Radio, interferenze internazionali: la soluzione a metà del MIMIT. Anzi, a metà della metà

asset FM, Milano Turati, FM

La soluzione ministeriale di una riduzione generalizzata delle potenze FM come risposta alle interferenze transfrontaliere (seppur combinata con altri due interventi) appare, ad un’analisi approfondita, più come un esercizio teorico che una misura realmente risolutiva.
Un approccio formalmente razionale, ma sostanzialmente fragile.

Che rischia di produrre effetti opposti a quelli ipotizzati (dal MIMIT).

Sintesi

La proposta del MIMIT di ridurre in forma generalizzata le potenze FM dei diffusori privati per contrastare le interferenze internazionali appare più teorica che risolutiva.
In un sistema ideale funzionerebbe, ma l’ecosistema radiofonico italiano è segnato da affollamento, asimmetrie e scarsi controlli.
L’efficacia della misura presuppone un’adesione uniforme degli operatori, ipotesi smentita dall’esperienza storica.
La carenza di risorse ispettive rischia di trasformare l’obbligo in una norma non verificabile, alimentando contenziosi.
In breve tempo le potenze tornerebbero a crescere per recuperare copertura.
In realtà, il problema non è la potenza, ma l’iper-occupazione dello spettro FM.
La riduzione indiscriminata penalizzerebbe anche impianti non interferenti, esponendoli maggiormente all’ingerenza dei segnali esteri.
Il debordo internazionale, accentuato dalla propagazione estiva, aggraverebbe così il servizio agli utenti italiani.
Le uniche soluzioni strutturali sono un (altrettanto teorico e concretamente inattuabile) PNAF ex post o l’alleggerimento volontario dello spettro.
Quest’ultima, tramite dismissioni incentivate e verifiche mirate, appare la strada più pragmatica ed efficace.

Il fascino delle soluzioni semplici a problemi complessi

La proposta filtrata in questi giorni dal Ministero delle imprese e del made in Italy (MIMIT) per ottemperare formalmente alla messa in mora UE (scaduta il 20/01/2026) a seguito della accertata violazione delle previsioni del Codice delle comunicazioni elettroniche (di non interferenzialità verso sorgenti radioelettriche di stati confinanti) – una riduzione generalizzata delle potenze di emissione dei quasi 14.000 impianti FM privati in esercizio, pare, di 6 dB (cioè, metà della metà) – ha un indubbio pregio comunicativo: è semplice, immediata, apparentemente equa. Tutti riducono, nessuno viene penalizzato.
Insomma: in un sistema ideale, una misura del genere funzionerebbe certamente.

Il mondo ideale…

In un ambiente ideale, però.
Nell’etere densamente popolato di frequenze FM italiano, una riduzione uniforme delle potenze lascerebbe, infatti, inalterati i rapporti segnale/disturbo, poiché la diminuzione colpirebbe simultaneamente tutte le sorgenti private interne (cioè italiane).
A ciò si aggiungerebbero benefici collaterali tutt’altro che marginali: minori consumi energetici, riduzione dell’inquinamento elettromagnetico, attenuazione delle interferenze irradiate dall’Italia oltre confine (ma non viceversa).

… che non esiste

Il punto, tuttavia, è che il sistema radiofonico reale non è un modello teorico, ma un ecosistema imperfetto, stratificato nel tempo, segnato da asimmetrie regolatorie, tecniche ed operative.

L’illusione dell’adempimento generalizzato

Partiamo dall’elemento soggettivo.
L’efficacia della riduzione delle potenze presuppone una condizione essenziale: l’adempimento generalizzato e simultaneo da parte di tutti gli operatori.
Ed è proprio qui che la costruzione concettuale inizia a incrinarsi.

Questione di fiducia. E di riserva mentale

L’esperienza storica italiana nel settore radiofonico, insegna che il rispetto uniforme di obblighi tecnici che incidono direttamente sulla copertura e sulla competitività commerciale è tutt’altro che scontato.
Alcuni operatori si adeguerebbero puntualmente, altri lo farebbero in modo parziale, taluni ancora tenterebbero di compensare la riduzione con aggiustamenti meno visibili, ma altrettanto efficaci sul piano irradiativo.
Non tanto per malafede, ma per una dinamica sistemica ben nota: in un mercato iper-competitivo, l’illuminazione dell’utenza è sopravvivenza.

Il nodo irrisolto dei controlli

A rendere il quadro ancora più critico è la condizione strutturale degli ispettorati territoriali del MIMIT, ormai da anni sotto-dimensionati quanto a personale, mezzi e capacità di intervento (ivi compresi i sistemi di monitoraggio remoto, che se non certificati farebbero la fine degli autovelox non omologati). In assenza di controlli capillari e tempestivi, la riduzione generalizzata delle potenze rischierebbe di trasformarsi in una norma dichiarata ma non verificata, con l’effetto di alimentare sospetti, segnalazioni e contenziosi.

Copione prevedibile

Il copione è facilmente prevedibile: chi avrà ridotto effettivamente la potenza denuncerà l’ipotizzato mancato adeguamento del concorrente che insiste sulla stessa frequenza o su una adiacente in un bacino limitrofo.
Verifiche lente, difficili da effettuare, spesso contestabili nei risultati. E, nel frattempo, l’interferenza percepita rimane.

Il ritorno inevitabile al rialzo dei watt

In un simile contesto, l’esito è quasi scontato: dopo una fase iniziale di apparente equilibrio, le potenze torneranno gradualmente a salire, in modo più o meno esplicito, per compensare la perdita di campo utile e ristabilire la copertura storica.
È un meccanismo già visto: quando l’obbligo tecnico non è presidiato da controlli efficaci e sanzioni rapide, diventa progressivamente inefficace.
Qui emerge un dato spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’unico vero deterrente all’aumento della potenza, non è la cogenza della norma e la verifica del suo rispetto, ma l’inutilità tecnica dell’aumento stesso.

Quando l’aumento di potenza è superfluo

In un regime di assegnazione razionale delle frequenze, operando su canali non interferiti per mutua incompatibilità (cioè assegnati sulla base di un Piano), l’aumento di potenza non genera benefici significativi. Se il segnale raggiunge correttamente il bacino di riferimento senza disturbo reciproco, ogni watt in più è inutile e quindi antieconomico.

La metà del problema

Il problema, dunque, non è la potenza in sé, ma il contesto di affollamento estremo in cui essa viene utilizzata come strumento difensivo e competitivo. Ridurre la potenza senza ridurre l’affollamento significa spostare il problema, non risolverlo.

Il rischio sistemico per gli impianti non interferenti

La proposta del MIMIT presenta inoltre un profilo di criticità spesso sottovalutato: una riduzione indiscriminata delle potenze – di 6 o persino 10 dB – applicata anche agli oltre 1800 impianti non gravemente interferenti con l’estero, rischia di produrre un effetto boomerang. Le sorgenti radioelettriche private italiane, oggi relativamente stabili sul piano interferenziale, verrebbero artificialmente indebolite e quindi esposte a un’ingerenza ancora maggiore da parte delle stazioni estere (che non sarebbero interessate dalle riduzioni di potenza, ovviamente).

Il fattore propagativo e il debordo fisiologico

Le emittenti estere, a differenza di quelle private italiane, operano su frequenze coordinate a livello internazionale. Ciò non impedisce, tuttavia, il debordo naturale dei segnali oltre confine, soprattutto nei periodi estivi, quando le condizioni di propagazione troposferica amplificano la portata delle emissioni. In questo scenario, ridurre la potenza degli impianti italiani significa amplificare asimmetricamente la presenza dei segnali esteri, con un peggioramento netto della qualità del servizio per l’utenza nazionale. Paradossalmente, nel tentativo di ridurre le interferenze verso l’estero, si rischia di importarle in modo ancora più invasivo.

Le due sole opzioni realmente strutturali

Se l’obiettivo è una soluzione seria, duratura e coerente con gli impegni internazionali, le opzioni realistiche sono soltanto due.

PNAF ex post

La prima è un piano delle frequenze ex post, che ristabilisca – anzi, introduca – razionalità e compatibilità tecnica. È la soluzione ideale dal punto di vista teorico. Ma quasi impraticabile in concreto: tempi lunghi, costi elevatissimi, complessità amministrativa ed una residua vita della diffusione analogica FM che rende l’investimento difficilmente giustificabile.

L’alleggerimento (volontario) dello spettro come strada pragmatica

La seconda opzione, più pragmatica e probabilmente più efficace, è quella di un alleggerimento strutturale dell’affollamento dell’etere, non attraverso la compressione delle potenze, ma mediante la riduzione del numero di frequenze occupate (molto spesso in condizione di estrema ridondanza). Un processo di questo tipo dovrebbe prevedere la liberazione incentivata di risorse frequenziali, interferenti o meno con l’estero (perché quelle dismesse potrebbero essere utilizzate per compatibilizzare gli impianti assolutamente incompatibili con l’estero che non possono essere dismessi dall’utilizzatore perché essenziali), accompagnata da indennizzi economici adeguati e calibrati sulla reale consistenza storica degli impianti dismessi in condizione di unicità di servizio sul territorio (cioè che non siano ridondanti).

Verifiche accurate

Elemento imprescindibile sarebbe la verifica della storica funzionalità degli impianti rottamati, per evitare operazioni opportunistiche e garantire l’effettivo beneficio sistemico. Un’impegno importante per gli organi periferici del Ministero, ma enormemente meno gravoso che verificare che 14.000 impianti FM siano stati ridotti di 6 dB o comunque della misura imposta e che tale diminuzione si mantenuta nel tempo.

Intervenire sulle cause, non sugli effetti per una pacificazione dell’etere

Una strategia di alleggerimento dello spettro agirebbe finalmente sulla causa strutturale del problema: l’iper-occupazione della banda FM. Senza guerre di potenza, senza contenziosi permanenti, senza penalizzare selettivamente operatori che oggi non generano interferenze significative. È una strada complessa, certo, ma infinitamente più coerente con l’obiettivo di una pacificazione duratura dell’etere.

Una soluzione a metà, per un problema intero

La riduzione generalizzata delle potenze può avere un senso come misura accessoria, transitoria, accompagnata da controlli rigorosi e inserita in una strategia più ampia. Ma presentarla come componente di una soluzione risolutiva (insieme alla compatibilizzazione idi 1800 impianti ed alla disattivazione di 200) significa ignorare la realtà operativa del sistema radiofonico italiano. Senza una riorganizzazione dello spettro, senza una riduzione dell’affollamento e senza strumenti di enforcement adeguati, la proposta del MIMIT rischia di rimanere ciò che appare: una soluzione a metà.
Anzi, a metà della metà.

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