Washington Post, Bezos e il corto circuito tra media, potere e capitalismo OTT. E’ la fine del Watchdog journalism e del Quarto Potere?

washington post

Il dato da cui occorre partire, se si vuole affrontare senza ipocrisie il caso Washington Post (la storica testata statunitense al centro di una campagna di licenziamenti senza precedenti), è di natura strettamente economico-finanziaria: le perdite del quotidiano sono irrilevanti non solo per Amazon ma persino per il patrimonio personale del suo fondatore, Jeff Bezos. Cioè l’imprenditore che dal 2013 controlla il giornale dopo averlo acquisito per 250 milioni di dollari, circa 188 milioni di euro (nel marzo 2014 anche Warren Buffett, il singolo maggior azionista fin dal 1973, aveva ceduto la sua quota, pari al 28%, della società editrice).
La distruzione sistematica del giornale simbolo del Watchdog journalism (il giornalismo investigativo che funge da cane da guardia della democrazia) dai tempi dello Scandalo Watergate avviene peraltro mentre Amazon chiude di trimestre in trimestre con ricavi superiori alle attese, rafforzando la propria posizione nei segmenti core e, parallelamente, mentre Bezos accresce il proprio patrimonio netto di decine di miliardi di dollari, anche grazie a operazioni strategiche nel campo dell’intelligenza artificiale e delle alleanze tecnologiche di nuova generazione.
In questo contesto, il rosso del Washington Post sarebbe, tecnicamente, solo rumore di fondo.

Ed è proprio questa irrilevanza economica a rendere incomprensibile, se letta con le categorie tradizionali, la gestione della testata: licenziamenti massicci, dimissioni ai vertici, progressivo svuotamento redazionale, assenza di un progetto industriale credibile.
Se il problema non è la sostenibilità finanziaria, allora la questione è un’altra.

Sintesi

Le perdite economiche del Washington Post a fondamento della mannaia calata sull’organigramma sono del tutto irrilevanti per l’editore Jeff Bezos, sia che si guardi lato Amazon che dal suo patrimonio personale.
La stagione di licenziamenti e lo svuotamento redazionale avvengono infatti mentre Amazon cresce e Bezos si arricchisce ulteriormente, anche grazie all’intelligenza artificiale.
Vanno quindi scartate sia l’ipotesi delle perdite sia quella di un sacrificio politico per ingraziarsi l’amministrazione statunitense.
Il vero nodo è che il Washington Post non è più percepito come uno strumento strategico di potere.
Nel capitalismo delle piattaforme, l’influenza non passa più dai media tradizionali ma da infrastrutture, dati, algoritmi e standard tecnologici.
Il giornalismo di qualità sopravvive, ma non condiziona più mercati, regolatori e decisori reali.
Per un imprenditore orientato a scalabilità e impatto sistemico, un asset solo reputazionale diventa non funzionale.
Il caso del Washington Post rappresenta così il fallimento dell’editoria come infrastruttura di potere.
La gestione di Bezos appare come una ritirata silenziosa per irrilevanza strategica.
È un campanello d’allarme globale: se le testate non sono più nodi centrali del potere reale, il mito del Quarto Potere è destinato a svanire.

Prima ipotesi: perdite

La prima ipotesi da scartare è quella più frequentemente evocata nel dibattito pubblico: il Washington Post non viene sacrificato perché “perde troppo”. Un editore che tollera investimenti miliardari a ritorno differito, che brucia capitali in settori ad altissima incertezza e che opera su orizzonti temporali lunghissimi, non decide di disimpegnarsi da una testata per qualche decina di milioni di dollari l’anno. Sarebbe una spiegazione ingenua. Se non strumentale.

Seconda ipotesi: politica

La seconda ipotesi – quella politica – è altrettanto fragile. Si è sostenuto che Bezos stia lasciando deperire il Washington Post per ingraziarsi Donald Trump o, più in generale, per ridurre l’attrito con l’amministrazione statunitense.
Tuttavia, anche questa lettura non regge a un’analisi tecnica: se l’obiettivo fosse quello di ottenere un dividendo politico, la strategia più efficiente sarebbe stata un intervento diretto sulla linea editoriale, una normalizzazione del giornale, un progressivo riallineamento delle posizioni.

Nulla di inedito, in realtà

Nulla di inedito, invero, nella storia dell’editoria occidentale.
Invece, ciò che si osserva non è un cambio di linea, ma l’erosione della capacità stessa del giornale di incidere.

La percezione (attuale) del Washington Post

Ed è qui che emerge il vero nodo: il Washington Post, evidentemente, non è più percepito come uno strumento strategico di potere.
Nel capitalismo delle piattaforme, l’influenza non passa più prioritariamente attraverso l’agenda setting dei media tradizionali.

Il nuovo centro del potere

Viaggia, piuttosto, attraverso infrastrutture, standard tecnologici, ecosistemi digitali, controllo dei flussi informativi e – sempre di più – attraverso l’intelligenza artificiale.

Come GEDI

In questo schema, un quotidiano, per quanto prestigioso, non è un moltiplicatore di potere, ma un asset simbolico a rendimento decrescente, come peraltro la vicenda GEDI sembra confermare.

Il giornalismo di qualità non condiziona più i decisori reali

Il Washigton Post continua a produrre giornalismo di qualità, ma non condiziona più i decisori reali. Non orienta mercati, non incide sulle dinamiche regolatorie in modo determinante, non rappresenta una leva negoziale efficace nei confronti delle istituzioni.

Bene reputazionale

E questo è un punto dirimente: per un imprenditore come Bezos, abituato a misurare ogni asset in termini di scalabilità, impatto sistemico e ritorno strategico, un bene che produce solo reputazione è, nel medio periodo, non funzionale.

Fallimento dell’editoria come infrastruttura di potere

In questo senso, il Washington Post diventa un caso emblematico di quello che potremmo definire fallimento dell’editoria come infrastruttura di potere.

Default delle aspettative

Non un fallimento giornalistico, né necessariamente un fallimento economico, ma un default rispetto alle aspettative che avevano probabilmente guidato l’acquisizione.

La realtà mutata

L’idea che il possesso di una grande testata potesse garantire accesso privilegiato, capacità di pressione politica, protezione regolatoria, si è scontrata con una realtà radicalmente mutata.

I.A. il vero potere

Oggi il vero potere si esercita altrove: negli accordi tra big tech e fornitori di intelligenza artificiale, nella capacità di orientare l’innovazione, nella gestione dei dati, nella definizione degli standard che governeranno interi settori industriali. In questo contesto, una redazione, anche la più autorevole, pesa meno di un algoritmo, meno di una piattaforma, meno di un’infrastruttura cloud.

Ritirata silenziosa

La gestione del Washington Post appare allora come una ritirata silenziosa, non dichiarata ma evidente. Non una distruzione per vendetta o per calcolo politico immediato, bensì una forma di disinvestimento per irrilevanza strategica.

Zona grigia

Il giornale non viene trasformato perché trasformarlo non porterebbe benefici sufficienti; non viene chiuso perché il costo reputazionale sarebbe eccessivo; viene lasciato scivolare in una zona grigia, dove il prestigio sopravvive, ma l’impatto evapora.

Campanello d’allarme mondiale

Questa dinamica dovrebbe interrogare profondamente l’intero settore editoriale, anche al di fuori degli Stati Uniti ed in particolare in Italia, dove il destino de La Repubblica sembra seguire quello del Washington Post.
Il caso del quotidiano statunitense mostra che non basta più essere autorevoli, né basta essere economicamente sostenibili.

La vera domanda

La domanda vera, quella che gli editori – grandi o piccoli – dovrebbero porsi, è se le testate siano ancora percepite come nodi centrali nei circuiti del potere reale.

Lezione dura al Quarto Potere

Se la risposta è negativa, allora il destino è segnato: non per mancanza di qualità o di storia, ma per mancanza di funzione.
Ed è forse questa la lezione più dura del caso Bezos-Washington Post: nel capitalismo contemporaneo, ciò che non produce leva sistemica non viene necessariamente eliminato, ma semplicemente abbandonato alla marginalità.
Con buona pace del mito, ormai logoro, del giornale come quarto potere.

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