Lotta al peer-to-peer. La RIAA messa in ginocchio da un documento dell’Electronic Frontier Foundation

Dopo la revoca della multa di Jamie Thomas, l’E.F.F. propone un approccio alternativo al fenomeno del file-sharing


Cinque anni di insuccessi terminati con la più eclatante delle beffe. Jamie Thomas, disoccupata statunitense, multata per 220mila dollari a causa di 24 tracce condivise online attraverso un servizio p2p, non dovrà pagare nulla. Un giudice del Minnesota sarebbe riuscito a revocare la pena, così infliggendo il peggiore dei colpi alla campagna giudiziaria americana della R.I.A.A. (Recording Industry Association of America) contro il fenomeno del file-sharing. A questo si aggiunga che, lo scorso 24 settembre, il Parlamento Europeo ha scelto di non adottare la strategia Sarkozy, per alcuni eccessivamente coercitiva (dopo due avvertimenti, perdi il contratto con il gestore e di conseguenza la connessione), che ha fatto discutere a livello internazionale sulle reali capacità dei governi di gestire il fenomeno. La risposta all’evidente crisi della campagna giudiziaria arriva dall’Electronic Frontier Foundation, mediante un ingegnoso documento del legale della fondazione Fred Von Lohmann (a questo indirizzo è possibile scaricare il .pdf integrale in versione inglese, gratuitamente). In un comunicato stampa del primo ottobre Lohmann anticipava: “Più di 30mila cittadini americani sono stati colpiti da azioni legali promosse dall’industria musicale senza infilare un solo penny nel portafoglio di qualunque artista. Allo stesso tempo ognuno di noi sa che il fenomeno del peer-to-peer è più popolare di qualunque altro. È ora che l’industria musicale consenta ai fan di pagare cifre ragionevoli per il file-sharing, che tutti riconosciamo essere diventato un aspetto innegabile della vita su internet” (tratto da www.eff.org). Nasce da questo presupposto l’articolata proposta di Lohmann, raccolta nel documento intitolato A Better Way Forward, Voluntary Collecting Licensing of Music File Sharing. Secondo la E.F.F., industria musicale e major dovrebbero incominciare ad “approfittare” del p2p, progettando strategie che consentano di condividere file legalmente tra gli utenti e di proporzionare il successo di ogni singolo artista anche alla popolarità che lo stesso può maturare sul web. Del resto, come recita la prima premessa del già citato documento, “artisti e detentori dei diritti meritano di essere ricompensati”, cosa che non succede nemmeno al termine di una causa con esito vincente per la R.I.A.A. (tra l’altro dopo lo schiacciante caso della Thomas, c’è motivo di pensare che il timore degli internauti si sia eclissato). Motivo in più per creare una nuovissima fonte di reddito dalla quale sia la major del caso, sia l’artista, possano in brevissimo tempo ottenere incredibili benefici. Nel suo pamphlet Lohmann immagina una situazione tipo in cui l’internauta paga 10 dollari al mese per scaricare musica con l’esplicito metodo all-you-can-eat. Scarica tutto quello che riesci, da dove vuoi, utilizzando qualunque dispositivo tu voglia per ascoltare i tuoi file ed ogni click farà evolvere il mercato in un modo diverso, smuovendo la competizione tra le società produttrici di software per la musica digitale e annessi lettori mp3 o telefonini di nuova generazione. Quello che in realtà già succede a colpi di accordi tra società e major per i noti iTunes, Nokia Music Store e MySpaceMusic (sebbene quest’ultimo sia privo di dispositivo con proprio marchio per ascoltare musica; siamo sicuri che la Newscorp, proprietaria del social network, non avrebbe problemi a trovarne uno), ma con minori chance – solo per ora – per gli artisti. Un sistema del genere favorirebbe anche le produzioni musicali di nicchia, le etichette indipendenti e i musicisti minori, consentendo a chiunque di farsi spazio nel mondo del file-sharing, la cui entità è tanto evidente da non poter essere sottomessa al volere di alcun sistema. Se non quello di un mercato a basso costo per il consumatore, ma dagli alti profitti per artisti, produttori ed editori. Se la R.I.A.A. dopo cinque anni di duro lavoro non è riuscita a contenere il fenomeno, è giusto cominciare a osservare il problema da un altro punto di vista, smettendo di investire forze su dubbie azioni legali, che in tanto tempo hanno ottenuto davvero poco. Forse niente, soprattutto a giudicare dal favore che certi software p2p hanno ottenuto e conservato negli anni. (Marco Menoncello per NL)

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