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Radio e Tv/P.A. Può veramente il Ministero dello Sviluppo Economico gestire l’era 4.0 con 600 emittenti da gestire per ogni funzionario?

Burocrazia: “in senso astratto, il dominio o l’eccessivo potere della pubblica amministrazione, con l’improduttiva pedanteria delle consuetudini, delle forme, delle gerarchie; anche, a proposito di amministrazioni e organizzazioni non pubbliche, che ne ricalcano gli aspetti e, soprattutto, i difetti”.
Una parte del termine è francofona (deriva da “bureau”, cioè ufficio), l’altra è greca: krátos (“potere”); insieme danno l’idea di un apparato poco collaborativo, pressante, incombente sul cittadino, limitativo di uno sviluppo imprenditoriale. Cioè l’immagine che la maggior parte di noi ha della Pubblica Amministrazione.
Ma può una P.A. così gestire il complesso e rapidissimo passaggio verso l’economia 4.0.?

No, ovviamente; ma va riconosciuto che qualche volta ci tenta. Ma non attraverso la sua organizzazione in senso pieno (che nella maggioranza dei casi è aderente alla descrizione d’apertura), quanto per mezzo della volontà dei suoi funzionari più coscienziosi (che hanno la consapevolezza di essere loro stessi cittadini).
Prendiamo il caso – che ci interessa per tematiche di riferimento – del Ministero dello Sviluppo Economico: una visita nei corridoi e nelle stanze di Viale America 201 a Roma vi riporterà tristemente negli anni ’60, con muri ingrigiti dall’antico ricordo dell’ultima imbiancatura risalente ad un’epoca profondamente analogica, con rotture dei pavimenti segnalate attraverso adesivi che attestano l’improbabilità di una imminente riparazione, con  stanze ammobiliate con uno stile che sarebbe perfetto per Desigual se si occupasse di arredamenti invece che di abbigliamento; pratiche relative alle più innovative tecnologie contenute in cartelline con quella patina tendente al giallino che rimanda alle pagelle dei bambini del boom economico.

Stride un contesto del genere con l’era degli Over The Top del web, dei mass media ibridi, che in Italia soggiaciono alla vigilanza del Mise e dell’Agcom.
Ma ciò che stupisce di più è che 4000 marchi/palinsesti tv (termine che contraddistingue l’emittente televisiva in quanto a titolo all’esercizio), 1000 emittenti radio, 500 operatori di rete DTT, un centinaio di titoli sat, sono gestiti sul piano amministrativo da un numero di persone che rientrano nelle dita di due mani. Più di 600 titoli per ogni funzionario, che si deve dibattere in un vortice di richieste di aggiornamento, cessioni, acquisizioni, volture, modifiche di palinsesto, ecc.burocrazia carte documenti - Radio e Tv/P.A. Può veramente il Ministero dello Sviluppo Economico gestire l'era 4.0 con 600 emittenti da gestire per ogni funzionario?Eppure, nonostante la progressiva riduzione dell’organico (la P.A. non sostituisce da tempo i funzionari che vanno in pensione), l’aumento dell’età media dei funzionari (che fa da contraltare allo sviluppo tecnologico che contraddistingue le materie da trattare da parte degli stessi), i tempi di riscontro dell’istanze sono mediamente accettabili e nei termini di legge. Anzi, se li paragoniamo ai tempi del medio-evo della P.A., quello che, per l’attuale Ministero dello Sviluppo Economico risale agli anni 90, ed in particolare nella metà degli stessi – quando l’allora Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni era governato dai peggiori bureaucrate, piccoli giganti la cui parola preferita era “no” – siamo in pieno rinascimento.
L’apertura fu quella impartita nei primi anni 2000 dalla gestione femminile del Ministero, sotto Laura Aria, ma soprattutto attraverso l’approccio collaborativo con l’utenza della compianta Marina Verna (foto).Marina Verna - Radio e Tv/P.A. Può veramente il Ministero dello Sviluppo Economico gestire l'era 4.0 con 600 emittenti da gestire per ogni funzionario?Dalle stanze del diktat, della negazione sempre e comunque, perché “non fare è meno pericoloso che fare” (salvo ordini dall’alto, beninteso), si è passati al confronto, al dialogo, alla messa in discussione di principi che alla luce dei cambiamenti socio-tecnologici non potevano rimanere rigidi.
Sia chiaro, anche in tempi più vicini a noi non sono mancate decisioni scellerate, come, nel 2010, la famigerata gestione “a porte chiuse” delle assegnazione dei primi diritti d’uso tv in epoca digitale su stimolo di folli pressioni dei gruppi imprenditoriali più importanti con l’incosciente compiacenza di portatori di interessi diffusi delle emittenti locali che hanno condotto al disastro attuale il comparto (finendo essi stessi rovinati, va detto).
Tuttavia, se per un momento vogliano dare a Cesare quel che è di Cesare, non possiamo non stupirci (almeno un poco) che questo sistema riesca ancora a reggere, più che altro grazie alla volontà riconducibile ad un’etica professionale dei singoli impiegati.
Per quanto riuscirà a farlo ancora non si sa, ma per il momento le scrivanie tenute insieme con lo scotch grigio/marrone da pacco che sorreggono cumuli di pratiche identificate con scritte con le biro blu e rosse consentono un minimo di controllo delle radio e tv aspiranti 4.0.
Ma il rischio di un futuro settoriale dove la negativa burocrazia lascerà lo spazio all’ancora peggiore anarchia amministrativa, è dietro l’angolo.

Anarchia deriva dal greco antico ἀναρχία, che si compone dei termini “assenza” e “governo/principio” e rimanda ad un’utopica organizzazione societaria agognata dall’idea libertaria di un ordine fondato sull’autonomia e la libertà degli individui, contrapposto ad ogni forma di potere costituito, compreso quello statale.
Ma siccome un mondo senza regole è un’astrazione, l’assenza del controllore e dell’applicazione delle norme (che pure esistono) fa sì che queste ultime vengano dettate solo ed esclusivamente dal mercato economico e quindi dai poteri forti dello stesso. Cioè quegli Over The Top da cui siamo partiti.
Magari pensiamoci. (M.L. per NL)