Radio. Mancato rinnovo convenzione Stato/Radio Radicale: la terza via prende forma, come previsto da NL. 2 mln per digitalizzazione archivio

Giorgia Meloni, Stato/Radio Radicale

Il contributo parziale annunciato da Giorgia Meloni conferma lo scenario ipotizzato da Newslinet all’indomani del mancato rinnovo della convenzione triennale Stato/Radio Radicale per la ritrasmissione via etere dei lavori parlamentari (servizio svolto da 30 anni anche da GR Parlamento della RAI): sì alla tutela dell’archivio audio dell’emittente dei radicali; no al sostegno della rete FM (anche se – forse – non è un no completo e/o definitivo, come vedremo).

Sintesi

Il contributo parziale annunciato da Giorgia Meloni conferma lo scenario ipotizzato da Newslinet dopo il mancato rinnovo della convenzione Stato/Radio Radicale.
Il Governo sceglie di tutelare l’archivio audio dell’emittente, ma non rifinanzia il servizio di trasmissione parlamentare in FM (già svolto anche da GR Parlamento, la rete analogica di RAI prevista dalla L. 223/1990).
Si delinea così una “terza via” tra rinnovo pieno e cessazione immediata dell’attività: i due milioni annunciati per la digitalizzazione hanno valore simbolico, ma non strutturale, posto che resta escluso, almeno per ora, il sostegno alla rete FM che regge la concessione nazionale.
Lo Stato distingue nettamente tra memoria storica e servizio radiofonico attivo: la funzione di archivio viene salvaguardata, quella informativa lineare lasciata al mercato.
Tuttavia, senza rinnovo della convenzione, la sostenibilità della radio analogica è compromessa.
Le alternative diventano la chiusura o la migrazione esclusivamente digitale con contestuale cessione degli asset concessori FM. E la traiettoria seguita conferma una dismissione ordinata più che un vero rilancio del servizio.

Stato/Radio Radicale

Gli sviluppi più recenti sulla vicenda Stato/Radio Radicale confermano, nei fatti, l’impostazione prospettata da Newslinet nell’analisi pubblicata la scorsa settimana: in assenza del rinnovo della convenzione per la trasmissione integrale delle sedute parlamentari (svolta sin qui in sovrapposizione con RAI attraverso la rete GR Parlamento, pur lacunosa nella sua distribuzione analogica), la soluzione che sta emergendo non è né il ripristino del modello storico di finanziamento, né una cessazione immediata dell’attività.

La terza via tra il rinnovo ed il mancato rinnovo

Si tratta infatti di una terza via intermedia, fondata su interventi pubblici selettivi e finalizzati, destinati a preservare parti specifiche del patrimonio dell’emittente.

Ordine dei Giornalisti in sostegno di Radio Radicale

Nel corso della conferenza stampa di inizio anno promossa dall’Ordine nazionale dei Giornalisti, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti annunciato l’impegno del Governo a reperire, attraverso un emendamento al Milleproroghe, due milioni di euro destinati alla digitalizzazione dell’archivio storico di Radio Radicale. Una cifra che rappresenta solo una quota marginale rispetto ai circa 10 milioni annui che storicamente, attraverso sostenevano l’intera struttura del servizio, ma che assume un forte valore simbolico e politico.

Rinnovo della convenzione Stato/Radio Radicale al Mimit

Il dato centrale, tuttavia, è proprio questo: non si parla di rinnovo della storica convenzione Stato/Radio Radicale (anche se la premier ha sottolineato che la questione è al vaglio del Ministero delle imprese e del made in Italy) per il sostegno del servizio di trasmissione in diretta dell’attività parlamentare. Il Governo, infatti interviene sull’archivio, riconoscendone il valore storico, documentale e culturale, lasciando scoperta la funzione radiofonica lineare, cioè quella che ha retto dal 1994 il rilascio di una concessione nazionale (richiesta ex L. 223/1990 insieme a quella di Radio Radicale 2, poi ceduta per creare Radio 24 – Il Sole 24 Ore) e di una rete FM più o meno capillare.

L’alibi statale

È esattamente lo scenario che Newslinet aveva indicato come il più probabile: una tutela “a pezzi” del patrimonio di Radio Radicale, con un intervento pubblico limitato e mirato, che consente allo Stato di sottrarsi all’accusa di aver “lasciato morire” un bene collettivo, senza però assumersi l’onere – politico ed economico – di rifinanziare integralmente un servizio semipubblico e quindi atipico.

Lettura contestualizzata

L’annuncio di Meloni va letto anche alla luce del contesto in cui è maturato: l’intervento è avvenuto durante una conferenza stampa dell’Ordine dei Giornalisti, in cui il tema della libertà di informazione e del ruolo del giornalismo nella democrazia è stato più volte richiamato.

Cornice di interesse generale

Nel suo intervento introduttivo, il presidente dell’Ordine ha sottolineato come il pluralismo informativo e l’accesso alle fonti primarie costituiscano un presidio democratico irrinunciabile, inserendo implicitamente la vicenda Stato/Radio Radicale in una cornice di interesse generale e non meramente aziendale.

Se non si alleggerisce di costi…

Tuttavia, proprio questa cornice rende ancora più evidente la natura parziale dell’intervento governativo. Il finanziamento annunciato non incide sulla sostenibilità complessiva dell’emittente nella sua dimensione analogica (la costosa gestione della rete FM), né garantisce la continuità del servizio che ha reso Radio Radicale un unicum nel panorama europeo: la trasmissione integrale, senza mediazioni editoriali, della vita istituzionale del Paese.

Radio Radicale non può sopravvivere

Quindi il nocciolo del nostro ragionamento non cambia: in assenza di rinnovo della convenzione Stato/Radio Radicale, o l’emittente diventa esclusivamente digitale (DAB+/IP) o non può sopravvivere.

Memoria vs servizio

Il Governo, in sostanza, sembra (giustamente) distinguere nettamente tra memoria e servizio. La prima viene considerata meritevole di tutela pubblica; il secondo viene lasciato alle logiche del mercato ed alle scelte del concessionario. Una distinzione che ha conseguenze rilevanti, perché pone Radio Radicale (se non intervenissero ulteriori salvataggi in extremis, come avvenuto rergolarmente dal 1997 ad oggi) davanti alla scelta di chiudere o diventare esclusivamente digitale.

Cedere la concessione e la rete FM

In questo quadro, la prospettiva delineata da Newslinet torna di stringente attualità: in assenza di un rifinanziamento strutturale, la valorizzazione economica residua dell’emittente risiede nella concessione nazionale e nella rete FM, finché queste mantengono un valore di mercato. L’intervento pubblico sull’archivio, paradossalmente, potrebbe persino accelerare questa dinamica, separando definitivamente il patrimonio documentale dalla piattaforma distributiva.

Non scelta ideologico, ma economico-finanziaria

In tale scenario, la cessione dell’asset trasmissivo – ad operatori privati o a soggetti interessati alla gestione di una radio nazionale analogica con copertura nazionale – diventerebbe non una scelta ideologica, ma una necessità economica. Dal punto di vista politico, la linea dell’Esecutivo appare coerente con un’impostazione già vista in altri ambiti dell’editoria: evitare soluzioni strutturali di lungo periodo, privilegiando interventi una tantum, circoscritti e difendibili sul piano comunicativo.

Rivendicare la salvaguardia della memoria democratica al riparo dal controverso dibattito sul finanziamento stabile dei media

La tutela dell’archivio consente di rivendicare la salvaguardia della memoria democratica, mentre l’assenza di un rinnovo della convenzione evita di riaprire il dibattito – sempre controverso – sul finanziamento pubblico stabile dei media.

Tutto come da programma

Gli sviluppi più recenti della questione rafforzano quindi l’analisi di Newslinet: la strada intrapresa è quella di una progressiva separazione tra patrimonio e servizio, tra memoria e funzione informativa attiva. Una traiettoria che, se non corretta, rende sempre più plausibile l’esito ipotizzato: Radio Radicale non come radio nazionale di paraservizio pubblico, ma come archivio salvato dallo Stato e rete destinata al mercato.

Il crinale

È su questo crinale che si giocheranno le prossime decisioni. E sarà lì che si misurerà se l’intervento annunciato rappresenta l’inizio di una soluzione o solo il primo atto di una dismissione ordinata. (M.L. per NL)

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