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Tlc & Web. Universo smart sognando la banda larga che verrà, ma che oggi copre solo il 42% del territorio italiano

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Essere smart presuppone “avere internet in casa”. Detta così la definizione è un po’ generica, ma serve a capirsi; perché è chiaro che avere una connessione IP rappresenta ormai un’esigenza fondamentale per le famiglie italiane (e non solo).
“Avere internet” serve a tante cose ormai divenute prassi quotidiana per la stragrande maggioranza delle persone: una connessione può servire a far navigare i nostri inseparabili cellulari, a usare e collegare apparati smart (tv, speaker, illuminazione, riscaldamento, condizionamento, antifurto, ecc.), ad accedere a servizi online sempre più diffusi e comodi (dalle operazioni di home banking, a pagare bollette, ottenere certificati, analisi sanitarie, studiare, avere rapporti con le istituzioni in generale), serve (come ormai fanno tantissimi, non solo tra i più giovani) a guardarsi una serie Tv, ad utilizzare videogiochi (magari sfidando amici che sono dall’altra parte del mondo), ad ascoltare (scaricare) musica, informarsi; insomma, di tutto e sempre di più.

Non a caso, da molte parti (associazione consumatori in testa) si chiede che la disponibilità di una connessione a banda larga sia considerata un bene di prima necessità ed un servizio universale e che quindi arrivi in tutte le case (cosa che invece in Italia è prevista solo per la telefonia fissa e l’elettricità).
Ad oggi in Italia esistono circa 21 milioni e 580 mila accessi di rete telefonica fissa (dopo anni di calo da fine 2016 c’è una lieve risalita), mentre gli accessi internet (in banda larga o ultralarga) sono 16 milioni e dunque siamo in pieno boom. E questo molti lo sapranno per esperienza diretta, legata a quanto accade a loro e ai loro amici.

Il problema, però, anche se la qualità media delle connessioni è cresciuta sensibilmente nel corso degli ultimi (gli accessi con velocità inferiore ai 1° Mbps sono diminuiti di 1,7 milioni e di una cifra equivalente sono cresciuti gli accessi con velocità sopra i 30 Mbps), è che le linee su cui viaggiano tutti i dati sono come autostrade, in molti casi anche vecchie e inadeguate, che non arrivano dappertutto e che comunque sono sempre più affollate.
Perché in questa rapida e vorticosa evoluzione del mondo digitale l’Italia si sta scontrando con un ritardo assai pesante sul piano delle infrastrutture tecnologiche e in particolare con reti di trasmissione dati a banda larga. Infrastrutture che sono fondamentali tanto per le famiglie e quanto per le imprese che puntano ad essere smart, in tutti i sensi.

E il rischio, per tanti, è quello di restare tagliati fuori, creando disuguaglianze e penalizzazioni tra fasce di popolazione o tra aree diverse dentro al nostro stesso paese; così come discriminazioni ci possono essere per chi (soprattutto le imprese) è costretto a sfidare concorrenti esteri. Questo è quel che viene chiamato il “digital divide”, ovvero quel gap sul piano della competitività digitale che colpisce l’intero sistema Italia.No Wifi - Tlc & Web. Universo smart sognando la banda larga che verrà, ma che oggi copre solo il 42% del territorio italianoMa vediamo un po’ di cifre. Come ciascuno può facilmente verificare (sul sito del Governo www.bandaultralunga.italia.it) ad oggi in Italia la copertura della rete con banda larga (cioè con una capacità di trasmissione Sino a 30 Mbps, cioè megabites per secondo) o ultralarga (cioè 1000 Mbps) è pari al 42,6% (su 36 milioni e 522 mila unità immobiliari). Dunque, nonostante il boom di questi anni, più di metà abitazioni in Italia non ha ancora accesso a internet.

Sorpresi? Fate male, perché il dato diventa ancora più negativo se si guarda alla sola banda ultralarga (cioè sostanzialmente ai collegamenti in fibra ottica), che consente prestazioni nettamente migliori e adeguate ai volumi di dati che oggi si utilizzano anche nelle situazioni più semplici. Ebbene in Italia la fibra arriva, a oggi, solo nel 4,6% delle abitazioni con un dato che ci colloca al 25esimo posto in Europa. Altro che universo smart!
Gli ultimi governi hanno finalmente (e meritevolmente) cercato di mettere in atto un piano di investimento su questo versante, fissando obiettivi che prevederebbero per il 2020 di arrivare una copertura del 100% di cui almeno l’85% con banda ultralarga. Ma il progetto legato in larga parte a investimenti privati, pare marciare con qualche ritardo e fatica.

In campo ci sono tradizionali operatori privati a cominciare da Telecom, ancora leader di questo mercato che controlla una quota pari al 45% degli accessi internet: parliamo di una società travagliata da guerre tra gli azionisti e sin qui molto protesa a difendere la rete in rame su cui viaggia la telefonia classica, anziché puntare con decisione sulle nuove tecnologie (si tratta, in definitiva, della difesa di una rendita di posizione). Poi c’è Fastweb, che ha sviluppato una sua consistente rete puntando sulla fibra ottica (14,8% del mercato), seguita da Wind e Vodafone.open fiber - Tlc & Web. Universo smart sognando la banda larga che verrà, ma che oggi copre solo il 42% del territorio italianoMa la novità è costituita dall’arrivo di Openfiber, società legata al gruppo Enel che non sarà gestore in rapporto diretto con gli utenti finali, ma che si è lanciata nella costruzione di una sua rete in fibra ottica che sarà poi “affittata” agli operatori che vorranno utilizzarla (e qualcuno ha già iniziato a vendere servizi che viaggiano sulla rete di Openfiber). Il nuovo operatore ha già vinto i bandi in diverse regioni e sta procedendo, annunciando di aver connesso alla fibra 65 mila abitazioni nel solo mese di dicembre 2017.

Si parla di investimenti miliardari e di uno scontro tra operatori protesi, prima di tutto, a tutelare i propri interessi (c’è anche chi dice che bisognerebbe creare una società unica per la gestione della rete in fibra). La speranza è che i benefici di questa sfida arrivino anche alle famiglie e alle imprese, sia in termini di qualità del servizio che di tariffe convenienti.
Anche perché, a completare il quadro, c’è poi da dire che nel nostro paese esistono un 24,6% di abitazioni considerate “aree a fallimento mercato”, cioè nelle quali, per il ridotto numero di abitanti o difficoltà di accesso, per gli operatori privati non sarà mai conveniente portare collegamenti a banda larga. E qui è lo Stato che si è preso l’impegno di intervenire a proprie spese (c’è già, sulla carta, uno stanziamento di 3 miliardi di euro), ma con incognite ancora aperte sugli effettivi tempi di realizzazione.

Questa è dunque la fotografia della situazione italiana, una fotografia in faticoso movimento in un contesto industrializzato proteso verso lo smart.
Nel mentre però il mondo sta correndo verso soluzioni tecnologiche e sempre più potenti e veloci (appunto “smart”). La quantità di dati che i cavi debbono riuscire a far passare aumenta esponenzialmente e al momento siamo nel gruppo inseguitore, rispetto alla gran parte dei paesi europei. Si ringrazia Niccolò Visconti per la contribuzione alla stesura dell’articolo. (P.E.B. per NL)