La procedura di infrazione europea sulle interferenze radioelettriche transfrontaliere in FM notificata a novembre 2025 all’Italia (con l’assegnazione di 60 giorni per il riscontro), già analizzata in profondità su queste pagine, conosce un’ulteriore evoluzione sul piano tecnico- politico-istituzionale: il MIMIT avrebbe scelto di percorrere una strada a metà strada le opzioni discusse in precedenza.
Un’opzione non del tutto inedita, ma di discutibile efficacia per il caso di specie: la riduzione generalizzata delle potenze (6 dB, pare) per tutti i 14.000 impianti privati in funzione in Italia.
La proposta del MIMIT alla Commissione Europea
Le criticità legate alle interferenze radiofoniche transfrontaliere generate dalle emittenti italiane potrebbero essere affrontate attraverso un pacchetto di interventi integrati.
Le opzioni individuate dal MIMIT e proposte in Parlamento (non è chiaro se oggetto della nota di risposta alla messa in mora UE, scaduta il 20/01/2026) ruotano attorno a tre leve principali: l’abbassamento dei livelli di potenza dei trasmettitori (di 6 dB, pare), la revisione dei sistemi radianti per la stragrande parte dei 2000 impianti incompatibili e, come extrema ratio, la disattivazione dei diffusori che non risultassero tecnicamente compatibilizzabili (circa 200, a quanto risulta dalle scarne informazioni rese).
Sintesi
La procedura di infrazione UE sulle interferenze FM internazionali cagionate dall’Italia entra in una fase decisiva, con l’emergere di una possibile scelta del MIMIT orientata a una riduzione generalizzata delle potenze trasmissive (circa 6 dB) per tutti gli impianti privati.
Una soluzione intermedia rispetto alle opzioni discusse finora, ma di efficacia controversa.
Il Governo ha inviato a Camera e Senato una nota esplicativa del pacchetto di misure per la soluzione del problema che combina riduzione di potenza, revisione dei sistemi radianti e spegnimento dei casi non compatibilizzabili.
Secondo il Ministero, il 15% degli impianti FM privati (2000 diffusori) sarebbe incompatibile con l’estero, anche se i casi gravissimi sarebbero poco più di 200, il cui spegnimento potrebbe essere indennizzato con la provvista di 20 mln di euro inizialmente ipotizzata per una rottamazione volontaria.
Intanto, il PD, con un’interrogazione parlamentare, accusa l’Esecutivo di inerzia e di assenza di analisi tecniche e legali strutturate.
I parlamentari richiamano il valore sociale ed economico della radio e il principio dell’affidamento legittimo legato a concessioni pluridecennali.
Sullo sfondo restano le tensioni UE anche sul fronte automotive e broadcast.
La partita, quindi, è ormai politica oltre che tecnica e non più rinviabile.
Intervento plurilivello
Intervento su tre direttrici per risolvere (o quantomeno ridurre fortemente) le interferenze FM prodotte dagli operatori italiani alle stazioni stranieri: riduzione generalizzata delle potenze dei privati (pare di 6 dB); modifiche dei sistemi radianti dei diffusori compatibilizzabili (circa 1800) ; disattivazione di quelli incompatibili in assoluto (circa 200). È questa, in sintesi, la linea illustrata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in una comunicazione inviata ai presidenti di Camera e Senato.
La linea del Governo verso Bruxelles
La nota è finalizzata a chiarire le iniziative che l’Esecutivo intende mettere in campo per rispondere alla procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea nei confronti dell’Italia, a seguito delle interferenze provocate dalle radio FM nazionali ai danni delle emittenti di Croazia, Slovenia, Francia (in particolare la Corsica) e Malta (ma il problema riguarda anche la Svizzera), il cui termine (per la risposta) è scaduto il 20/01/2026.
Migliaia di impianti fuori dal coordinamento internazionale
Nella comunicazione al Parlamento si sottolinea come la gran parte dei 14 mila impianti dell’emittenza privata italiana non risulti iscritta presso l’International Telecommunication Union e, di conseguenza, non goda di alcuna tutela nei confronti degli altri Paesi. Una condizione che non riguarda invece gli impianti del servizio pubblico (3500), regolarmente registrati e coordinati (dal Piano di Ginevra del 1984 e successive integrazioni).
La cornice europea: una procedura che non nasce oggi
Nel merito, la procedura di infrazione avviata da Bruxelles il 20/11/2025 affonda le radici in un problema strutturale che l’Italia trascina da oltre quarant’anni: la mancata pianificazione delle frequenze FM private funzionanti.
Alla Conferenza UIT di Ginevra del 1984, infatti, furono iscritte solo le circa 2000 frequenze RAI, lasciando fuori migliaia di impianti privati (già in esercizio in molti casi dal 1975) che, pur legittimati sul piano interno, non sono mai stati coordinati a livello internazionale.
Il processo di congestione dell’etere
È proprio questa anomalia storica ad aver generato, nel tempo, un quadro di congestione dello spettro, con frequenze sovrapposte, interdistanze insufficienti ed irradiazioni che oltrepassano in forma naturale i confini, causando reciproche interferenze tra trasmittenti italiane e della Croazia, della Slovenia, della Francia (Corsica), di Malta oltre che, fuori UE, della Svizzera.
Dopo lunghi ed infuttuosi confronti, la Commissione europea, richiamando il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche, ha ritenuto non più tollerabile il permanere di questa situazione.
Mediazioni senza esito e nuove contestazioni UE
Da qui la necessità, per il Governo italiano (e per esso il Ministero delle imprese e del made in Italy), di individuare una strategia strutturata a riguardo della esplosiva situazione FM. Nello stesso contesto, l’Esecutivo intende intervenire anche su un’ulteriore contestazione comunitaria, relativa all’utilizzo non conforme di due blocchi di frequenze destinati al DAB+.
Il nodo della riduzione delle potenze
Al momento, i contorni operativi del piano non sono ancora stati definiti. Trapela però che si tratterà di un intervento non solo tecnico, ma anche normativo (per porlo al riparo da prevedibili ricorsi al TAR).
Resta soprattutto da capire se l’abbassamento delle potenze trasmissive (sembra quantificato in 6 dB) sarà applicato in modo selettivo, limitandolo agli impianti effettivamente interferenti – circostanza abbastanza improbabile, in quanto determirebbe l’insorgenza di interferenze interne per diminuzione dei rapporti S/N da parte degli impianti italiani adiacenti o isofrequenziali a quelli interessati dalla riduzione -, oppure se verrà esteso in maniera uniforme all’intero comparto radiofonico nazionale – contingenza pure non esente da controindicazioni, in quanto se è vero che esistono impianti sovradimensionati che potrebbero non subire gravi danni, vi sono anche diffusori che riducendosi di 6 dB non garantirebbero più il servizio minimo su vaste aree del bacino di utenza -.
L’ipotesi di un intervento generalizzato
A sostegno di questa impostazione sarebbe stato richiamato uno studio del 2023 pubblicato su una rivista dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers, al quale ha contribuito anche l’ex presidente della Fondazione Bordoni, Antonio Sassano. La ricerca ipotizzava una riduzione diffusa delle potenze di trasmissione come strumento per conseguire un duplice obiettivo: diminuire i consumi energetici e, allo stesso tempo, risolvere il problema delle interferenze. Secondo i modelli elaborati, un simile approccio potrebbe persino migliorare la copertura effettiva della popolazione, riducendo il rumore di fondo complessivo. Di contro, lo studio evidenziava come interventi limitati a pochi impianti rischierebbero di generare nuovi squilibri nel delicato ecosistema dell’etere (per l’alterazione dei rapporti S/N tra impianti inalterati ed impianti dewattati).
L’interrogazione parlamentare del PD
Nelle more, i deputati PD Stefano Vaccari, Virginio Merola, Andrea De Maria, Ilenia Malavasi e Andrea Rossi hanno iscritto un’interrogazione rivolta al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, contestando all’Esecutivo di non aver affrontato in modo adeguato una questione che rischia di produrre effetti sistemici sull’intero comparto radiofonico locale e nazionale.
Il rischio “colpo di spugna” evocato dal PD
Preso atto di ciò, nell’interrogazione parlamentare, i deputati dem hanno richiamato esplicitamente il rischio che, in assenza di una risposta coordinata (con gli operatori), articolata e tecnicamente fondata, si possa arrivare ad una cancellazione indiscriminata delle frequenze FM, apoditticamente considerate interferenti (secondo il principio – contestato dagli operatori – che la mera dichiarazione di incompatibilità formulata da uno stato estero costituisce di per sé prova della stessa) con la conseguente riduzione delle potenzialità (fino alla disattivazione per 200 casi estremi) di oltre 2.000 impianti.
L’accusa di inerzia e l’assenza di analisi strutturate del PD
Uno dei passaggi più duri dell’interrogazione PD è infatti l’accusa di non aver proceduto a una valutazione concreta della problematica, né sul piano tecnico, né su quello legale. Un rilievo che trova riscontro nella nostra analisi, laddove abbiamo sottolineato come, fino ad oggi, l’unica proposta avanzata in sede comunitaria era stata quella – avanzata dal Ministero – di uno schema di rottamazione volontaria degli impianti FM interferenti, sostenuto da una provvista di circa 20 milioni di euro.
20 mln provvista insufficiente per qualsiasi ipotesi di indennizzo serio
Una somma che, come evidenziato da più parti, appare largamente insufficiente se rapportata al numero ed al valore degli impianti potenzialmente coinvolti. E che, soprattutto, non risolve il nodo centrale: distinguere gli impianti effettivamente interferenti da quelli che operano legittimamente senza arrecare disturbo all’estero (se non in casi sporadici di propagazione, soprattutto nei mesi estivi; circostanza che impedisce di attuare contromisure efficaci, stante l’evanescenza del fenomeno).
Il valore sociale ed economico della radio
Il PD, col proprio intervento, introduce, inoltre, nel dibattito un elemento che va oltre la tecnica e il diritto europeo: il valore sociale ed economico della radio. I deputati ricordano che le emittenti radiofoniche raggiungono quotidianamente oltre 35 milioni di persone e rappresentano un mezzo resiliente, capace di garantire informazione libera, gratuita e immediata, soprattutto in situazioni di emergenza.
Il ruolo del broadcasting
Un richiamo che si collega, indirettamente, ad un’altra criticità comunitaria emersa in questi giorni: la radio broadcast continua a svolgere una funzione di servizio universale di fatto, difficilmente sostituibile da soluzioni esclusivamente IP, che dipendono da infrastrutture di rete, piattaforme proprietarie e condizioni di accesso non sempre garantite.
Automotive
Una condizione però all’evidenza non riconosciuta dall’UE, che ha sospeso (fino al 7 aprile 2026) il pronunciamento sulla proposta italiana di modificare il Codice delle comunicazioni elettroniche interno (D. Lgs. 207/2021) per introdurre l’obbligo (a carico dell’industria automobilistica) di dotare di serie tutte le auto di ricevitori FM/DAB+, contrastando la tendenza alla cancellazione dal dashboard di alcuni modelli, dell’autoradio a favore di soluzioni esclusivamente in streaming.
Concessioni, canoni e affidamento legittimo
Un altro passaggio cruciale dell’interrogazione riguarda la natura giuridica degli impianti FM: si tratta, ricordano i parlamentari PD, di diffusori operanti da oltre trent’anni in virtù di concessioni ministeriali rilasciate ex L. 223/1990, per le quali lo Stato ha riscosso e continua a riscuotere tasse e canoni.
L’aspetto centrale della questione
Un aspetto centrale anche nell’ottica delle possibili soluzioni: come sottolineato nella nostra precedente disamina, qualsiasi intervento che comporti la dismissione forzata di impianti non può prescindere da indennizzi congrui e da meccanismi che tengano conto dei diritti acquisiti. In caso contrario, il rischio di un contenzioso amministrativo e risarcitorio di ampia portata sarebbe elevatissimo.
La pressione politica del PD come fattore nuovo
Con l’invito al Governo ad “uscire allo scoperto” ed evitare decisioni “frettolose e semplicistiche”, il PD introduce un elemento nuovo: la questione delle interferenze FM non è più solo un dossier tecnico tra amministrazioni e Bruxelles, ma un tema politico che investe pluralismo, lavoro, diritti acquisiti e assetti industriali. Ora spetta all’Esecutivo, chiarire rapidamente quale strategia intenda adottare, anche alla luce del rischio di sanzioni europee e della necessità di fornire risposte concrete e misurabili alla Commissione.
Una scelta non più rinviabile
L’aggiornamento politico conferma, in definitiva, la lettura proposta: la finestra europea si è chiusa e il tempo delle soluzioni dilatorie è finito. Ma allo stesso tempo, l’idea di risolvere il problema con un “colpo di spugna” sulle frequenze FM appare non solo impraticabile, ma pericolosa per l’intero sistema. La vera sfida, oggi, è governare l’uscita dall’analogico, riducendo le interferenze e rispettando gli obblighi comunitari senza sacrificare pluralismo, continuità aziendale e valore sociale della radio. Una partita complessa, che richiede scelte politiche chiare e una strategia industriale coerente. (E.G. per NL)




























