Radio. La curiosa teoria degli editori che professano la multipiattaforma ma sono contro lo sviluppo delle locali. Facendo il gioco degli OTT

sviluppo delle locali

Curioso atteggiamento quello di alcuni editori radiofonici. Da una parte professano ai quattro venti l’indispensabilità della multipiattaforma, cioè la possibilità di fornire contenuti audio-video-testuali attraverso vettori eterogenei aterritoriali (piattaforme variegate IP) o eccedenti la diffusione FM (DTT, sat, DAB+), soluzione premiata (ed esaltata) dall’indagine TER. Dall’altra, i medesimi soggetti si oppongono allo sviluppo delle locali. Perché? E, soprattutto, le cose stanno veramente come qualcuno dice?

Esame parlamentare

La dimensione diffusiva delle emittenti radiofoniche locali, come noto ai nostri lettori, è attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari (7^ Cultura, scienze ed istruzione e IX Trasporti, poste e telecomunicazioni), incaricate di valutare lo schema di D. Lgs. in attuazione della direttiva Ue concernente la fornitura di servizi di media audiovisivi, in considerazione dell’evoluzione delle realtà del mercato. Testo normativo che ne prevede la revisione dagli attuali 15 mln di abitanti al 50% della popolazione italiana.

Ognuno per la sua strada

Un percorso, quello dell’ampliamento dell’ambito diffusivo, peraltro già fatto nel 2004 dalla televisione locale, quando divise la strada che condivideva con la radio locale: con la legge Gasparri la prima, infatti, assunse la dimensione oggi prospettata per la seconda.

La Gasparri

La L. 112/2004 all’art. 2 c. 1 lettera l) qualificò infatti come “l’esercizio dell’attività di radiodiffusione televisiva in uno o più bacini, comunque non superiori a sei, anche non limitrofi, purché con copertura inferiore al 50 per cento della popolazione nazionale.  La stessa legge, all’art. 24 c. 4 stabilì invece che “Uno stesso soggetto, esercente la radiodiffusione sonora in ambito locale, direttamente o attraverso più soggetti tra loro collegati o controllati, può irradiare il segnale fino ad una copertura massima di quindici milioni di abitanti”. 

Senza tante storie. E senza conseguenze

Come noto, infatti, nel bene e nel male, le tv locali sono ancora qui. E le talune che non ci sono più non hanno certamente chiuso per via dell’ampliamento territoriale di talaltre. Hanno semplicemente abbassato la saracinesca perché non reggevano la presenza sul mercato. Oppure, più plausibilmente, perché avevano concluso un ciclo produttivo.

Il lupo non si preoccupa del numero delle pecore

E nemmeno le tv nazionali si sono opposte a tale ampliamento, come invece oggi fanno le radio (nazionali). Infatti, sembra proprio che a preoccuparsi dell’ampliamento delle locali siano proprio le radio nazionali. O almeno alcune di esse.

50 sentiti

NL ha infatti interpellato 50 editori radiofonici locali suddivisi equamente sul territorio nazionale: nessuno si è dichiarato contrario all’ampliamento previsto dalla riforma del TUSMAR.

No allo sviluppo delle locali: cui prodest?

A chi conviene quindi mantenere quello che è stato definito nanismo editoriale, con le radio locali relegate negli attuali limiti? Agli editori nazionali puri, cioè quelli che non gestiscono radio locali? Loro dicono che ampliare la dimensione delle locali favorirebbe l’acquisizione da parte dei gruppi stranieri che le userebbero come cavalli di Troia per irrompere nel mercato italiano.

Debolezza

Mah: se si pongono tale problema significa che il loro prodotto forse non è così forte come continuano a sostenere. I superplayer tv nazionali non si sono mai posti il problema della competizione determinata dalla sviluppo delle locali che ne hanno la possibilità, come la storia televisiva insegna.

I veri interessati

In realtà conviene di più a chi è (apparentemente) fuori da questi giochi: gli OTT del web, Spotify e Facebook in testa, che stanno letteralmente facendo dumping sul mercato pubblicitario della radio, offrendo pianificazioni sartoriali per il più piccolo esercente locale con budget da 250 euro/mese così come per la più importante multinazionale. A loro, veramente, conviene il dividi ed impera gratuitamente offerto sul piatto dagli editori radiofonici contrari allo sviluppo delle locali.

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Dimentica la radio

Loro – che dichiarano senza mezzi termini dimentica la radio” – hanno capito che è il contenuto che fa la differenza, non la confezione. E quindi finché i competitor si perdono a litigare sulla dimensione della scatola piuttosto che svilupparne e valorizzarne il contenuto, non possono che fregarsi le mani.

Sul ponte sventola bandiera bianca

Se fosse ancora con noi, Franco Battiato commenterebbe: “Quante stupide galline che si azzuffano per niente“.  (M.L. per NL)

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