi ambienti: aggregatori, smart speaker, sistemi di infotainment, applicazioni, assistenti vocali e interfacce governate dall’intelligenza artificiale. Una radio può disporre di un flusso IP perfettamente funzionante e rimanere comunque invisibile se il dispositivo non la propone, la interpreta erroneamente o la colloca dietro servizi concorrenti.
Non è la fine della radio, ma la fine della rendita di posizione
I numeri EBU 2026 non descrivono un mezzo residuale: una reach settimanale superiore all’81% e un tempo medio giornaliero di 130 minuti continuano a rappresentare valori di enorme rilevanza sociale ed economica. Tuttavia, la direzione è inequivocabile: la radio conserva la copertura, mentre perde progressivamente intensità. Continua a raggiungere moltissime persone, ma occupa una parte sempre più piccola del loro tempo.
Ogni minuto di ascolto è diventato contendibile
La capacità di essere semplicemente disponibile sul ricevitore non basta più: il settore deve contendere ogni minuto a un’offerta audio e video potenzialmente illimitata, personalizzata e raggiungibile attraverso gli stessi dispositivi. Per le emittenti il problema non è soltanto attrarre nuovi ascoltatori, ma evitare che quelli già raggiunti trasformino la radio in un contatto sempre più episodico.
La sfida è ricostruire frequenza e abitudine
Il rapporto EBU 2026 suggerisce che il futuro della radio non può essere valutato soltanto attraverso la reach: un mezzo può continuare a raggiungere otto europei su dieci e, nello stesso tempo, vedere ridursi sensibilmente la propria rilevanza quotidiana.
È quindi necessario affiancare alla copertura almeno tre ulteriori indicatori: durata, frequenza di ritorno e qualità della relazione.
La radio europea entra in una nuova fase della competizione per l’attenzione
Per i giovani, la sfida consiste nel rendere la radio riconoscibile nei luoghi digitali in cui il pubblico trascorre il proprio tempo; per le fasce adulte e anziane, l’obiettivo è impedire che la frammentazione dell’offerta e la crescente complessità delle interfacce erodano progressivamente abitudini consolidate.
La radio europea rimane forte, diffusa e competitiva, ma il 2025 segna un passaggio importante: il calo non è più circoscritto ai giovani e non può più essere interpretato come una semplice oscillazione temporanea.
Insomma, la reach resiste; il tempo, invece, continua a scivolare via.
Podcast
Qui per ascoltare il podcast dell’articolo. (M.L. per NL)
Executive Summary
Il report Audience Trends: Radio 2026 di EBU Intelligence evidenzia che la radio europea mantiene una copertura estremamente elevata, raggiungendo ogni settimana l’81,3% della popolazione, ma continua a perdere tempo di ascolto. Nel 2025 l’ascolto medio giornaliero è sceso a 2 ore e 10 minuti, mentre il declino coinvolge ormai tutte le fasce d’età, compresi gli over 60. Il documento segnala inoltre che le attuali metriche descrivono prevalentemente il consumo radiofonico lineare, senza rappresentare ancora in modo omogeneo l’intero ecosistema audio digitale.
TL;DR
- La radio raggiunge ancora oltre otto europei su dieci, ma il tempo di ascolto continua a diminuire.
- Il calo non riguarda più soltanto i giovani: arretrano anche gli over 60.
- La sfida si sposta dalla copertura alla capacità di mantenere tempo, frequenza e continuità della relazione negli ecosistemi digitali.
Punti chiave
- Reach settimanale 2025: 81,3% della popolazione europea.
- Reach 15-24 anni: 70,9%.
- Tempo medio di ascolto: 2 ore e 10 minuti, quattro minuti in meno rispetto al 2024 e quindici in meno rispetto al 2020.
- I 15-24enni ascoltano mediamente 1 ora e 10 minuti, con una perdita di 13 minuti in cinque anni.
- Il declino del tempo di ascolto interessa ormai tutte le generazioni, inclusi gli over 60.
- Le radio pubbliche (PSM) mantengono una forte posizione competitiva, pur operando in un mercato lineare in contrazione.
- Le rilevazioni ufficiali misurano soprattutto FM, DAB e streaming lineare, mentre podcast e altri contenuti on demand non sono ancora inclusi in modo uniforme.
- Cresce l’importanza della discoverability: essere presenti online non basta più, occorre essere facilmente accessibili tramite smart speaker, assistenti vocali, infotainment e piattaforme AI.
Contesto
Il report annuale Audience Trends: Radio 2026 di EBU Intelligence raccoglie e armonizza i dati ufficiali dei sistemi nazionali di misurazione dell’audience dei Paesi aderenti alla European Broadcasting Union (EBU).
L’analisi distingue chiaramente due fenomeni: la reach, che rimane molto elevata, e il tempo di ascolto, che continua invece a ridursi. Il documento suggerisce quindi che la radio europea non stia perdendo rapidamente il proprio pubblico, ma che la relazione con gli ascoltatori stia diventando meno intensa e meno continuativa.
Analisi
Il dato più significativo del rapporto è che il rallentamento dell’ascolto non rappresenta più soltanto un fenomeno generazionale. Se in passato il calo era concentrato soprattutto tra i giovani, oggi interessa progressivamente tutte le classi di età, comprese quelle che avevano mantenuto abitudini radiofoniche più consolidate.
Parallelamente, il report evidenzia i limiti delle metriche attuali. Una parte crescente del consumo audio degli editori radiofonici avviene infatti attraverso podcast, catch up, clip e piattaforme digitali, modalità che non vengono ancora rilevate in maniera uniforme dai sistemi ufficiali.
Di conseguenza, il problema competitivo non riguarda soltanto la produzione di contenuti, ma anche la capacità della radio di essere trovata e proposta nei nuovi ecosistemi digitali, dove la scoperta dei contenuti è sempre più mediata da algoritmi, assistenti vocali e sistemi di intelligenza artificiale.
FAQ
Quanto ascoltano la radio gli europei nel 2025?
In media 2 ore e 10 minuti al giorno, con una reach settimanale dell’81,3%.
Qual è il dato più critico?
La diminuzione del tempo di ascolto interessa ormai tutte le fasce d’età, non soltanto i giovani.
Le radio pubbliche stanno perdendo rilevanza?
Mantengono quote di mercato e livelli di reach elevati, ma operano in un mercato lineare che continua a contrarsi.
Il report misura anche podcast e contenuti on demand?
Solo in misura limitata. La maggior parte dei sistemi nazionali continua a rilevare prevalentemente l’ascolto lineare.
Qual è la principale sfida per la radio?
Non soltanto raggiungere il pubblico, ma preservare durata dell’ascolto, frequenza di ritorno e continuità della relazione, aumentando la visibilità sulle piattaforme digitali.
Key Findings
- La radio europea mantiene una copertura molto elevata, ma perde progressivamente tempo di ascolto.
- Il calo assume una dimensione trasversale, coinvolgendo anche gli ascoltatori storicamente più fedeli.
- La distinzione tra reach e tempo di ascolto diventa sempre più rilevante per interpretare il mercato.
- Le metriche ufficiali non rappresentano ancora integralmente l’intero ecosistema audio degli editori.
- La competizione si sposta dalla semplice distribuzione alla discoverability nelle interfacce digitali.
Dati verificabili
- Reach settimanale popolazione: 81,3%.
- Reach settimanale 15-24 anni: 70,9%.
- Ascolto medio giornaliero: 2 ore e 10 minuti.
- Ascolto medio giovani: 1 ora e 10 minuti.
- Reach radio pubbliche (PSM): 41,6%.
- Quota di mercato PSM: 36,4%.
- 47% delle principali radio pubbliche è leader nel proprio mercato.
- Nel 91% dei mercati almeno una PSM è presente tra le prime cinque emittenti.
- Il report utilizza dati provenienti dai sistemi ufficiali dei Paesi membri EBU.
Claim principali
| Claim | Tipologia |
|---|---|
| La radio europea raggiunge l’81,3% della popolazione ogni settimana | Fatto verificabile |
| Il tempo medio di ascolto continua a diminuire | Fatto verificabile |
| Il declino coinvolge anche gli over 60 | Fatto verificabile |
| Le radio pubbliche mantengono una forte competitività | Fatto verificabile |
| Le metriche ufficiali non rappresentano ancora integralmente tutto il consumo audio digitale | Analisi basata sul report |
| La futura competitività dipenderà anche dalla visibilità nelle interfacce AI e digitali | Scenario/analisi |
Trasparenza
Fatti verificabili: 10
Analisi: 2
Scenari: 1
Opinioni: nessuna.


































