Le Web radio “valgono” 300mila € di diritti discografici

Il panorama sembra quello delle radio libere di un tempo: istituzionali, commerciali e amatoriali. Ma il business per qualcuno c’è…


(Radio Passioni) – Sono stato questa mattina alla presentazione della prima ricerca sul valore del mercato della musica in Italia. In realtà non è il primo studio di questo tipo. Negli anni passati i committenti, SCF Consorzio Fonografici, DismaMusica (associazione di categoria di chi vende strumenti musicali) e FEM (Federazione Editori Musicali), avevano affidato lo studio alla Bocconi. L’edizione 2008, con i dati relativi al 2007, è invece stata curata, con una nuova metodologia, dall’università milanese IULM, da un team coordinato da Luca Barbarito e Antonella Ardizzone. Quanto “vale” la musica in Italia e perché il dato deve interessare anche me e Radiopassioni? La risposta alla prima domanda è: 4,1 miliardi di euro, molto poco se confrontiamo il dato con quello di altre nazioni europee, alla faccia di una tradizione che, forse lo dimentichiamo, non si è più rinnovata più o meno dalla morte di Verdi.
Alla seconda domanda è ancora più banale rispondere: perché una quota significativa di questo valore è rappresentato dai flussi generati dalle radio e dalle televisioni, quelli che riguardano l’area chiamata dal professor Barbarito, docente di Economia dei media, la “musica sparsa”, quella di cui fruiamo senza direttamente acquistare un supporto fisico come il CD (a proposito, è praticamente un tracollo per il disco di policarbonato o vinile – sì vinile, sta ritornando – che perde 19 punti percentuali sul 2006 e si attesta a 406 miseri milioni). Insieme alle discoteche, radio e televisioni generano 1,34 miliardi di euro e registrano un discreto aumento.
L’aspetto molto interessante per noi, ne ho parlato un po’ con Gianluigi Chiodaroli, (nell’immagine durante il suo intervento) presidente di SCF è la crescita in termini di flussi economici “ufficiali” del fenomeno Web radio. «E’ un’area se vogliamo marginale, in cui siamo entrati su mandato degli associati, più con intenti esplorativi e culturali che con l’idea di porre dei limiti,» mi ha detto Chiodaroli. L’SCF, nata nel 2000 («si pensi che la nostra omologa britannica, la PPL, è nata nel 1934, proprio in seguito alla nascita della radio»), è il consorzio che raccoglie i “diritti del disco” e dell’artista che esegue un brano. Molti in Italia non sanno neppure che assolvere i diritti di autore attraverso la SIAE è solo un pezzo dei requisiti da ottemperare quando si fa musica in pubblico, anche attraverso la radio. L’altro pezzo riguarda i diritti di proprietà di chi produce il disco o di chi esegue una canzone altrui. La raccolta di tali diritti spetta appunto all’SCF, con la quale anche le Web radio possono ormai sottoscrivere un accordo di licenza. Sono previste tre tipologie di contratto, mi spiega Chiodaroli, perché molto presto è apparso chiaro che in questo nuovo ambito esistevano modalità e finalità troppo diverse. Ci sono quindi Web radio istituzionali, per esempio quelle aperte dai partiti politici in occasione delle elezioni, quelle commerciali, magari associate al lancio di un prodotto, di una campagna pubblicitaria. E le radio su Web “amatoriali” spesso animate dallo stesso spirito delle radio libere negli anni Settanta. Nel complesso, da queste tre fasce di radio di nuova generazione, sono arrivati circa 110mila euro nel 2007. «Ma il dato del 2008 che stiamo per chiudere ci dice,» mi ha anticipato Chiodaroli, «che questo valore è già triplicato, abbiamo superato i 300 mila euro.» Che cosa comporta l’accordo con SCF per una Web radio? «La possibilità di mettere online qualsiasi titolo discografico, a patto che la funzione di download non riguardi un singolo brano ma, per esempio, un intero programma in cui vengono eseguite delle canzoni, che poi è più o meno la stessa cosa.»
Sul sito di SCF sarà presto disponibile lo studio, insieme a molta altra documentazione. Appena possibile metterò online anche l’audio della conferenza stampa.

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