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Radio e tv. ”I nomi d’arte”: motivazioni ed esigenze diverse di una pratica che sembra non passare mai di moda

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nomi

La scelta, qualche volta necessità, di farsi chiamare con uno pseudonimo nei ”tempi moderni” è spiegabile con poche motivazioni. Una sola, in realtà, ad apparire logica adesso: quella di trovare nomi più orecchiabili e facili da ricordare.
Esigenza simile in svariati campi artistici: sono tantissimi gli esempi in ogni ambito mediatico. Giusto per citarne qualcuno tra quelli in modulazione di frequenza, i primi che saltano in mente sono Federico l’olandese volante, Nick the nightfly, Leonardo Leopardo, Linus, Ringo etc… Difficile immaginarli con il loro vero nome, tanto questi nomignoli gli sono ormai appiccicati addosso come una seconda pelle.
Ma se torniamo indietro nel tempo, nell’era pionieristica, quella che oggi appare come l’unica motivazione plausibile ai tempi era solo una delle tante in quanto spesso l’esigenza di ”camuffarsi” nasceva da altri impulsi che oggi, a ripensarci, appaiono assolutamente folli come tanti aspetti di quel periodo.

Oggi raccontarlo fa sorridere, ma nella metà degli anni ‘70 spiegare ai propri genitori che si trasmetteva alla radio non era esattamente facile e, sia nel profondo sud come nel più moderno nord, molte mamma e papà non vedevano affatto di buon occhio tale passione, in quanto le radio erano etichettate (spesso a torto, ma in qualche caso anche a ragione) come luoghi di perdizione in cui, nella migliore delle ipotesi, la cosa che si perdeva di sicuro era il tempo che invece il giovane pargolo doveva impiegare esclusivamente a studiare.
Se a questi stereotipi aggiungiamo il fatto che spesso tale hobby faceva smarrire il senso degli orari, con la conseguenza che, magari, invece di rientrare per la merenda rientravi a notte inoltrata, tutto questo non faceva che alimentare pregiudizi e remore nei genitori che solitamente ponevano veti invalicabili all’esercizio di quest’attività.
Non che andare in onda nascosti dietro nomi fittizi risolvesse del tutto il problema, ma almeno lo procrastinava e lo rendeva più intricato: nessuno infatti che non avesse la certezza di riconoscere la voce poteva fare la spia in famiglia avendo sentito il vero nome.

In aiuto all’opera di camuffamento veniva in soccorso anche la qualità approssimativa dei microfoni e dei mixer usati in quel contesto storico che, in molti casi, alteravano (di solito in peggio) timbrica e tonalità.
Il gioco quindi era fatto, la pace familiare salvaguardata, almeno momentaneamente, e la nuova identità prendeva il sopravvento.
In talune circostanze, infatti, il cosiddetto nome d’arte nasceva anche esclusivamente dalla voglia di inventarsi una nuova personalità ad hoc per l’esperienza innovativa, come a voler scindere le due personalità, entrando quindi nel magico mondo dell’etere nella speranza di trasformarsi dall’anonimo e banale Clark Kent al mitologico Superman.
E spesso la mutazione avveniva veramente: le mura degli studi diventavano un po’ come il mantello del super eroe che da timido e taciturno si trasformava improvvisamente in un soggetto socievole, chiacchierone e a volte pure simpatico.
Che poi fosse merito del nuovo nome non è dato saperlo, ma certo, in alcuni casi, contribuiva a dare sicurezza e, probabilmente, un certo senso di immunità.

Nelle emittenti che potremmo definire ”popolari”, molto comuni ai tempi soprattutto in regioni come Emilia Romagna, Campania, Calabria, Sicilia, nelle quali la musica tradizionale del territorio e un certo modo di condurre molto vicino alla gente era il carattere predominante, il nomignolo era davvero una consuetudine affettuosa con la quale presentarsi a degli amici più che a degli ascoltatori, modalità e abitudini di un mondo che tecnologia e burocrazia hanno quasi definitivamente raso al suolo e che comunque aveva, e avrebbe anche oggi, un suo preciso pubblico di riferimento e senso di esistere.
C’erano anche scopi meno ”nobili” o necessari di quelli sin qui citati come, per alcuni, non far sapere a mogli o fidanzate che si frequentavano le radio e ancor più i motivi che spesso spingevano a frequentarle; come parallelismo in epoca contemporanea probabilmente sono gli stessi che oggi hanno account segreti e improbabili sui social.

Alcuni atteggiamenti sono completamente cambiati, altri purtroppo continuano a restare tristemente uguali e se a pochissimi verrebbe in mente di dover modificare i propri nomi per nascondere l’attività di speaker ai genitori (che tra l’altro vedrebbero oggi questo come il male minore), tale esigenza continua a tramandarsi nella necessità di modificare ciò che l’anagrafe ha registrato ai tempi della nascita e che in qualche caso può risultare poco orecchiabile.
Molti ”Massimiliano” continuano a diventare il più musicale ”Max”, giusto per fare un esempio e con l’avvento di Radio Freccia sembra essere tornato di moda anche quello spirito vintage di disegnarsi addosso nomi e identità fantasiose come nel film a cui la radio si ispira.

Siamo quindi tornati a sentire anche in pieno 2018 pseudonimi come ”Nessuno”, ”Happy Jack”, ”Step”, facile scatenare l’immaginazione e ritornare con la mente a ”Il Conte”, ”Il tessitore dell’alba”, ”Midnight Mark”, altri personaggi protagonisti del capolavoro cinematografico di Richard Curtis ”I love radio rock”.
Il bello di questo mondo è proprio la sua capacità di rigenerarsi, di cambiare adattandosi ai tempi ma di ripescare sempre linfa dal passato che ritorna attuale pure nel presente.
Esiste su Wikipedia un elenco indubbiamente parziale dei conduttori radiofonici che abbiano avuto per lo più una rilevanza nazionale; sarebbe auspicabile completare e arricchire la lista dei nomi con un pezzo di storia locale ricostruendo, in base alle rare tracce che ci sono sulla rete e ai più copiosi e coloriti ricordi di appassionati e cultori, un elenco città per città (di contro su internet non è certo lo spazio che manca) che tenga conto anche dei nomi d’arte, per raccontare nel modo più completo possibile una storia lunga oltre 40 anni e piena di mille affascinanti divertenti sfaccettature. (U.F. per NL)