Tv. Domani a Tel Aviv la finalissima dell’ Eurovision Song Contest, una manifestazioni musicale unica al mondo ma anche una poderosa produzione e una vera ‘festa di tutte le Tv’

Eurovision

Va verso la finalissima di sabato sera l’Eurovision Song Contest, importantissima manifestazione musicale internazionale ma soprattutto (dal nostro punto di vista) l’evento televisivo annuale per definizione del nostro continente, e non solo, visto che partecipano anche Israele e persino la lontanissima Australia, non sappiamo perché (forse in quanto Paese membro del Commonwealth, ma si ricordi che l’organizzazione legata alla Gran Bretagna comprende ben 53 nazioni di diversi continenti). In ogni caso, lasciando da parte Mondiali di calcio e Olimpiadi, c’è ben poco che possa competere a livello televisivo con l’ Eurovision Song Contest, che è molto di più di un Sanremo esteso a livello continentale, anche se magari una definizione come questa può dare un’idea di cosa sia la manifestazione, dall’audience vastissima, non globale magari ma estesa a una bella fetta del mondo sì.

In sostanza, ogni Paese sceglie, attraverso suoi meccanismi, i propri cantanti o complessi musicali da mettere in gara e si tratta di meccanismi che quasi sempre coinvolgono l’ente televisivo (di norma pubblico, perché parliamo di un evento totalmente gestito dall’Eurovisione, e dunque dall’UER, o EBU, di Ginevra). Le Tv in questione poi, naturalmente, trasmettono la kermesse nelle sue varie fasi, che fra semifinali e finalissima durano, nell’ultima parte, circa una settimana. La cosa da alcuni anni riguarda pienamente anche la Rai, che ha trasmesso le semifinali di martedì e giovedì su Rai 4 e sabato programmerà su Rai1 la finalissima (con commento italiano di Federico Russo e di un Flavio Insinna ormai pienamente riabilitato, dopo aver ‘conquistato’ ‘L’eredità’), oltre a portare in gara, naturalmente, il vincitore del Festival di Sanremo. La Rai è in effetti rinsavita su questo tema, da qualche tempo a questa parte, dopo che per anni aveva invece snobbato la manifestazione e manco l’aveva trasmessa su Rai1, senza che neppure si capisse bene perché. Eppure il pubblico un po’ anzianotto del sabato sera potrebbe persino ricordare la mitica vittoria italiana del 1964 con una giovanissima Gigliola Cinquetti che ‘non aveva l’età’ ma prevalse prima a Sanremo e poi in tutta Europa. Ci toccò quindi organizzare la manifestazione nel 1965 (chi vince ospita l’anno dopo la kermesse e si carica dei relativi fortissimi oneri e anche di qualche onore, s’intende), che infatti si svolse alla Rai di Napoli.

Parliamo di anni lontani, perché quello che allora era per noi l’Eurofestival e oggi è l’ Eurovision Song Contest viene organizzato nientemeno che dal lontanissimo 1956 (siamo dunque all’edizione n. 64), quando venne creato in quel di Lugano, non lontano, dunque, né dall’Italia né da quella Ginevra che appunto ospita l’UER, organizzazione che questo periodico segue da molti anni con attenzione.
I numeri sono comunque impressionanti: la manifestazione è considerata l’evento non sportivo più seguito al mondo e i dati di ascolto degli ultimi anni sono stati stimabili in centinaia di milioni di spettatori. Quanto ai Paesi partecipanti, sono una quarantina, dal Portogallo fino alla Russia, ai Paesi ex sovietici e al Caucaso, dalla Scandinavia fino alla Grecia e al Mediterraneo, solo con qualche piccola assenza, tipo Andorra o (chissà perché) il Lussemburgo, oppure il Principato di Monaco (San Marino invece c’è e quest’anno è anche andata in finale). Fra i Paesi un po’ più significativi che mancano, in questi anni, ci sono la Slovacchia, la Turchia e la Bosnia-Erzegovina, ma quest’ultima forse non saprebbe neppure come organizzarsi, data la sua situazione interna assai complessa e composita.

Ci sarebbe da scrivere ancora tantissimo sull’Eurovision Song Contest (per esempio riguardo alla grandissima e sempre più spettacolare Arena che ogni Paese allestisce ogni anno per ospitarla) ma quest’anno gran parte dell’attenzione è stata catalizzata dal fatto che si svolge in Israele, dato che l’anno scorso è stato proprio questo Paese, non europeo ma ‘quasi’, a vincere la manifestazione. Israele ha voluto fortemente mantenere l’impegno di organizzarla, anche se gli è costato tantissimo anche e soprattutto in termini di spese per la sicurezza, data la situazione sempre molto tesa in Medio Oriente e soprattutto nella Striscia di Gaza, dove si sono lanciati razzi e ci sono stati atti di guerra fino a pochi giorni fa. Per l’ Eurovision Song Contest è stata scelta, alla fine, Tel Aviv, la città più mondana e vitale del Paese, e proprio qui avrà luogo la finalissima di sabato 18 maggio.

Non ci addentriamo naturalmente negli aspetti più propriamente politici e strategici di tutta la questione ma, per far capire quanto sia importante l’evento, basterà dire che non sono mancati i tentativi di boicottaggio legati a Israele, come era facile prevedere, e a ravvivare tutto è poi venuta la polemica a distanza fra la super-ospite Madonna (che si esibirà a Tel Aviv in un intervallo ‘di lusso’ fra le canzoni in gara) e l’ex Pink Floyd Roger Waters, che le aveva chiesto invece di rinunciare alla partecipazione.

Fra le curiosità, il fatto che fra i conduttori della manifestazione c’è la notissima (e apprezzatissima) star israeliana Bar Refaeli, mentre non mancheranno, probabilmente, le consuete polemiche su Paesi che ‘fanno blocco’ e ‘si votano fra loro’ (nessuno né al televoto né nelle giurie, che sono allestite presso ciascun Paese, con relativo spettacolare collegamento in diretta durante la finale, può votare per se stesso); l’Italia magari quest’anno potrà contare su San Marino, ma in fondo non è scontato neppure questo. L’Italia, fra l’altro, va direttamente in finale e questo privilegio le è accordato, assieme ad altre nazioni, in quanto Paese ‘fondatore’ della kermesse e dell’UER.

Da noi a creare qualche (ridicola, ma si sa che il momento è quel che è) tensione politica c’è il fatto che a rappresentarci con ‘Soldi’ c’è il vincitore del Festival di Sanremo Mahmood, milanese del Lorenteggio che però nel nome denota la (complicata, come evidenziato dalla sua stessa canzone) ‘diversa origine’ del padre. Le discussioni in merito sono di un livello deprimente e vanno esattamente in senso contrario rispetto allo stesso spirito dell’ Eurovision Song Contest, che è una festa della musica di tutti i Paesi e ognuno di essi è anzi invitato anche ad ascoltare, a rispettare e a conoscere quella degli altri. E poi, per giunta, non mancano in alcuni Paesi anche delle ‘contaminazioni musicali interne’ (che si sono viste molto bene qui a Tel Aviv), perché il mondo è sempre più globale, complicato e interconnesso.
E infine c’è l’aspetto più propriamente televisivo, con una produzione di enorme complessità da allestire, una regia ancor più impegnativa che deve saper gestire bene la situazione, i mille collegamenti che devono funzionare a puntino ecc. ecc. Complessivamente, uno spettacolo unico anche per i telespettatori, che si ripete solo una volta l’anno. (M.R. per NL)

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