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Radio 4.0. Dalla scuola dell’ing. Fisher di Gamma Radio alla discografia. Tormy Van Cool: l’industria musicale non puo’ ancora fare a meno della Radio. Spotify e Youtube? Non bastano

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Tormy Van Cool

Tormy Van Cool è un produttore indipendente italo-belga, con etichetta propria, ma ha iniziato nel broadcasting in Italia, alla fine degli anni ‘80, a Milano, presso Segnale Italia Network per poi approdare a Gamma Radio (gestione Monti-Riffeser) affiancato all’indimenticabile grande mente tecnica dell’emittente, ing. Hans Gerard Fisher.
Dopo un percorso in Ampex si è dedicato appunto alla produzione discografica, video e radiofonica in Belgio, collaborando altresì con la Commissione Europea per lo lo sviluppo del progetto Radio Erasmus, che ha lui stesso proposto nel Knowledge Management Team.
NL lo ha intervistato su temi caldi del controverso rapporto tra Radio e discografia, spesso additato come vicendevolmente “clientelare”.
(Newslinet) – Nell’ambito della cd. Radio 4.0 i rapporti tra major discografiche e top radio stanno cambiando. Le grandi radio decidono ancora il successo o meno di un pezzo oppure i decision maker sono ora i servizi di streaming on demand come YouTube e Spotify?
(Tormy Van Cool) – Niente affatto: il rapporto tra major discografiche e grandi radio è di fatto sempre più stretto. La stragrande maggioranza delle major diffonde le “cartoline digitali” (email di promozione da cui scaricare i brani audio e/o video per la radiodiffusione sonora e televisiva, ndr) essenzialmente solo alle grandi stazioni. Queste ultime hanno nelle loro policy la diffusione delle sole hit e/o di nuovi brani di artisti già consolidati (che ipso-facto sono legati alle major). Altro spazio per la musica, è quello dato ad artisti che escono dai Talent; ma essi sono coproduzioni di network e major. Si gioca perciò in casa. Diciamo che sempre più i network si comportano come succursali delle major stesse. D’altronde chi può negare i numeri di ascolto che i primi hanno? Vero che nell’ultimo periodo c’è stata una flessione per tutti, come pubblicato su questa testata; però in questo momento i numeri risultanti agli ascolti effettivi, sono assai superiori a qualsiasi altro canale su YouTube o playlist su Spotify, visti dal punto di vista nazionale.
A livello globale, è notizia di questi ultimi giorni (2-3 marzo 2019, ndr) che le major hanno avuto introiti notevoli con lo streaming su Spotify. Ma è altrettanto vero che l’ascoltatore ascolta la radio in primis e poi va su Spotify mettendo nella playlist i brani che gli piacciono. Il legame quindi è fortissimo.

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(NL) – In questo contesto, che possibilità ci sono per artisti emergenti? Chi ne decide il destino? Radio o piattaforme di streaming on demand?
(T. Van Cool) – Un artista emergente non legato alle major ha poche (se non nessuna) chance di essere considerato e quindi di “passare” in Radio. Ciò è totalmente indipendente dalla sua bravura, dalla qualità musicale e tecnica del suo pezzo. A meno che non acquisti degli slot in cui far passare il proprio pezzo; in tal caso è come acquistare pubblicità ed essere presenti per un mese: la visibilità è molta, ma ad un costo insostenibile per il singolo. È qui che entrano in gioco le piattaforme quali Spotify e YouTube, che danno l’unica possibilità all’artista di raggiungere una vasta audience. Però gli ascolti veri e quindi i risultati li si ottiene con molta fatica e spesso per pura “serendipity”, mentre via radio i risultati sono notevoli ed immediati. Il pubblico fidelizzato è significativo e la probabilità che gli ascoltatori sentano ed apprezzino il pezzo è altissima. Inoltre la presentazione dello stesso da parte dello speaker di turno fa la differenza. Su Spotify e YouTube tutto questo non lo si ha: la gente clicca dove vuole e non c’è alcuna presentazione che invogli a farlo. Certo, appare magari il video tra quelli selezionati dall’algoritmo di I.A., che però è evitabile ed ignorabile, mentre in radio, quando va in onda un brano, anche se si cambia poi stazione, almeno i primi 3-4 secondi sono stati ascoltati. E questo è il tempo di decisione del “se continuare” o “se evitare”; e il 90% delle volte, l’ascoltatore continua l’ascolto.

Certo ci sono dei casi di successo ottenuto dapprima su YouTube che hanno indotto al passaggio in Radio. Tuttavia, non solo non è una regola, ma non ho nemmeno mai visto pezzi rimanere in rotazione solo perché hanno ricevuto view su YouTube. Al momento, quindi, il ruolo della Radio è ancora fondamentale. E lo sarà ancora negli anni avvenire, con formati diversi; ma sempre presente in modo importante.
(NL) –  In base a ciò cosa consigli ad un artista emergente: Radio o Spotify/Youtube?
(T. Van Cool) – Per trattare il tema introduco il termine “Artista diversamente noto”. Considero infatti un artista emergente chi esordisce sul mercato con il primo pezzo e non ha mai fatto un live vero (che non sia tra parenti e amici) e che intende intraprendere la strada di artista come professione. Con “artista diversamente noto”, indico invece colui che è già presente sul mercato (e che quindi vende) con delle produzioni musicali o video-musicali, che ha già fatto live in manifestazioni e/o concorsi di rilievo ed ha già un suo pubblico, ma che non è noto a livello di grande massa. L’emergente deve sempre essere ”allevato”, con un po’ di gavetta al fine di fargli prendere la necessaria confidenza per la gestione non solo della parte musicale ma anche della parte di contatto col pubblico e con gli editori Radio/Tv attraverso presenze su emittenti minori. Quindi il problema lì non si pone, almeno per quanto riguarda il mio modo di lavorare e far lavorare. Per il “diversamente noto” la situazione è differente: per poter esser preso in considerazione dal “conclave” major/network, a parte il solito sistema dell’amico che ci lavora dentro ed ha poteri decisionali (qui in Belgio si dice “via-via”) la soluzione è che l’artista si contraddistingua con grandi numeri attraverso le piattaforme di streaming. Chiariamo, non facendo il furbetto comprando le visualizzazioni; sono “trucchetti” non solo stupidi, ma di fatto assai ben noti e non funzionano; anzi: sono alquanto deleteri per l’artista stesso (conosciamo questi espedienti e non li apprezziamo affatto). Prendendo il caso di Spotify, riuscire ad esser talmente tanto ascoltato, da entrare nelle chart di Billboard, quindi nella TOP 40 e poi salendo; le grosse radio non possono ignorarlo. Di fatto moltissimi network (non solo in italia) si riferiscono alle TOP 40 e TOP 10 per scegliere quali brani mandare in programmazione.  Non è infatti credibile, per l’emittente stessa, che un artista arrivato magari nella TOP 10 nazionale o mondiale non venga diffuso.

Tuttavia per far salire bene il pezzo si hanno le seguenti possibilità: investire molto nella promozione, acquistando spazi pubblicitari ovunque, radio incluse, in modo da avere interviste e passaggi giornalieri nelle ore di ascolto; aver fortuna che il pezzo sia di gradimento ad un responsabile musicale, la cui radio sia un network nazionale e lui sia davvero libero di decidere. In tal caso il pezzo viene diffuso e raggiunge così la massa. E qui arrivo a “chi decide il destino” dell’artista.
(NL) – E per quanto riguarda le Radio IP?
(T. Van Cool) – Le web radio sono molto ascoltate in Europa. L’IP è oggi il trend ed è la landing zone da qui a un quinquenni. So che l’italia è indietro in questo, ma si deve tener conto del trend globale, non di quello locale. La gente ascolta molto le radio per l’intrattenimento e per rimanere aggiornati sia sulle news sia sulle new release musicali. Quindi sono sì determinanti, in assoluto direi.


(NL) – YouTube è un competitor della Radio?
(T. Van Cool) – Youtube è una riserva importantissima per videoclip musicali, per tutorial, per documentari e tanti altri video utilissimi. Di fatto non lo vedo competere con le radio. È una piattaforma con servizio e scopo differente. Offre però opportunità molto interessanti per le Visual Radio, non solo per l’ampia diffusione, ma per il modo in cui gli utenti vengono raggiunti all’inizio di uno streaming. (E.G. per NL)