Tre approcci diversi alla medesima questione.
Tra maggio e giugno si svolgono ai lati dell’Atlantico due tra i più importanti festival del cinema: quello di Cannes in Europa e il Tribeca negli Stati Uniti.
Quest’anno, inevitabilmente, entrambi gli eventi si sono trovati ad affrontare il tema dell’utilizzo delle intelligenze artificiali generative (IA) nell’ambito della creazione artistica, un tema di cui NL ha ripetutamente parlato.
I due eventi hanno però mandato segnali totalmente opposti: il Festival di Cannes ha alzato il ponte levatoio, arrivando per bocca del direttore artistico a minacciare l’esclusione delle opere che avessero utilizzato l’IA; al contrario, il Tribeca Film Festival di New York ha presentato un’opera totalmente realizzata con l’aiuto dell’IA.
Per l’industria audiovisiva europea il confronto dovrebbe suonare come un campanello d’allarme.
Sintesi
Il Festival di Cannes e il Tribeca Film Festival di New York hanno offerto nel 2026 risposte opposte alla sfida dell’intelliagenza artificiale nel cinema.
Mentre il direttore del Festival di Cannes, Thierry Frémaux, proponeva un’etichetta di garanzia per i film prodotti senza IA, salvo poi vedere firmato un accordo pluriennale con Meta, il festival newyorkese accettava in selezione ufficiale “Dreams of Violets”, primo lungometraggio live action interamente generato dall’intelligenza artificiale, realizzato dal regista Ash Koosha in due mesi e mezzo con meno di 2.000 dollari.
Il caso simboleggia un divario profondo: mentre l’Europa legifera e si difende, negli Stati Uniti si sperimenta liberamente, in Cina si scala industrialmente la produzione video generativa e Hollywood smette di portare i propri titoli nei festival del Vecchio Continente.
La barriera d’ingresso al cinema professionale si è abbassata in modo irreversibile e i talenti indipendenti di tutto il mondo possono oggi fare a meno dei circuiti di finanziamento tradizionali.
L’Europa rischia di perdere questa partita non per mancanza di creatività, ma per eccesso di cautela istituzionale.
La posizione di Frémaux
Partiamo da Cannes.
Il tono del direttore generale del festival non lascia spazio ad ambiguità: «Cannes sta con gli artisti, con gli sceneggiatori, con i doppiatori e i traduttori», ha dichiarato alla conferenza stampa di apertura.
La proposta concreta è una certificazione simile a quelle utilizzate nel settore alimentare per identificare i film prodotti senza l’impiego dell’intelligenza artificiale.
Una posizione ambigua
Leggendo con attenzione le dichiarazioni di Frémaux emerge però una certa ambiguità: da un lato il direttore mostra una moderata apertura verso le nuove tecnologie, dall’altro si schiera apertamente con chi considera l’intelligenza artificiale una minaccia per il settore creativo.
Si tratta di una posizione profondamente radicata nella tradizione culturale europea: regolamentare e normare prima ancora che i fenomeni abbiano assunto una forma definitiva.
Un approccio difensivo
La posizione di Cannes rivela un approccio fondamentalmente difensivo: l’Europa come custode di ciò che esiste, più che come costruttrice di ciò che verrà. La contraddizione emerge con forza nel momento in cui il festival annuncia un accordo pluriennale con Meta, uno dei principali investitori mondiali nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Una contraddizione evidente
Secondo quanto comunicato ufficialmente, Meta partecipa alle attività del festival e ha collaborato alla realizzazione del documentario “John Lennon: The Last Interview”, utilizzando strumenti di intelligenza artificiale per generare immagini capaci di accompagnare le riflessioni più astratte di Lennon e Yoko Ono. In altre parole, Cannes prende posizione contro l’IA mentre contemporaneamente collabora con una delle aziende che maggiormente investono nel suo sviluppo.
Un processo inevitabile
Lo stesso Frémaux ha riconosciuto che l’intelligenza artificiale è già entrata negli studi cinematografici, nelle sale di montaggio e nei processi creativi. La tecnologia non è più una prospettiva futura: è una realtà già presente.
Dall’altra parte dell’oceano
A New York il Tribeca Film Festival ha scelto un approccio completamente diverso: il festival ha accolto nella selezione ufficiale “Dreams of Violets”, opera del regista iraniano-britannico Ash Koosha e primo film interamente realizzato con l’intelligenza artificiale ad essere presentato in un importante festival internazionale.
Settantacinque minuti di immagini generate dall’IA
Il film racconta la repressione delle proteste avvenute in Iran nel gennaio 2026. Ogni scena, personaggio e ambientazione sono stati generati dall’intelligenza artificiale.
Koosha ha realizzato l’intera opera in circa due mesi e mezzo, lavorandoci nel tempo libero e sostenendo costi estremamente contenuti.
Meno di 2.000 dollari
Secondo il regista, una produzione equivalente realizzata con tecniche tradizionali di computer grafica avrebbe richiesto investimenti milionari. Il progetto è stato invece completato con una spesa inferiore ai 2.000 dollari.
Fact Check
Per comprendere meglio il livello raggiunto da queste tecnologie è sufficiente osservare il trailer del film.
La barriera d’ingresso si abbassa
Grazie all’IA, la barriera economica per realizzare un film professionale si è ridotta drasticamente. Per molti autori indipendenti, esclusi dai tradizionali sistemi di finanziamento, questa rappresenta una rivoluzione.
La fine dei budget miliardari
Koosha ritiene che nei prossimi anni anche le grandi produzioni hollywoodiane subiranno una trasformazione radicale. Secondo la sua visione, i budget da centinaia di milioni di dollari potrebbero diventare sempre meno giustificabili dal punto di vista economico.
Nessuno vuole essere il primo
Molti festival tradizionali guardano ancora con sospetto all’intelligenza artificiale. Tribeca ha scelto di assumersi il rischio di essere il primo grande festival ad accogliere un’opera completamente generata dall’IA.
Hollywood abbandona i festival europei
Nel 2026 nessuno dei principali studi americani ha portato i propri titoli a Cannes o alla Berlinale (festival analogo che si tiene in Germania). Un segnale che molti osservatori interpretano come sintomo di un progressivo allontanamento tra industria cinematografica statunitense e grandi festival europei.
Non abbiamo più bisogno di voi
Secondo una lettura critica, i grandi studi non avrebbero più necessità dei festival europei per ottenere legittimazione commerciale e mediatica. La centralità culturale del Vecchio Continente appare sempre più ridimensionata.
La Cina non chiede permesso
Mentre l’Europa discute regolamenti e certificazioni, la Cina investe massicciamente: piattaforme come Kling e Wan stanno raggiungendo livelli qualitativi tra i migliori al mondo nella generazione di video tramite intelligenza artificiale. A Pechino non si discute se l’IA sia accettabile: si sviluppano piani industriali per guidarne l’adozione.
Il divario che si allarga
L’Europa non rischia di perdere questa partita per mancanza di talento: quelli esistono e continuano a produrre innovazione.
Eccesso di prudenza
Il rischio deriva piuttosto da un eccesso di prudenza istituzionale, dalla tendenza a proteggere ciò che esiste invece di costruire ciò che verrà.
L’etichetta dell’Europa
Mentre Tribeca proietta il primo film interamente generato dall’intelligenza artificiale, la Cina industrializza la produzione video e Hollywood guarda altrove, l’Europa continua a discutere etichette e certificazioni. (M.H.B. per NL)

































