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Informazione online. Fake News: il lato oscuro dell’art. 21 della Costituzione. Tra fakers professionisti, affermazione di pubblicatori seriali e burloni

fake

Cercando sul dizionario la traduzione in italiano della parola “Fake” si trova per l’aggettivo: falso; per il sostantivo: falsificazione; per il verbo: falsare.
Fake news, etimologicamente, è pertanto una notizia falsa; una informazione infondata.
Ma come è possibile che una notizia con i connotati della falsità possa venire resa nota e pubblicata senza controllo?
Anche se il Serpente che incantò con le sue false informazioni Adamo ed Eva indica che le Fake News sono sempre esistite, la loro esplosione consegue all’avvento di Internet e quindi alla possibilità di pubblicazione di notizie da parte di chiunque, privando dell’esclusiva i professionisti dell’informazione, i giornalisti.
L’applicazione del sacramentale principio costituzionale (art. 21) sulla libera manifestazione del pensiero non è stata di facile attuazione fino alla prima metà degli anni ’70, stanti le forti limitazioni all’accesso agli strumenti di comunicazione (di massa).
«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure», era quindi un diritto affievolito dalla realtà fattuale.
Con la liberalizzazione dell’etere, scolpita dalla sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale, l’accesso ai mass media italiani è stato più semplice, attraverso l’apertura delle radio e tv “libere” (argomento cui stiamo dedicando attenzione in questi giorni in ordine all’equilibrio tra informazione e tutela dei diritti personali). L’art. 21 Cost diveniva quindi accessibile, ma ancora non per tutti.
Solo 20 anni dopo, con la diffusione di Internet, si è aperta la possibilità per chiunque di scrivere e pubblicare, liberamente e sostanzialmente senza controllo, una notizia su un blog, un sito, un social media.

Oggi sul web il lettore può scegliere dove leggere affezionandosi alle pagine che meglio interpretano le sue aspettative, con propensione frequente a credere a tutto quanto lì legge. Incluse eventuali fake news.
E qui cominciamo a pigiare tasti dolenti.
Mentre il giornalista come tale, oltre alle prescrizioni di legge ha un codice deontologico da osservare (vincolante per lo svolgimento della professione), chi su Internet scrive (senza essere giornalista), una volta osservate le norme codicistiche (cioè i dettami civilistici e penalistici) può disquisire di ciò che ritiene opportuno. Senza controllo alcuno di garanzia.
La lettura dei giornali cartacei era ed è appunto ipotetica “garanzia” che le notizie pubblicate siano passate al vaglio di una tendenzialmente attenta verifica e di un controllo che presuppone l’accertamento della veridicità della notizia. Regola che vale naturalmente anche per le testate giornalistiche online (cioè quelle iscritte al Registro Stampa del Tribunale e dirette da un giornalista).

E’ per questo, fra l’altro, che il codice deontologico prima e l’Ordine dei giornalisti poi impone che le testate giornalistiche ed i giornalisti, che attentamente seguono le notizie che appaiono sui social media, quando ne scorgono una di peso mediatico, debbano attentamente verificarne l’autenticità prima di farla propria e comunicarla. In tale caso, poiché la frenesia da pubblicazione innesca la conseguente pronta consultazione della notizia da parte dei lettori sulla testata online e offline, il pericolo è, per la fretta di pubblicare prima di altri, di non verificare accuratamente la veridicità della notizia e di validare col timbro giornalistico una fake news.
Quindi urgenza e velocità sono antagoniste dei controlli circa la genuinità e la veridicità della notizia.
Tuttavia, proprio Internet ed i servizi prestati da alcuni social consentono oggi di accertare con relativa rapidità se una notizia non sia veritiera. Il problema quindi si sposta dalla notizia alla affidabilità di chi la pubblica. La pubblicazione da parte di una testata giornalistica dovrebbe essere, come scritto più sopra, garanzia di veridicità delle notizie pubblicate. Il lettore quindi si fida e dà per scontato che tutto quanto legge sia vero.

La stessa propensione non esiste invece se letta su vettori web non soggetti a controllo di veridicità. Qui sta il pericolo, perché è una questione di fiducia di chi legge verso dove legge. Solo una estrema improbabilità di una notizia farà porre al lettore la domanda se si tratti di una “fake news”. Potrà allora controllare, attraverso i siti delle testate giornalistiche se la notizia sia attendibile (se la trova pubblicata tendenzialmente uguale) o palesemente falsa (se non ne trova traccia dopo qualche ora dalla prima lettura). Il problema diventa importante anche per il social media sul quale viene pubblicata: essere connotati come veicolatori di fake news non è certo un bel biglietto da visita e, non a caso, i vari social stanno prendendo precauzioni in tale senso. La credibilità di quanto vi si legge e quindi del social diventerà sempre più un fattore primario per la scelta di chi vuol leggere e fidelizzarsi a quella pagina web. Su Internet il fenomeno delle “fake news” ha dato lo spunto, fra l’altro, alla paradossale nascita di collettori espressi (o taciti) di notizie false.
Ci si potrebbe allora chiedere perché ci siano scrittori di “fake news”, soprattutto se prossime ad una possibile veridicità.
La principale motivazione sta ovviamente nella volontà di produrre un afflusso importante di lettori che vogliono leggere la notizia di impatto.
Tale fenomeno è definito Clickbait o clickbaiting (tradotto “esca da click”, in italiano acchiappaclick), termine che indica un contenuto web la cui principale funzione è di attirare il maggior numero possibile d’internauti, per generare rendite pubblicitarie online. Un’altra possibilità è quella dell’affermazione personale di chi scrive e di frequentazione per il sito che la pubblica.
Da considerare poi la volontà di creare sconcerto e dubbi fra i lettori di fronte ad una notizia di rilievo. Ci sono infine anche gli stimolatori della criticità dei lettori. Quelli che un tempo erano definiti “burloni”. (G.T. per NL)