Radio e Tv 4.0. Tra gufismo, strumentalizzazioni, lobbying ed approccio empirico

Circa un anno e mezzo fa NL ha deciso che era il momento di dare una nerbata al settore radiotelevisivo, con l’obiettivo di cercare di svegliarlo dal torpore autoreferenziale in cui era caduto.
Abbiamo convenuto che di lì in poi avremmo martellato pressoché quotidianamente sull’opportunità, anzi sull’indispensabilità, della multipiattaforma e della radio e tv ibrida; sull’esigenza che gli editori andassero oltre al ferro; che guardassero al futuro che, come tutte le cose molto evidenti, finisce per non essere visto col necessario distacco tipico dell’osservatore esterno.

Abbiamo spinto a più non posso sulla necessità che la radio arrivasse sulla tv, seguendo le orme del successo di chi lo aveva già fatto in tempi in cui ancora non si era manifestato in tutta la sua dirompenza il crollo della presenza dei ricevitori FM nell’indoor (oggi solo nel 45% delle case se ne trova uno e negli esercizi commerciali solo nel 10% dei casi); abbiamo riportato e motivato le tendenze degli USA, con colossi vecchio stampo come iHeart al collasso; abbiamo sottolineato l’ascesa di TuneIn e l’esplosione del fenomeno degli aggregatori e dei brand bouquet; abbiamo messo in guardia sullo sviluppo dell’IP broadcasting, con coperture sempre più capillari delle telco, prezzi delle connessioni in caduta libera, avvento del 5G, aumento delle contemporaneità a costi sempre più accessibili e soprattutto, sugli effetti dell’arrivo delle auto interconnesse.

Abbiamo documentato oggettivamente il progressivo crollo dei valori degli impianti FM ed abbiamo, per primi, assegnato una ragionevole scadenza alla vita della modulazione di frequenza analogica (15 anni).
Ci hanno dato dei gufi della FM; dei prezzolati al soldo di chi aveva interesse a rastrellare diffusori FM a basso costo; dei lunari che vedevano un futuro fantascientifico.
Oggi, dopo l’oggettiva esplosione della visual radio, con tanto di benedizione del Ministero dello Sviluppo  Economico per l’audiografica, dei prodromi normativi per la storica introduzione dell’obbligo di vendita di ricevitori radio muniti di interfacce per la ricezione delle trasmissioni numeriche DAB+ e IP, della sterzata dei grandi gruppi verso il brand bouquet, del consolidamento degli aggregatori (con nascita di quello tricolore), qualcuno ci chiede se eravamo visionari o se abbiamo condizionato gli eventi.
Né l’uno, né l’altro: ad un certo punto, abbiamo semplicemente avuto la lucidità di distaccarci dai retaggi e di guardare almeno per un istante il settore da fuori.

Galileo diceva che la fisica, come tutte le scienze empiriche, si basa sul convincimento che esiste una realtà materiale incondizionata che possiamo conoscere, nel senso che possiamo tracciare, spiegarne il comportamento ed intervenire su di essa. Egli sosteneva la necessità della ragione sia per programmare l’osservazione, sia per accompagnare nuove osservazioni. Galileo sapeva peraltro benissimo che il solo ragionamento, senza il conforto dell’osservazione, può condurre ad affermazioni non dimostrabili e quindi prive di senso.
Se gli operatori radiotelevisivi avranno la forza di applicare l’approccio empirico (per il quale un osservatore in Italia e uno in Cina si trovano a descrivere nel medesimo modo il comportamento di un sasso che cade a terra, con differenze molto piccole, trascurabili, quando si cambiano forma, dimensioni e peso del sasso, si sta in riva al mare o si sale su una montagna), estraniandosi per un momento al fine di osservare col necessario distacco quello che sta succedendo in tutto il mondo, allora sopravvivranno allo tsunami in arrivo, senza bisogno di scomodare gufismi, strumentalizzazioni o lobbying di potere alle spalle di chi, per un istante, ha empiricamente esaminato i cambiamenti in arrivo. (M.L. per NL)

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