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Radio 4.0. Il nuovo Piano di Ripartizione delle Frequenze non incentiva il DAB+. Per la radio digitale via etere se ne riparla dopo il 2022?

223/19/CONS, ripartizione, frequenze, piano

Nonostante l’obbligo normativo di dotare gli apparecchi radiofonici di nuova produzione dal 2020 di interfaccia per la ricezione di contenuti in tecnica digitale, come appunto il DAB+ (anzi, secondo una controversa interpretazione della DG del Mise, solo il DAB+), nessuna buona notizia arriva dal piano di ripartizione delle frequenze, decreto 05/10/2018, pubblicato sulla gazzetta ufficiale del 19/10/2018, nonostante da più parti si sperasse in un ampliamento della banda VHF al di sopra dei 230 MHz in uso ai militari, che invece è rimasta destinata a questo uso.
La necessità di aumentare la banda destinata al DAB oltre il canale E12, si renderebbe necessaria con il nuovo assetto delle frequenze televisive in conseguenza di una ulteriore taglio di frequenze in UHF con l’entrata in funzione del 5G tra il 2020 ed il 2022, che avrà come conseguenza la migrazione del MUX 1 RAI in VHF.
Contenendo il TG regionale, il MUX 1, richiede una frequenza SFN per ogni regione e quindi sono necessarie un minimo di 5 canali da alternare opportunamente tra regione e regione in modo da non provocare interferenze.

Pertanto, con i canali E5, E6, E7, E8, E9 destinati alla TV a mente nel nuovo Piano di ripartizione delle frequenze rimarrebbero per il DAB i canali E10, E11, E12.
Una situazione complessa anche in virtù di altre limitazioni derivanti dalla compatibilità con le emissioni nei paesi confinanti che quindi potrebbero comportare uno slittamento di ogni valutazione sulla radio digitale via etere a dopo il 2022, all’esito dei processi del Twenty Twenty.
Oltre a questioni di carattere tecnico desumibili dal Piano di ripartizione, sono da considerare anche quelle di carattere commerciale, legate al principale utilizzo del DAB+ in mobile, che anche grazie alla diffusione dei canali radio in DVB-T rimane sempre più l’unico scopo di questo sistema.
Riguardo l’utilizzo in mobile va anche considerato il numero ancora modesto di apparecchi in grado di ricevere il DAB+ in auto come primo equipaggiamento.

Potendo scartare a priori l’aftermarket, per la difficoltà di interfacciarsi con i sistemi multimediali delle auto più recenti, non resta che attendere il lento turn-over del parco automobilistico, che al ritmo attuale di circa 1.700.000 nuovi veicoli immatricolati su un parco di 37 milioni richiederebbe 20 anni per completarsi e quindi almeno 10 anni, o comunque tempi lunghi, anche se minori grazie un incremento di nuove auto legato a motivi ambientali, per avere un numero sufficiente di utenze a giustificare economicamente uno switch off dell’FM.
Nel frattempo le altre tecnologie di diffusione, come l’IP radio attraverso le reti 4 e 5G, più facilmente interfacciabili anche a sistemi multimediali già esistenti, non restano certo ferme a guardare. (C.D. per NL)

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