Radio Radicale: tra sostegno pubblico poco convinto e retaggio analogico, il tempo è scaduto. L’ultima chiamata è partita (e riguarda tutti)

Radio Radicale, ultima chiamata

L’evoluzione più recente della vicenda che riguarda Radio Radicale (che vede il governo propenso a concedere un sostegno di 2 milioni di euro annui – contro i dieci precedenti ed ulteriori rispetto al “contributo ordinario” di 3,8 milioni che la legge sull’editoria ha già attribuito – per ora limitato alla digitalizzazione dello storico archivio audio della stazione) conferma, con sempre maggiore chiarezza, quanto Newslinet sostiene da tempo: l’emittente potrà continuare ad avere un proprio ruolo nel panorama informativo nazionale solo alleggerendosi da costi, monetizzando (finché vale ancora qualcosa) il patrimonio frequenziale analogico, concentrandosi sul digitale e mettendo a reddito i propri contenuti. Strategie che, in verità, sono conseguenza della stessa scelta.

Sintesi

Il mancato rinnovo della convenzione tra lo Stato e Radio Radicale segna una discontinuità strutturale e certifica la fine di un modello basato su sostegni pubblici per la diffusione dei lavori parlamentari su una rete FM (peraltro duplicata da GR Parlamento della RAI).
Le aperture politiche non risolvono il nodo centrale: senza una scelta strategica, il rischio è di prolungare una deleteria incertezza.
La rete FM, un tempo asset incomprimibile per una stazione radiofonica, sta divenendo un centro di costi intatto a fronte di un contributo all’ascolto in progressiva diminuzione in un mercato che si sposta sempre più velocemente verso il digitale.
Non è un mistero, infatti, che tutti i grandi operatori hanno sulla scrivania, o nel cassetto, piani di dismissione progressiva dell’analogico (ed anche il decisore pubblico la sta incentivando, senza mezzi termini).
Gli indicatori sono coerenti: gli ascolti si frammentano su più piattaforme; la loro misurazione si adegua; il mercato valorizza contenuti, brand, ID e presidio digitale, non più solo i diffusori (sul punto, l’operazione GEDI/Ant1 sarà il nuovo principale benchmark).
Insomma, per Radio Radicale è partita l’ultima chiamata e resta una sola via sostenibile: il sostegno pubblico alla valorizzazione dell’archivio storico, il contestuale disimpegno dall’analogico a fronte di una convinta concentrazione sul digitale e sulla monetizzazione dei contenuti.
Come ha fatto anche Radio Vaticana.

Chi risponderà alla chiamata?

Il mancato rinnovo della convenzione triennale tra lo Stato italiano e Radio Radicale per la ritrasmissione dei lavori parlamentari (da 30 anni in costoso e sostanzialmente inutile abbinamento alla rete RAI GR Parlamento) non è più una parentesi tecnica, né un incidente di percorso, quanto il segnale di una discontinuità strutturale.
L’ultima chiamata è infatti già partita e difficilmente troverà a rispondere l’ennesimo sostegno statale (nella migliore delle ipotesi si tratterà di una misura fortemente ridotta rispetto al passato, comunque insufficiente e sostenere l’emittente dei radicali con tranquillità).
Il salvatore andrà, piuttosto, ricercato sul mercato, cercando di collocare l’asset legacy costituito dalla non più strategica concessione nazionale FM cui è asservito un reticolo di quasi trecento, gravosi, impianti FM. Finché qualcuno di interessato potrebbe esserci.

L’ultima chiamata

Le prese di posizione dell’assemblea di redazione di Radio Radicale dopo l’inserimento del tema nel Milleproroghe, mostrano un clima di attesa carico di tensione, ma anche una crescente consapevolezza: il modello che ha retto Radio Radicale per decenni non è più riproponibile nei termini passati.

Oltre la logica delle proroghe e delle soluzioni tampone

Il riferimento alle aperture politiche, attribuite alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è stato accolto positivamente dalla redazione, ma non scioglie il nodo centrale: senza una scelta chiara, che vada oltre la logica delle proroghe e delle soluzioni tampone, il rischio è quello di prolungare l’incertezza senza offrire una prospettiva reale di sostenibilità.

L’asset legacy

In questo contesto torna ciclicamente l’ipotesi di una cessione del titolo concessorio commerciale nazionale della S.p.A. Centro di Produzione (titolare di Radio Radicale) e della rete FM (composta da centinaia di impianti). È una suggestione che, ad uno sguardo superficiale, potrebbe apparire come una possibile via d’uscita. Ma si tratta di una lettura che ignora quanto profondamente sia cambiato il mercato radiofonico negli ultimi anni. Fino a dieci anni fa, una rete FM capillare rappresentava ancora un asset strategico, imprescindibile. Oggi non è più così: aiuta, certo; ma non è essenziale.

Tutti i grandi gruppi hanno piani di dismissione dell’analogico

Tutti i grandi gruppi radiofonici (italiani ed esteri), pur senza ammetterlo pubblicamente, stanno facendo i conti con il peso crescente del simulcasting su FM, DAB, DTT, sat e IP. E’ un fatto oggettivo: la rete analogica continua a generare gli stessi significativi costi, ma contribuisce in misura sempre minore agli ascolti complessivi, ormai frammentati su una molteplicità di device e piattaforme digitali.

L’ascolto frammentato su più device

La progressiva scomparsa dei ricevitori tradizionali, la marginalizzazione della FM nelle automobili di nuova generazione e la maggiore affinità del pubblico con le modalità di fruizione digitali, stanno accelerando un processo già in atto. Tutti gli operatori, nessuno escluso, hanno ormai sulla scrivania o nel cassetto piani di dismissione graduale della rete analogica (ed in qualche caso hanno già avviato lo spegnimento di impianti marginali in aree non strategiche). In un simile scenario, immaginare una collocazione agevole sul mercato di una rete nazionale in modulazione di frequenza come quella di Radio Radicale significa non cogliere la reale direzione del sistema.

Il MIMIT incentiverà la dismissione FM. Ed è meglio per tutti

A rafforzare questa tendenza è lo stesso decisore pubblico. Il Ministero delle imprese e del made in Italy, partendo dal problema cronico delle interferenze internazionali, ha aperto alla possibilità di incentivare la dismissione degli impianti FM, accompagnando il processo con una spinta verso la distribuzione in DAB (ed è consigliabile per gli editori sostenere questa ipotesi, perché l’alternativa sarebbe un dolorosissimo e costoso piano di assegnazione analogico postumo).

Il messaggio inequivocabile: sganciare la zavorra

Al di là delle formule tecniche e delle risorse stanziate, il messaggio è inequivocabile: la riduzione del parco trasmittente analogico è ormai parte integrante delle politiche di sistema. In questo quadro, la rete FM di Radio Radicale rischia di trasformarsi da patrimonio a zavorra.

Anche Audiradio è chiamata a prendere atto del cambiamento del mercato

Il cambiamento, del resto, non riguarda soltanto le infrastrutture di distribuzione, ma anche il modo in cui la radio viene misurata e valorizzata. Per esempio, il rilevatore ufficiale degli ascolti Audiradio, difficilmente potrà persistere nel 2027 a non riconoscere il progressivo peso assunto sul mercato dai nativi digitali (anche per il 2026 esclusi dalla rilevazione, che accetta solo concessionari analogici): anche per essa, quindi, la chiamata all’adeguamento è già partita.

Riflessi di mercato

Il mercato riflette in modo più fedele i consumi digitali, con effetti sulla centralità economica della FM, che subirà un’ulteriore erosione. Continuare a sostenere i costi di una rete analogica estesa diventerà pertanto sempre meno difendibile, anche in termini editoriali.

L’allentamento Antitrust

Del resto, il contesto politico-economico-normativo europeo sta cambiando e l’allentamento delle maglie antitrust favorirà nuove operazioni di concentrazione, con l’obiettivo di rafforzare gli operatori nazionali nella competizione con le grandi piattaforme OTT. Ma la lettura controluce delle operazioni che stanno prendendo forma nell’ultimo periodo indica una preferenza chiara e differente dal passato.

L’interesse dei grandi per l’areale

I grandi gruppi multimediali mostrano sempre più interesse per la radiofonia nella direzione di superstation fortemente identitarie o di marchi territoriali solidi, capaci di portare in dote format di successo, eventi, radicamento e riconoscibilità immediata.

Il caso Radio Norba (anzi, Battiti)

L’esempio dell’interesse di Mediaset per l’acquisizione delle superstation Radio Subasio (prima) e di Radio Norba (poi) – dove però, secondo alcuni, il valore dell’operazione risiede nel connubio col format Battiti Live più che nella rete radiofonica -, è emblematico. Molto meno appetibile appare l’acquisizione di una rete nazionale generalista con la consistenza ed il posizionamento di Radio Radicale, quale tabula rasa di un nuovo prodotto editoriale da far affermare.

Il benchmark del deal GEDI/Ant1

A rendere ancora più evidente questa dinamica contribuisce il benchmark fissato dall’operazione italo-greco-saudita che quasi certamente collocherà all’estero (Ant1 – Antenna Group) la proprietà delle reti nazionali Radio Dee Jay, Radio Capital e m2o (oltre al resto). La (s)valutazione di tre reti FM nazionali di primo piano, con circa mille impianti, attorno ai cento milioni di euro complessivi (cioè comprensivi di marchi potentissimi, formati ed avviamenti), ha abbassato drasticamente l’asticella delle aspettative.

Svalutazione strutturale della FM a fronte della valorizzazione di marchi, posizionamento e presidio digitale

Sebbene qualcuno potrebbe farsi avanti (Angelucci e Cairo nel recente passato avevano avviato trattative, non si quanto veramente convinte, con qualche operatore radiofonico), quella attuale è una fotografia che certifica la svalutazione strutturale della FM e sposta definitivamente il baricentro del valore dall’infrastruttura di distribuzione proprietaria ai contenuti, ai brand ed alla capacità di presidiare efficacemente l’ecosistema digitale.

L’ultima chiamata è già partita

Tutti questi elementi portano a una conclusione difficilmente eludibile: per Radio Radicale, il tempo delle soluzioni provvisorie è finito. Il futuro non potrà che passare da un sostegno pubblico mirato alla valorizzazione di un archivio che rappresenta un patrimonio democratico prima ancora che editoriale e da uno sviluppo coerente e sostenibile sul digitale, come già fatto da Radio Vaticana. Contestualmente, sarà inevitabile alleggerirsi del peso di una rete FM di proprietà che non trova più giustificazione né economica né strategica.

La terza via

La terza via per Radio Radicale suggerita da tempo da Newslinet (il completo disimpegno analogico, la concentrazione sul digitale e la valorizzazione/monetizzazione dei contenuti) non è più soltanto un’ipotesi teorica, ma appare come l’unica strada realistica.
Spetta soprattutto alla politica decidere se percorrerla fino in fondo o assumersi la responsabilità storica di aver lasciato scadere, senza una visione, l’ultima occasione per accompagnare Radio Radicale fuori da un modello che il mercato e la tecnologia hanno già archiviato.

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