Una delle caratteristiche più curiose di una parte del dibattito radiofonico contemporaneo consiste nella tendenza a descrivere il rapporto tra FM e IP, omettendo il DAB+, come se ci si trovasse ancora nella fase iniziale della transizione digitale, con una radio analogica che resiste all’avanzata della distribuzione online e del digitale broadcast e una componente IP che tenta di conquistarne progressivamente il ruolo.
È una rappresentazione suggestiva (nel senso contrario di oggettiva), perché richiama uno schema semplice e facilmente comprensibile, ma che appare sempre più difficile da sostenere alla luce delle evidenze che arrivano dal mercato, dall’industria automobilistica, dalle istituzioni europee e dagli stessi operatori del comparto, intesi non solo come editori, ma anche come investitori pubblicitari.
Il punto, infatti, non è stabilire se la FM continui ad avere – allo stato – una rilevanza significativa nell’ascolto radiofonico, circostanza che nessuno mette seriamente in discussione.
Il punto, piuttosto, è comprendere se tale rilevanza possa ancora essere confusa con una centralità strategica e possa costituire una serie di vincoli, come il (più suicida che anacronistico) divieto di iscrizione dei nativi digitale DAB+ all’unica indagine sull’ascolto radiofonico, Audiradio, che dal 2027 sarà potenziato dall’impossibilità anche per i concessionari FM locali di iscriversi in regioni dove sono presenti solo in digitale broadcast (DAB+/DTT).
E sotto questo profilo i segnali che emergono da tutti i principali indicatori sembrano andare nella direzione opposta.
La contrapposizione tra FM e IP appare sempre più anacronistica in un mercato che ha già imboccato la strada della convergenza digitale.
Il calo oggettivo e fisiologico delle compravendite (e conseguentemente dei valori) delle frequenze FM dimostra (semmai fosse necessario) che gli operatori non considerano più l’analogico l’asset strategico del futuro. Semmai lo considerano importante per l’oggi, ma non indispensabile per il domani.
Nell’automotive, il dibattito internazionale ruota attorno a DAB+, IP, hybrid radio, metadati e dashboard digitali, non alla difesa della modulazione di frequenza.
Inoltre, ogni anno circa 1,5 milioni di auto dotate solo di FM vengono sostituite da veicoli con DAB+ e connettività IP integrati.
Anche Bruxelles si occupa di prominence e visibilità della radio negli ecosistemi digitali, non di competizione tra piattaforme FM/IP.
Nelle abitazioni, infine, smart speaker, smartphone, smart TV, pc, tablet e DTT hanno sostituito il tradizionale ricevitore FM.
La radio contemporanea è già un ecosistema digitale multipiattaforma, nel quale il valore si sta spostando dalle frequenze ai brand, ai format e ai contenuti.
Eppure, a partire da Audiradio, nell’indifferenza di Agcom, si continua a ragionare come se essere titolari di diffusori FM fosse una precondizione per essere radio a tutti gli effetti.
Discutibile, anche se comprensibile per chi deve cercare di difendere rendite, orticelli e fette di una torta pubblicitaria erosa dagli OTT. Meno tollerabile da parte di chi dovrebbe tutelare gli interessi del mercato intero.
Se la FM fosse davvero senza fine…
Esiste un indicatore che, più di molti convegni e di numerose dichiarazioni di principio, consente di comprendere quali siano le aspettative reali degli operatori: il mercato degli asset (verificabile attraverso i dati del Registro delle Imprese gestito da Unioncamere attraverso le Camere di Commercio). Per quasi quarant’anni il valore delle frequenze FM ha rappresentato uno dei principali parametri attraverso cui misurare la fiducia del settore radiofonico nelle proprie prospettive di sviluppo. Quando gli editori ritenevano che la crescita passasse attraverso il rafforzamento delle reti terrestri, le compravendite si moltiplicavano, le quotazioni crescevano e la competizione per acquisire nuove risorse frequenziali risultava particolarmente intensa.
… il mercato delle frequenze si comporterebbe diversamente
Oggi si osserva esattamente il contrario. Il trading delle frequenze FM è sostanzialmente fermo, le operazioni risultano sempre più rare e, soprattutto, è venuta meno quella pressione competitiva che per anni aveva caratterizzato il mercato (basta vedere la difficoltà con cui sono state collocate le emittenti del gruppo GEDI, sostanzialmente con un solo offerente convinto e, soprattutto, i valori assegnati). Si tratta di un elemento che meriterebbe probabilmente una riflessione più approfondita da parte di chi continua a descrivere la modulazione di frequenza ancora come il principale asset strategico del comparto.
Il mercato ha (già) deciso
Se infatti il settore condividesse davvero questa convinzione, sarebbe ragionevole attendersi se non una corsa all’acquisizione delle risorse disponibili, quantomeno non l’attuale disinteresse con offerta nell’ordine di un decimo di venti anni fa (ammesso di trovare l’interessato). Poiché tale corsa non esiste e la domanda è ai minimi termini, forse il mercato ha già maturato valutazioni differenti.
L‘automotive discute di integrazione tra DAB+ e IP, non di tutela dell’analogico
Ancora più significativo appare ciò che sta avvenendo nel settore automobilistico, che storicamente rappresenta il principale ambiente di ascolto radiofonico: chiunque abbia seguito i lavori del WorldDAB Automotive 2026 di Francoforte difficilmente potrebbe sostenere che il tema centrale dell’industria sia oggi la tenuta della radio analogica. L’intero confronto internazionale si è sviluppato attorno a concetti quali hybrid radio, integrazione tra DAB+ e IP, continuità di servizio tra reti digitali broadcast e broadband, visual radio, metadati, personalizzazione dell’esperienza utente e sistemi avanzati di discoverability.
Non importa se broadcast o broadband: l’importante è che sia digitale
Si tratta di un dettaglio tutt’altro che marginale: quando costruttori automobilistici, broadcaster e fornitori di infotainment convergono sugli stessi obiettivi tecnologici, significa che la direzione di sviluppo del mercato è già stata individuata. Continuare a descrivere il sistema come una competizione tra FM e IP – dimenticandosi peraltro del DAB+ che ha raggiunto piena maturità -, equivale pertanto a osservare un settore che non esiste più, ignorando quello che sta concretamente prendendo forma, con approccio da parrucconi che si muovono a tentoni in un mondo che non è più il loro.
Il ruolo della FM è sempre più legato al patrimonio installato
La persistenza della FM viene spesso utilizzata come prova della sua presunta centralità futura: si tratta tuttavia di una deduzione che confonde due fenomeni profondamente diversi: la presenza di una tecnologia e la sua capacità di attrarre investimenti prospettici. La radio analogica continua a beneficiare di un importante parco automobilistico pre-2020, costruito prima della imposizione del DAB+ di serie, che garantisce ancora oggi una base di ascolto significativa.
Ogni anno, in Italia escono di scena 1,5 mln di auto con ricevitore esclusivamente FM
Tuttavia tale patrimonio non cresce, ma diminuisce: ogni anno 1,5 mln di veicoli dotati esclusivamente di ricevitori analogici vengono sostituiti in Italia da automobili progettate secondo logiche completamente differenti, nelle quali il DAB+ e la connettività IP rappresentano componenti strutturali dell’architettura di bordo. Scambiare questa inerzia tecnologica per una prospettiva di sviluppo significa confondere un’eredità del passato con una strategia per il futuro.
E non è una distinzione di poco conto.
Bruxelles sta affrontando un problema completamente diverso
Particolarmente indicativo è anche il dibattito in corso a livello europeo: le istituzioni comunitarie non stanno discutendo su come preservare la centralità della FM rispetto all’IP. Semmai stanno ragionando su come evitare che la radio, nel suo complesso, venga progressivamente emarginata all’interno di ecosistemi digitali controllati da soggetti terzi.
Prominence (digitale)
L’intero confronto sulla prominence (che di fatto è applicata solo ad ambienti digitali) nasce, infatti, dalla consapevolezza che la disponibilità tecnica di un servizio non coincide più con la sua effettiva accessibilità. Una stazione radiofonica può essere ricevibile in FM, DAB+ o IP, ma se viene sepolta in sottomenu difficilmente raggiungibili dall’utente rischia di diventare invisibile. È questo il problema che oggi preoccupa Bruxelles.
Ed è significativo che il tema riguardi la visibilità della radio negli ambienti digitali e non la presunta competizione tra tecnologie distributive.
Anche nelle abitazioni la transizione è ormai compiuta
L’idea di un sistema radiofonico ancora fondato sulla centralità della ricezione FM appare sempre meno convincente anche osservando ciò che accade all’interno delle abitazioni. Da anni il tradizionale apparecchio radiofonico occupa uno spazio sempre più marginale rispetto a smart speaker, pc, tablet, smart tv, televisori DTT, smartphone, che costituiscono ormai il principale punto di accesso ai contenuti audio per una quota crescente della popolazione.
La piattaforma scompare, il valore si sposta sul brand
È sufficiente osservare le abitudini delle generazioni più giovani per comprendere come la piattaforma sia diventata progressivamente trasparente: gli utenti cercano contenuti, brand e programmi – a proposito: il crollo dei valori delle reti FM è bilanciato dalla rivalutazione di marchi, format e layout (esattamente come il contenzioso civile si è spostato dalle interferenze alla tutela degli ID) – raramente si interrogano sulla tecnologia che li trasporta. Continuare a interpretare il mercato radiofonico attraverso categorie costruite quando il medium coincideva con il ricevitore stand alone domestico rischia pertanto di produrre analisi sempre meno aderenti alla realtà.
La radio è già un ecosistema digitale tra DAB+ e IP
L’aspetto forse più sorprendente di certe ricostruzioni è che continuano a descrivere come scenario futuro un processo che si è in larga parte già consolidato. La radio contemporanea non si sta avviando verso la digitalizzazione: opera già all’interno di un ecosistema nel quale DAB+, IP, metadati, dashboard connessi, radiovisione, aggregazione multipiattaforma e hybrid radio costituiscono componenti essenziali dell’offerta.
L’esplosione dei touchpoint emargina l’analogico
Per questa ragione appare difficile comprendere come si possa ancora sostenere una narrazione fondata sulla contrapposizione tra FM e Internet. L’industria automobilistica ragiona in termini di integrazione tra broadcast digitale e broadband, Bruxelles discute di prominence nei sistemi digitali, il mercato delle frequenze ha smesso da tempo di comportarsi come se l’analogico rappresentasse il principale asset strategico e gli utenti consumano radio attraverso una molteplicità di terminali che superano abbondantemente il concetto tradizionale di ricevitore.
La pretesa di sostenere che la radio è digitale vincolando l’iscrizione ad Audiradio agli… analogici
E, ancora più grave, è comprendere come, nella stanza di regia della rilevazione dell’ascolto radiofonico – Audiradio, che è un JIC, cioè un joint industry committee che come tale dovrebbe avere interesse a fotografare l’audience reale, nel suo complesso (nell’interesse di chi pianifica pubblicità e di chi la veicola) – si consideri ed anzi si rafforzi il principio che per essere rilevata una radio deve essere… analogica.
Cartolina dal passato
Si può naturalmente continuare a osservare il settore con le categorie del passato, come fanno i nostalgici di un’epoca che li aveva visti protagonisti.
Ma almeno che lo si faccia nella consapevolezza di scambiare per fotografia del presente quella che assomiglia sempre più a una cartolina proveniente da un altro tempo della radiofonia.


































