Radio. Ok a sostegno a Radio Radicale in Milleproroghe 2026. Ma 10 milioni non spengono allarme: resta nodo strutturale (e delle frequenze)

Radio Radicale, Milleproroghe 2026

L’ennesima crisi economica di Radio Radicale entra in una fase che non può più essere letta come emergenziale, essendo, all’evidenza, divenuta strutturale.
Dopo settimane di silenzi o mezze espressioni, l’annuncio del sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini dell’inserimento di un sostegno complessivo di 10 milioni di euro nel decreto Milleproroghe 2026 («6 dal Dipartimento per l’Informazione e l’editoria e 4 milioni dal Ministero delle imprese e del made in Italy») ha attenuato, sebbene non dissolto, il periodico rischio di chiusura evocato dalla redazione della storica stazione radiofonica.
In verità, come abbiamo più volte scritto, la questione non è più soltanto quanto finanziare Radio Radicale, ma come ripensare il suo modello, che, oggettivamente, necessita di una revisione alla luce del cambiamento di abitudini dell’utenza in tema di consumo di contenuti audiovisivi e dell’evoluzione tecnologica della distribuzione degli stessi.

Sintesi

La crisi economica di Radio Radicale passa da emergenziale a strutturale, segno di un modello ormai da ripensare.
Sebbene il Governo, attraverso una previsione inserita nel decreto Milleproroghe 2026 abbia previsto un finanziamento di 10 milioni di euro, il rischio default dell’emittente non è scongiurato: «Rischiamo la chiusura in poche settimane» [senza ulteriori interventi], avverte la redazione.
Sindacati e associazioni di categoria giudicano insufficienti le risorse rispetto ai costi dell’emittente.
Tuttavia, il nodo non è solo quanto finanziare, ma come ridefinire l’assetto industriale e distributivo del network dei Radicali.
Così si suggerisce di cedere la concessione nazionale e la rete FM (o quantomeno alcuni impianti), puntando su DAB+ e IP.
La rete analogica, infatti, ancorché con valori in caduta libera, rappresenta ancora un patrimonio: la sua vendita potrebbe generare liquidità e ridurre costi.
Resta, però, in tale prospettazione, il dubbio sulla compatibilità tra dismissione FM e missione di servizio pubblico di fatto svolta dalla radio.
Quel che è indubbio è che vicenda sia uno spartiacque sul futuro dell’informazione istituzionale tra sostenibilità, pluralismo ed innovazione.

Redazione Radio Radicale: rischiamo la chiusura in poche settimane

L’assemblea di redazione di Radio Radicale ha parlato chiaro: «Rischiamo la chiusura in poche settimane», spiegando che «Il corrispettivo ad oggi riconosciuto, in assenza di ulteriori accordi o interventi, porterà inevitabilmente, e in tempi brevi, alla chiusura della nostra emittente». Un allarme rilanciato da Fnsi, Snater, Stampa Romana e Cgil, che hanno denunciato il dimezzamento iniziale delle risorse previste nella versione preliminare del Milleproroghe 2026, giudicato incompatibile con la sostenibilità economica dell’emittente.

La rotta governativa nel Milleproroghe 2026

Il Governo – col decreto Milleproroghe 2026 – ha corretto parzialmente la rotta, riconoscendo – nelle parole di Barachini – «il valore strategico dell’emittente» per la trasmissione delle sedute parlamentari, dei processi e degli eventi istituzionali. Tuttavia, resta aperta «una interlocuzione con Radio Radicale», segno che il quadro non è definito e che l’equilibrio finanziario non è ancora stabilizzato.

Il nodo gordiano

Ma il punto sollevato già nella nostra precedente analisi rimane centrale: Radio Radicale può continuare a vivere confidando in proroghe annuali sottoposte a tensioni politiche ricorrenti?
Non è forse il momento di affrontare il nodo strutturale del suo assetto industriale, tecnologico e patrimoniale?

Rivedere il modello di distribuzione

L’ipotesi avanzata da questo testata, delicata, ma ormai difficilmente eludibile, della cessione della concessione nazionale (di natura commerciale) e delle frequenze analogiche (FM) puntando sulla prosecuzione dell’attività esclusivamente attraverso l’autorizzazione per la fornitura di contenuti in tecnica digitale DAB+ e IP, andrebbe colta.

Benchmark sulla vendita della rete FM

Radio Radicale dispone, infatti, di una rete FM che, nonostante il fortissimo deprezzamento determinato dall’avvicendamento tecnologico (appunto DAB+ e IP), rappresenta ancora un patrimonio tecnico ed economico discretamente rilevante, la cui cessione – assumendo come riferimento il nuovo benchmark fissato dalla valutazione delle tre reti nazionali GEDI (Radio DeeJay, Radio Capital ed m2o in una forbice tra 90 e 110 mln di euro), potrebbe essere quantificato in una somma più vicina ai 10 che ai 15 milioni di euro.

La domanda duplice

La domanda sottesa ad una simile prospettiva, tuttavia, è duplice.
La vendita delle frequenze garantirebbe una stabilizzazione finanziaria tale da rendere l’emittente meno dipendente dal sostegno pubblico?
E ancora: una simile operazione sarebbe compatibile con la missione di servizio pubblico di fatto svolta dalla radio, pur in assenza di una qualifica formale in tal senso?
Analizziamo distintamente le questioni.

Il digitale avanza (e l’analogico “avanza”)

La rete FM, in un contesto di progressiva affermazione della fruizione di contenuti radiofonici in tecnica digitale (DAB+, DTT, IP), rappresenta al contempo un valore ed un retaggio.
Se da un lato il network analogico consente ancora una copertura universale e gratuita – coerente con la funzione di trasparenza istituzionale –, dall’altro comporta costi di esercizio estremamente elevati e sempre meno giustificati da ascolti che progressivamente si spostano su vettori digitali.

Retaggio distributivo

Il retaggio distribuitivo evocato nella nostra precedente analisi non è solo una questione tecnologica, ma economica: mantenere una struttura pensata per un’altra epoca richiede risorse che oggi non trovano più giustificazione alla luce delle mutate abitudini del pubblico e dell’evoluzione del consumo dati (all’inizio del 2025, in Italia erano circa 82,2 milioni le connessioni cellulari, comprendenti smartphone, tablet e dispositivi IoT).

Accessibilità universale

Cedere la rete (o quantomeno alcuni importanti impianti ridondanti, come pare si stia valutando in casa Radicale) potrebbe generare liquidità ed al tempo stesso determinare una riduzione di costi, senza limitare l’accessibilità universale, elemento che aveva giustificato per anni il sostegno pubblico. Al contrario, mantenere l’infrastruttura analogica senza un piano industriale aggiornato rischia di perpetuare la dipendenza dalle proroghe legislative.

Nodo finanziario e strategico

Il nodo, dunque, non è solo finanziario ma strategico. Il contributo pubblico – che nel 2025 era pari a 14 milioni e che ora il Governo punta ad avvicinare a quella soglia – può garantire continuità nel breve periodo. Ma senza una ridefinizione del perimetro operativo, la questione si ripresenterà ciclicamente, trasformando ogni legge di bilancio in un referendum sulla sopravvivenza dell’emittente.

Soggetto privato…

Ci sarebbe poi un ulteriore profilo, da affrondire un un piano giuridico decisamente complesso: se Radio Radicale svolge un servizio di interesse generale – trasmissione integrale delle sedute parlamentari, archiviazione storica, accesso universale – allora forse occorre un quadro giuridico più chiaro, che la collochi stabilmente nell’alveo dei servizi di interesse pubblico, con regole e finanziamenti coerenti.

… con esclusivo sostegno pubblico

In assenza di ciò, si avrà sempre a che fare con un soggetto editoriale (completamente) privato sostenuto (esclusivamente) da fondi pubblici, esposto alle oscillazioni politiche (immancabilmente richiamando lo sperpero di denaro pubblico determinato dalla coesistenza della rete RAI GR Parlamento con la stessa finalità).

Lo spartiacque

La crisi attuale, quindi, va letta come uno spartiacque: da una parte c’è l’emergenza occupazionale e la legittima preoccupazione della redazione; dall’altra c’è una questione sistemica che riguarda l’intero settore dell’informazione istituzionale: quale modello vogliamo per garantire la trasparenza delle istituzioni nell’era digitale?

Decisione formale e sostanziale

Vendere le frequenze potrebbe apparire una soluzione tecnica. Ma sarebbe anche una scelta simbolica: segnerebbe il passaggio definitivo dall’era analogica a quella digitale, trasformando Radio Radicale da rete nazionale FM a piattaforma di contenuti istituzionali distribuiti su più canali. Resta da capire se il Paese sia pronto a questo salto – e se la politica voglia affrontarlo ora o rinviarlo ancora.

Mobilitazione in dialogo

Nel frattempo, la redazione resta in stato di mobilitazione permanente e il Governo parla di dialogo. Il tempo, però, non è più una variabile neutra. Come già osservato, la partita non riguarda soltanto una radio: riguarda il modello con cui l’Italia intende coniugare pluralismo, sostenibilità economica e innovazione tecnologica. E questa volta, davvero, potrebbe non esserci un’altra proroga. (M.R. per NL)

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