Radio. Emittenti di confine: hanno ancora un senso nel 2021? In Svizzera si ricorda il tempo dei pirati e dei concorrenti italiani

radio 24, di confine

Tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima degli ’80, a seguito della sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale, che aveva dichiarato l’illegittimità del monopolio RAI in tema di diffusione radiotelevisiva su scala locale, nacquero sulle alture prospicenti diversi stati esteri numerose stazioni formalmente italiane, ma sostanzialmente straniere. Le cosiddette “radio di confine”.

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Capitali esteri in Italia

A promuoverle – e a sostenerle economicamente in una fase praticamente solo di scontro politico – erano gruppi svizzeri (es. Radio 24), tedeschi (RTA Radio TransAlpin), austriaci (M1) e francesi (Radio Mont Blanc e Radio K), che mettevano in campo ingenti capitali realizzando stazioni altamente professionali. Nella gran parte dei casi superiori a quelle già di maggior livello italiano.

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Radio di confine: che rottura

Tali iniziative di confine, dopo un fortissimo (e previsto) ostruzionismo giudiziario (sequestri da parte dell’Autorità giudiziaria italiana, ricorsi e controricorsi), politico (pressioni degli organismi pubblici esteri su quelli italiani) e tecnico (interferenze a fini dell’oscuramento delle trasmissioni) determinarono la caduta dei monopoli locali da parte degli enti radiotelevisivi statali, al pari di quanto era accaduto in Italia.

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Emigranti di ritorno

Le emittenti prodotte all’estero ma immatricolate in Italia rientrarono quindi nei paesi di sostanziale appartenenza, ivi divenendo, a tutti gli effetti, concessionari per l’attività di radiodiffusione (generalmente sonora, ma in qualche caso anche televisiva).

L’epopea delle radio private svizzere (in Italia)

Sull’argomento, la Tv Svizzera italiana ha riproposto ieri un documentario della trasmissione Viavai del 1983, intitolata “L’epopea delle radio private svizzere (in Italia)”, con contenuti storici molto interessanti a riguardo di tali emittenti “pirata” (qui per vedere il filmato originario).

I ricchi sopravvissuti

Sta di fatto che, dopo il ritorno in patria degli agitatori radioelettrici, sopravvissero nel nostro paese solo le emittenti italiane di confine. Cioè quelle stazioni effettivamente tricolori, ma con obiettivi commerciali sul territorio straniero. Ovviamente, quando la nazione era interessante sotto l’aspetto economico.

Le opulenti Austria e Svizzera

Era quindi il caso dell’Austria (con Radio Isarco International in Alto Adige), della Francia (in Costa Azzurra, con Azur 102), ma soprattutto della Svizzera (Canton Ticino), il cui abbiente mercato pubblicitario ha sostenuto per decenni importanti radio italiane lombarde e piemontesi.

Vacche slim fit

Da una decina d’anni a questa parte, tuttavia, anche il mercato pubblicitario svizzero si è fortemente ridimensionato. Un po’ per la riduzione del volume d’affari degli inserzionisti; un po’ per la destinazione dei budget pubblicitari elvetici ad altri mezzi di comunicazione (OTT del web in testa). E, infine, a seguito del forte consolidamento delle stazioni autoctone.

Avvicendamento tecnologico

A compromettere ulteriormente la questione è poi intervenuto, in tempi molto più recenti, l’avvicendamento tecnologico, con l‘abbandono annunciato della modulazione di frequenza (FM) in territorio elvetico che, di fatto, azzererà in maniera naturale l’incidenza di emissioni italiane in Svizzera.

DAB+

E’ vero: in un bouquet DAB+ dedicato alla Svizzera vi sono anche alcune emittenti locali italiane. Si tratta, tuttavia, di uno sparuto gruppo di stazioni, nemmeno lontanamente paragonabile alla schiera di stazioni FM del Bel Paese che dominavano tra gli anni ’80 e quasi tutti i ’90 il mercato pubblicitario svizzero in lingua italiana.

Mutatis mutandis

All’evidenza, altro segno del mutato cambiamento del panorama radiofonico. (M.L. per NL)

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