Quando abbiamo letto l’annuncio per la prima volta l’avevamo compreso al contrario: dopo tante cause dei proprietari di contenuti verso le grandi piattaforme della Intelligenza Artificiale (IA), ecco che OpenAI decide di pagare un miliardo di dollari a Disney per poterne utilizzarne i personaggi legalmente.
Ma ci stavamo sbagliando: a pagare per concedere questo diritto è, invece, Disney.
Si tratta, tuttavia, di un buon affare, win-win, come direbbero gli anglosassoni: uno dove tutti vincono.
Ma soprattutto Disney.
Sintesi
Disney ha investito un miliardo di dollari in OpenAI, ottenendo una quota azionaria da noi stimata allo 0,2% (sì, avete letto bene: 0,2% vs 1 miliardo di collari) e warrant per future acquisizioni, in cambio di una licenza esclusiva per l’utilizzo di oltre 200 personaggi iconici su piattaforme come Sora e ChatGPT Images.
L’accordo, che segna un’inversione strategica rispetto alle recenti cause quale quella contro Midjourney, permette la creazione di contenuti short-form, ma con importanti limitazioni: nessun contenuto long-form, nessuna voce di attori reali, mentre Disney mantiene tutti i diritti sulla proprietà intellettuale dei contenuti generati dagli utenti.
Un vero vantaggio per Disney risiede nei warrant, che potrebbero trasformarsi in “oro puro” quando OpenAI approderà in borsa con valutazioni che si prevedono stratosferiche.
L’altro, ovviamente, in quello che oggi appare come uno scippo dei diritti dei content creators.
Parallelamente, Disney ha intentato causa a Google per violazione di copyright nell’addestramento dei suoi modelli IA, applicando quindi una strategia “bastone e carota”: collaborazione con OpenAI per opportunità finanziarie e confronto legale con Google, già quotata e quindi priva delle stesse opportunità di investimento pre-IPO.
La questione potrebbe arrivare alla Corte Suprema per definire se l’uso di contenuti protetti per opere trasformative rientri nel fair use, mentre i fan Disney su social mostrano forte scetticismo verso contenuti definiti ai-generated junk.
Premessa
Vediamo per cominciare i termini dell’accordo, come annunciato da Bloomberg il giorno 11 dicembre: Disney ha deciso di investire un miliardo di dollari in OpenAI, ottenendo in cambio una quota azionaria non precisata e un warrant per acquisire ulteriori azioni ad un prezzo prestabilito. In cambio fornisce una licenza esclusiva a OpenAI per utilizzare oltre 200 personaggi della casa di Topolino.
Figure iconiche
I personaggi sono definiti come segue: personaggi mascherati e creature provenienti dai mondi di Disney, Pixar, Marvel e Star Wars, ma non attori umani. E gli stessi devono essere privi della propria voce. Nel gruppo figure iconiche come Topolino (Mickey Mouse), Cenerentola, Iron Man, Darth Vader, Yoda e molti altri, inclusi costumi, props, veicoli e ambienti caratteristici.
Contenuti short-form
Su tutti questi Sora, la piattaforma di generazione video breve di OpenAI e ChatGPT Images potranno creare contenuti short-form a partire dal primo semestre 2026.
Parassiti del copyright
Questo accordo segna – o pare segnare – un cambio di strategia totale per Disney: non sono passati che sei mesi da quando la casa di Paperino & C. aveva intentato una causa miliardaria a Midjourney e Minmax per “Aver permesso di incorporare copia dei propri famosi personaggi nei video creati dagli utenti”. Nelle motivazioni dell’azione si potevano leggere frasi gentili quali “Midjourney è il quintessenziale parassita del copyright e un pozzo senza fondo di plagio”.
I termini economici
Cerchiamo di razionalizzare.
La premessa è che OpenAI non è ancora quotata in borsa. Non esiste dunque un suo valore di mercato ufficiale ed ogni investimento di terzi a cui corrisponda l’emissione (o la cessione) di azioni ne determina implicitamente il valore.
0,2% per 1 miliardo di dollari
Considerato che l’operazione vale un miliardo di dollari e che si ritiene ad oggi la società guidata da Altman abbia una capitalizzazione virtuale di 500 miliardi, se ne ricava che Disney possiede lo 0,2% di OpenAI. Il warrant invece è una specie di promessa: fornisce a Disney la possibilità di acquistare ulteriori azioni ad un prezzo determinato oggi – ovviamente molto inferiore alla parte bassa della forchetta prevista per l‘IPO.
Fantastiliardi
Quando OpenAI esordirà in borsa (con una valutazione oggi stimata in termini di fantastiliardi, come ironizza qualcuno), quei warrant diventeranno oro puro: con un dollaro si potrebbe ad esempio comprare un’azione da 100 dollari (sono numeri ipotetici, ovviamente). Un affare ad altissimo potenziale, considerando oltretutto che – non essendo sul mercato – queste azioni sono offerte solo a coloro cui OpenAI decide di riservarle. Ma c’è di più.
I termini tecnici
Innanzitutto le importanti limitazioni: non sono consentiti contenuti long-form, né l’uso di somiglianze o voci di attori reali associati ai personaggi. Inoltre, sono previsti robusti controlli per prevenire generazioni illegali o dannose, con un impegno condiviso a proteggere i diritti dei creatori e la sicurezza degli utenti. Il che è il consueto gergo per dire: niente sesso o contenuti violenti. Ma c’è un punto più importante.
Proprietà intellettuale…
Il punto centrale riguarda la proprietà intellettuale di quanto creato dagli utenti di ChatGPT e Sora.
In primo luogo Disney si riserva il diritto di selezionare e pubblicare su Disney Plus qualsiasi cortometraggio Sora creato da fan. Inoltre mantiene per sé una licenza permanente su qualsiasi contenuto che includa i propri personaggi e materiale.
…scippata ai creators?
In altre parole, se un utente crea qualcosa dentro Sora che contenga una proprietà o un personaggio Disney, magari dopo aver elaborato un prompt particolarmente complesso e/o dopo decine di iterazioni con il modello non ne riceve alcun vantaggio economico. Niente dollari, niente creator economy: il contenuto – ed il guadagno – è tutto per Disney.
Film e formati tradizionali
Abbiamo parlato di contenuti short form, quelli tipici di TikTok Reels e dei YouTube Shorts. Ma forse Disney non si limiterà a questo. Durante un’intervista di metà novembre a CNBC, il CEO Eisner ha pronunciato una frase che è stata oggetto di molti commenti.
La frase
Eccola: “Ci sono opportunità fenomenali per implementare l’IA nelle nostre piattaforme direct-to-consumer, per fornire strumenti che rendono le piattaforme più dinamiche e più coinvolgenti con i consumatori”. Cosa intendeva con implementare l’IA nelle piattaforme direct-to-consumer? Certamente una possibilità è spingere sull’interazione, con ad esempio chatbot dotati della personalità di Paperino.
Lungometraggi
Ma l’altra l’altra ipotesi richiama quanto detto da James Cameron: l’IA è uno strumento in più per creare rapidamente film, i classici lungometraggi (parola oltretutto decisamente obsoleta, considerato che fa riferimento alla pellicola).
AI-generated Junk
A giudicare dalle reazioni sui forum di appassionati Disney la prospettiva non sembra destare il massimo del consenso. Questo uno dei commenti più gentili che abbiamo letto: “Chi mai vorrà spendere i propri soldi per vedere “ai-generated junk”? (spazzatura generata da una IA).
Praticamente nello stesso giorno dell’annuncio dell’accordo, una differente sezione di Disney – quella legale – lanciava un contenzioso con Google. Nelle motivazioni si legge: “Google sta violando su larga scala i diritti d’autore della Disney, copiando un ampio corpus delle opere protette da copyright senza autorizzazione per addestrare e sviluppare modelli e servizi di intelligenza artificiale generativa (‘IA’) e utilizzando tali modelli e servizi di IA per sfruttare commercialmente e distribuire copie delle sue opere protette ai consumatori in violazione dei diritti d’autore di Disney”.
Corte suprema
Alcuni analisti ritengono che la questione non possa essere risolta amichevolmente: in questo caso i contendenti sarebbero costretti a ricorrere alla Corte Suprema per decidere sul punto chiave: una IA che legga un contenuto e lo utilizzi per un’opera trasformativa rientra nel fair use?
Bastone e carota
Disney ha dunque operato una scelta di campo: il bastone con Google e la carota con OpenAI.
Abbiamo letto decine di articoli senza trovare una motivazione per questa scelta di campo. Eppure a noi pare ovvia, motivo per il quale ci sentiamo di avanzarla su queste pagine.
IPO: prossimo futuro
Google non è prossima ad un IPO essendo andata in borsa nell’agosto del 2004. Nessun modo di ottenere a prezzo da saldo delle azioni ad alto potenziale, ad esempio con lo strumento elegantemente chiamato warrant.
Flusso finanziario
Ne consegue che l’unico accordo possibile con la casa di Mountain View vedrebbe un flusso finanziario nel senso naturale: da Google a Disney. Ma Google, citando appunto il fair use, non sembra interessata.
Rapporti di forza
Google può permettersi di rischiare, in quanto il rapporto di forze le è piuttosto favorevole. Ad oggi capitalizza in borsa 3,67 trilioni di dollari, mentre Disney ne capitalizza 198. Trilioni, bilioni, fantastilioni, difficile orientarsi: ecco dunque lo stesso numero espresso in cifre:
Google: $3.670.000.000.000
Disney: $198.000.000.000
Google vale dunque quanto 18 volte Disney. E considerati i movimenti in essere tra i grandi studios, piuttosto che pagare gli avvocati potrebbe permettersi di acquistare il tutto. (M.H.B. per NL)
































