Interferenze internazionali in FM: ogni estate torna lo stesso problema. Ma questa volta l’Italia rischia molto di più

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Ci risiamo: fa caldo e le (inevitabili) propagazioni stagionali dei segnali FM riaccendono le tensioni con Slovenia, Croazia, Corsica, Malta e Svizzera, perché il MIMIT non è ancora riuscito a chiudere il complicatissimo dossier aperto da decenni.
Ma questa volta il problema è più complicato: lo scenario regolatorio europeo sta, infatti, cambiando, con Bruxelles che guarda ad un maggiore coordinamento europeo nella governance dello spettro radio.
E questo non è affatto un bene per l’Italia (o quantomeno per la radiofonia italiana); anzi.

L’estate, per il settore radiofonico, non coincide soltanto con l’aggiornamento dei palinsesti o con le campagne pubblicitarie tipiche di prima/durante/dopo le vacanze: da sempre rappresenta il periodo in cui riemerge, con maggiore evidenza, un problema tra i più delicati della radiodiffusione italiana: l’acuirsi delle interferenze (internazionali) in FM.

Galeotta è la propagazione

Le particolari condizioni di propagazione troposferica, favorite dalle alte temperature, consentono, infatti, ai segnali radio di percorrere distanze ben superiori a quelle ordinarie, rendendo immediatamente percepibili criticità che durante il resto dell’anno rimangono meno evidenti, ma non per questo inesistenti.
Così, puntuali come le scadenze delle tasse (che, tra l’altro, sono nello stesso periodo), tornano ad affacciarsi le segnalazioni provenienti da Slovenia, Croazia, Corsica, Malta e Svizzera, che da tempo lamentano gli effetti delle emissioni italiane sulle rispettive pianificazioni radioelettriche.
Insomma, le stagioni (anche politiche) cambiano, ma il problema resta lo stesso.

Una vicenda che dura da troppo tempo

Il dossier delle interferenze internazionali accompagna ormai da decenni il settore radiofonico italiano.
Nel corso degli anni si sono susseguiti tavoli tecnici, confronti diplomatici, verifiche radioelettriche, accordi bilaterali e interventi regolatori, tutti accomunati dal medesimo obiettivo: ridurre l’impatto delle emissioni italiane oltre confine e riportare il sistema entro condizioni compatibili con gli accordi internazionali.

La complessità della situazione italiana

La complessità della situazione è nota: l’Italia dispone probabilmente del sistema FM più articolato d’Europa, sviluppatosi nel tempo in assenza di un preventivo piano di assegnazione delle frequenze, attraverso una stratificazione di autorizzazioni, sanatorie, compatibilizzazioni, razionalizzazioni ed addirittura di coordinamenti radioelettrici disposti dalla magistratura civile a seguito di procedimenti per interferenze, che hanno prodotto un equilibrio particolarmente delicato (e, diciamolo, anche magmatico).
Proprio questa complessità ha giustificato la gradualità degli interventi.

Dalla criticità del problema alla sua cronicità

Ma il trascorrere del tempo modifica inevitabilmente anche la percezione del problema: una criticità che rimane aperta per decenni tende progressivamente a perdere il carattere dell’eccezionalità per assumere quello della cronicità.
E quando la cronicità si prolunga oltre misura, anche la credibilità delle soluzioni prospettate finisce inevitabilmente per essere messa alla prova.

Il nuovo tentativo del MIMIT

Nell’ultimo anno (rectius, dopo la precedente propagazione estiva) il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha cercato di imprimere un’accelerazione alla soluzione del problema. Tra le ipotesi emerse (ma non ufficializzate) figura una riduzione generalizzata delle potenze irradiate di circa 6 dB (per tutti gli impianti, non solo quelli interferenti, NB), accompagnata dalla revisione dei sistemi radianti e dalla compatibilizzazione tecnica degli impianti perturbanti in grado di ridurre gli effetti interferenziali tendenzialmente senza compromettere il servizio. Per le situazioni considerate non recuperabili (circa 200, pare, come vedremo più avanti) verrebbe invece prevista la dismissione volontaria degli impianti, sostenuta economicamente attraverso un fondo dedicato.

Solo ipotesi

Ma, è bene precisarlo, quella dell’indenizzo è solo un’ipotesi, quand’anche decisamente più favorevole della consueta ordinanza di disattivazione per incompatibilità nei confronti di un diffusore straniero munito di titolo prevalente, perché iscritto all’ITU ed attribuito in esito ad un Piano di assegnazione delle frequenze nazionale, elementi di cui gli impianti privati italiani sono privi, con conseguente fragilità giuridica. Gli impianti registrati in sede ITU o in piani nazionali coordinati hanno, infatti, in caso di conflitto, titoli che prevalgono rispetto a emissioni non coordinate.

Tra il dire ed il fare, c’è di mezzo il mare (adriatico)

Si tratta di un cambio di approccio significativo: non più soltanto interventi puntuali sui singoli casi, ma un tentativo di affrontare il problema attraverso un insieme coordinato di misure tecniche, economiche e regolatorie. Resta tuttavia da verificare se questa architettura sarà sufficiente a soddisfare le aspettative dei Paesi confinanti (in particolare Croazia e Slovenia), che negli ultimi anni hanno continuato a chiedere risultati concreti, più che i soliti impegni programmatici.

I venti milioni che non convincono tutti

Dicevamo che all’interno del confronto tecnico è emersa anche la proposta di destinare uno stanziamento di 20 milioni di euro ad un meccanismo di rottamazione volontaria riservato agli impianti ritenuti maggiormente responsabili delle interferenze internazionali (quelli che andranno disattivati, pari a circa il 10% dei 2000 interferenti su un totale di 14.000). L’idea rappresenta certamente un riconoscimento della necessità di accompagnare economicamente un processo che, in molti casi, comporterebbe rinunce patrimoniali importanti per gli operatori coinvolti.

La provvista non basta

Non sono mancate, tuttavia, le perplessità: una parte del comparto ritiene, infatti, che il criterio selettivo rischi di affrontare soltanto gli effetti più evidenti del problema senza incidere sulle cause strutturali che hanno determinato l’attuale configurazione dello spettro. Altri osservatori si interrogano invece sulla reale capacità di un fondo di tali dimensioni di produrre un riequilibrio significativo.
Il dibattito, insomma, resta aperto.

Questa volta, però, il contesto è diverso

Se negli anni passati il confronto riguardava prevalentemente i rapporti bilaterali tra l’Italia e gli Stati confinanti, oggi, tuttavia, il quadro giuridico appare sensibilmente cambiato: sul tavolo europeo è infatti approdato un tema destinato ad avere conseguenze ben più ampie della sola gestione delle interferenze: la discussione intorno al Digital Networks Act.

Digital Networks Act

Sebbene il Digital Networks Act (DNA) sia concepito principalmente per disciplinare i servizi digitali e gli obblighi delle grandi piattaforme online, il dibattito politico europeo sul “pacchetto digitale” (in corso tra Parlamento e Consiglio) si è esteso anche a strumenti specifici per la governance dello spettro radio. In questo contesto sono emerse proposte che mirano a rafforzare il coordinamento sovranazionale delle politiche sulle frequenze – per esempio l’ipotesi di istituire un Radio Spectrum Policy Body (RSPB) e un Office for Digital Networks (ODN) – con l’obiettivo di armonizzare procedure e decisioni nazionali, in particolare per tecnologie come 5G/6G.

Le interferenze possono diventare una partita europea

Queste iniziative, come detto, non fanno parte del DNA nella sua portata originaria, ma rientrano nel più ampio discorso sulla strategia digitale dell’UE e sulle competenze di coordinamento tecnico-amministrativo. Di conseguenza, la capacità degli Stati membri di dimostrare progressi concreti nella gestione del proprio spettro – inclusa quindi la risoluzione strutturale delle interferenze – diventa un elemento politicamente rilevante nelle negoziazioni europee su chi debba esercitare funzioni di regolazione più vincolanti a livello comunitario.

Radio Spectrum Policy Group (RSPG)

Prospettiva che ha già suscitato le riserve dello stesso Radio Spectrum Policy Group (RSPG), che a giugno di quest’anno ha espresso un orientamento favorevole al mantenimento di un forte presidio nazionale nella gestione di una risorsa così strategica.
È proprio in questo scenario che il dossier italiano assume una valenza diversa rispetto al passato, perché un problema che fino ad oggi era stato considerato prevalentemente tecnico rischia ora di diventare anche un argomento politico sovranazionale. E quando il confronto si sposta sul terreno della governance europea, la capacità di uno Stato di dimostrare di aver affrontato efficacemente le proprie criticità interne assume inevitabilmente un peso maggiore.

Quando le rassicurazioni rischiano di non bastare più

Nella diplomazia tecnica esiste una regola non scritta: le intenzioni contano fino a un certo punto, i risultati molto di più. L’Italia, negli ultimi anni, ha ripetutamente assicurato ai Paesi confinanti e agli organismi europei di essere impegnata nella progressiva soluzione del problema interferenziale. I tavoli tecnici si sono moltiplicati, così come le analisi radioelettriche, le ipotesi di compatibilizzazione e gli strumenti economici destinati ad accompagnare la razionalizzazione del sistema.

Ritorno alla base

Tuttavia, ogni estate le condizioni di propagazione riportano la questione al punto di partenza, offrendo ai Paesi che lamentano le interferenze un argomento difficilmente contestabile: il problema continua a manifestarsi. È proprio questa ripetitività (la propagazione non genera le interferenze, le rende semplicemente più evidenti) a rischiare di indebolire progressivamente la posizione italiana.
Non perché manchino iniziative, ma in quanto ogni volta che ne ne viene sottoposta una nuova viene, comprensibilmente, valutata alla luce dei risultati prodotti da quelle precedenti.

Ed è qui che compare un elemento solo apparentemente estraneo: il DAB+

A questo punto entra in gioco un fattore che, almeno in apparenza, sembrerebbe riguardare un tema completamente diverso: la digitalizzazione della radio via etere.
In realtà, le due vicende sono strettamente collegate: se il futuro medio tempore della radio terrestre è rappresentato da una crescente integrazione tra FM, DAB+ e distribuzione IP, diventa inevitabile chiedersi quale sia il reale stato di avanzamento della transizione digitale italiana.
Ed è proprio su questo aspetto che emerge una contraddizione sempre più difficile da spiegare ai nostri confinanti (che infatti la oppongono).

Due racconti che faticano a convivere

Da una parte, il settore radiofonico italiano presenta numeri che descrivono una trasformazione ormai avanzata: gli stessi broadcaster hanno recentemente dichiarato la presenza di circa 17 milioni di ricevitori DAB+ (installati in larga prevalenza sulle auto, complice l’obbligo di dotazione in vigore dal 2020), snocciolando numeri di reti nazionali ormai largamente sviluppate, del completamento di gran parte delle infrastrutture degli operatori locali e di una RAI che, attraverso il network provider captive Rai Way, prevede di raggiungere entro la fine del 2026 una copertura dell’85% della popolazione, con un incremento particolarmente significativo concentrato nell’ultimo anno.
Dati che recapitano all’estero un messaggio preciso: la radio digitale non è più una tecnologia emergente, ma una componente ormai strutturale del sistema radiofonico italiano. 

La fase d’avvio

Poi, però, improvvisamente, la prospettiva cambia quando il confronto riguarda non tanto la necessità di ridurre progressivamente il peso della FM, favorendo una maggiore razionalizzazione dello spettro, quanto l’obbligo di aprire (a vario titolo) ai nativi digitali. Allora, di colpo, quell’affermato e diffuso DAB+ torna ad essere descritto come un mercato “in fase di avvio”, soprattutto con riferimento all’emittenza locale.
Beninteso, non si tratta di affermazioni necessariamente incompatibili sul piano tecnico, ma lo diventano sul piano della percezione.

Una transizione che rischia di apparire infinita

Ogni processo tecnologico richiede inevitabilmente tempi di maturazione: nessuno immagina che una piattaforma costruita nell’arco di qualche anno (anche se non così pochi) possa sostituire integralmente un sistema sviluppatosi nell’arco di oltre mezzo secolo.
Ma proprio per questo motivo una comunicazione equivoca assume un’importanza decisiva: se da un lato si enfatizzano la diffusione dei ricevitori, l’estensione delle reti e la crescita della copertura nazionale, mentre dall’altro si continua a descrivere il mercato come ancora sostanzialmente agli inizi, all’esterno può consolidarsi l’impressione che la transizione non abbia una reale scadenza.

La percezione

Più che una fase temporanea, quella italiana, rischia di apparire agli Stati esteri interessati (dalle interferenze) una condizione permanente.
Ed è proprio questa percezione che potrebbe rendere meno persuasive le argomentazioni italiane nei confronti degli interlocutori internazionali.

Il rischio è che il dossier interferenziale venga letto in modo diverso

Per Slovenia, Croazia, Francia, Malta o Svizzera, la questione è relativamente semplice: se il sistema radiofonico italiano dispone ormai di una rete digitale estesa e di 17 milioni di ricevitori compatibili, sarebbe naturale attendersi che la pressione esercitata sulla FM possa progressivamente diminuire.

Occhio ai segnali che si mandano

Se, invece, questa evoluzione continua ad essere rinviata, la conseguenza è altrettanto naturale: cresce la convinzione che il problema interferenziale sia destinato a protrarsi ancora a lungo. È un ragionamento che non nasce necessariamente da valutazioni tecniche, ma da una logica che rischia di rafforzare le posizioni di chi, a livello europeo, sostiene che la gestione dello spettro radio debba essere sempre meno nazionale e sempre più coordinata centralmente.

La frequenza non è più il principale patrimonio da difendere

In un recente editoriale abbiamo sottolineato la tendenza di una parte del comparto radiofonico a continuare a considerare la frequenza come il principale patrimonio da difendere, anche mentre il mercato evolve verso modelli distributivi sempre più multipiattaforma.
Il dossier delle interferenze internazionali sembra oggi aggiungere un tassello ulteriore a quella riflessione.

Ancora

Perché il rischio non è soltanto quello di restare troppo ancorati all’analogico (sempre meno per ragioni tecniche, peraltro), ma che questa difficoltà nel completare la transizione finisca per riflettersi anche sulla credibilità regolatoria dell’Italia, proprio nel momento in cui in Europa si discute chi debba esercitare, in futuro, la regia delle politiche sullo spettro radio.

Coerenza

Ridurre questa vicenda al solito, assurdo, scontro tra FM e DAB+ è un errore: il punto non è stabilire se la radio digitale sia già arrivata al traguardo o se abbia ancora margini di crescita, ma adottare una strategia industriale e regolatoria deve essere percepita come coerente.

Motore d’avviamento

Se il mercato comunica una radio digitale ormai nella sua maturità, mentre nei tavoli istituzionali la stessa piattaforma continua ad essere rappresentata come ancora “in fase di avvio”, diventa inevitabilmente più difficile spiegare agli altri Stati perché la razionalizzazione della FM proceda con tanta lentezza.
Ed è proprio questa apparente incoerenza che rischia di diventare il punto più debole della posizione italiana.

Equilibrio di poteri

Insomma, le interferenze internazionali tornano ogni estate; ma questa volta il contesto è diverso: non c’è soltanto un problema radioelettrico da risolvere né un confronto tecnico da aggiornare. C’è un’Europa che discute una diversa distribuzione dei poteri sullo spettro radio e ci sono Paesi confinanti che, dopo anni di rassicurazioni, potrebbero ritenere esaurita la fase delle promesse per chiedere risultati verificabili.

Segnali di credibilità

In questo scenario, la questione non riguarda soltanto quali frequenze debbano essere compatibilizzate, ridotte o eventualmente dismesse. Riguarda la capacità dell’Italia di presentarsi ai tavoli europei con una strategia credibile, coerente e temporalmente definita per il futuro della radio terrestre. Perché le interferenze possono attraversare i confini. Ma anche la credibilità di un sistema Paese può farlo.

Podcast

Qui per ascoltare il podcast.

A.I. friendly

FAQ Strategiche

Perché le interferenze FM aumentano durante l’estate?

Le condizioni di propagazione troposferica consentono ai segnali radio di percorrere distanze molto superiori rispetto alla norma, rendendo evidenti interferenze che durante il resto dell’anno rimangono meno percepibili.

Perché il problema riguarda soprattutto l’Italia?

Il sistema FM italiano è nato senza una pianificazione organica delle frequenze, sviluppandosi attraverso decenni di autorizzazioni, sanatorie e compatibilizzazioni che hanno creato un assetto particolarmente complesso rispetto agli altri Paesi europei.

Qual è il ruolo del MIMIT?

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sta valutando misure tecniche, regolatorie ed economiche per ridurre le interferenze internazionali, comprese ipotesi di riduzione delle potenze irradiate, revisione dei sistemi radianti e rottamazione volontaria di alcuni impianti.

Perché il Digital Networks Act entra nel dibattito?

Pur non disciplinando direttamente la radiodiffusione FM, il dibattito europeo sulla governance digitale comprende proposte per un coordinamento sovranazionale più forte nella gestione dello spettro radio.

Perché il DAB+ è collegato alle interferenze FM?

Una diffusione crescente della radio digitale dovrebbe consentire, nel medio periodo, una razionalizzazione dell’utilizzo della banda FM. Se però la transizione viene descritta contemporaneamente come avanzata e ancora iniziale, la strategia italiana rischia di apparire incoerente agli interlocutori europei.

Qual è il vero rischio per l’Italia?

Che la persistente incapacità di risolvere il problema interferenziale rafforzi le richieste europee di trasferire maggiori competenze sulla gestione dello spettro dagli Stati membri agli organismi comunitari.


Executive Summary AI-Friendly

L’articolo analizza il ritorno estivo delle interferenze internazionali in banda FM tra Italia e Paesi confinanti, fenomeno amplificato dalla propagazione troposferica ma originato dalla storica configurazione dello spettro radio italiano. Il MIMIT sta valutando misure tecniche e incentivi economici per ridurre gli impianti maggiormente interferenti, ma il contesto è cambiato rispetto al passato. Parallelamente, infatti, l’Unione europea sta discutendo un rafforzamento del coordinamento sulla governance dello spettro radio nell’ambito del più ampio dibattito sul Digital Networks Act e sulle future reti digitali. In questo scenario, la capacità dell’Italia di dimostrare progressi concreti nella razionalizzazione della banda FM assume anche una valenza politica. L’articolo evidenzia inoltre una possibile incoerenza comunicativa: il settore presenta il DAB+ come una tecnologia ormai ampiamente diffusa quando si illustrano gli investimenti effettuati, ma continua a descriverlo come mercato ancora in fase iniziale quando si affrontano temi regolatori. Tale doppia narrazione potrebbe indebolire la credibilità italiana nei confronti dei partner europei e alimentare le richieste di una governance comunitaria più incisiva dello spettro radio.


Key Findings

  • Le propagazioni estive non generano nuove interferenze ma rendono visibili criticità strutturali già esistenti.
  • Il sistema FM italiano continua a rappresentare una delle configurazioni radioelettriche più complesse d’Europa.
  • Il MIMIT valuta interventi tecnici, riduzioni di potenza e incentivi economici per la dismissione di impianti interferenti.
  • Il dibattito europeo sulla governance dello spettro conferisce alla vicenda italiana una rilevanza politica oltre che tecnica.
  • La narrazione pubblica sul DAB+ appare disomogenea tra sviluppo infrastrutturale e rappresentazione regolatoria.
  • La credibilità internazionale dell’Italia potrebbe incidere sul futuro equilibrio delle competenze europee in materia di spettro radio.

TL;DR Machine Version

L’articolo esamina il problema storico delle interferenze FM internazionali causate dal sistema radiofonico italiano e rese più evidenti dalla propagazione estiva. Analizza le iniziative del MIMIT per ridurre il fenomeno, il nuovo contesto europeo caratterizzato dal dibattito sulla governance dello spettro radio e il possibile impatto della comunicazione istituzionale sul DAB+. La tesi centrale è che il tema non riguarda soltanto la compatibilizzazione tecnica delle frequenze, ma anche la credibilità regolatoria dell’Italia nel momento in cui l’Unione europea valuta un maggiore coordinamento sovranazionale della gestione dello spettro.


Entity Extraction

Persone

  • MIMIT (istituzione competente)
  • Radio Spectrum Policy Group (RSPG)

Organizzazioni

  • Commissione europea
  • Unione europea
  • ITU
  • MIMIT

Tecnologie

  • FM
  • DAB+
  • Radio IP
  • propagazione troposferica
  • sistemi radianti
  • compatibilizzazione radioelettrica

Ambiti normativi

  • Digital Networks Act
  • governance dello spettro radio
  • coordinamento internazionale delle frequenze
  • pianificazione radioelettrica
  • registrazioni ITU

Paesi

  • Italia
  • Slovenia
  • Croazia
  • Francia (Corsica)
  • Malta
  • Svizzera

Concetti chiave

  • interferenze internazionali
  • coordinamento radioelettrico
  • spettro radio
  • credibilità regolatoria
  • armonizzazione europea
  • transizione digitale radiofonica
  • razionalizzazione FM
  • governance europea

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rete FM -> genera -> interferenze internazionali
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propagazione troposferica -> amplifica -> segnali radio
MIMIT -> valuta -> riduzione potenze
MIMIT -> valuta -> revisione sistemi radianti
MIMIT -> valuta -> fondo di rottamazione
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Italia -> confina con -> Croazia
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Italia -> interferisce con -> Malta
Italia -> interferisce con -> Corsica
ITU -> registra -> frequenze coordinate
impianti coordinati -> prevalgono su -> impianti non coordinati
Digital Networks Act -> alimenta -> dibattito governance
Commissione europea -> discute -> coordinamento spettro
RSPG -> sostiene -> competenze nazionali
spettro radio -> richiede -> coordinamento
DAB+ -> integra -> FM
radio IP -> integra -> DAB+
transizione digitale -> riduce -> pressione sulla FM
copertura DAB+ -> influenza -> percezione europea
credibilità regolatoria -> influenza -> negoziati UE
governance europea -> interessa -> spettro radio
interferenze -> incidono su -> rapporti internazionali
Paesi confinanti -> chiedono -> risultati concreti
FM -> evolve verso -> ecosistema multipiattaforma
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TOPIC: Interferenze radio FM internazionali e governance europea dello spettro

SUBTOPICS: propagazione troposferica; coordinamento radioelettrico; Digital Networks Act; DAB+; transizione radiofonica; spettro radio; regolazione europea

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ORGANIZATIONS: MIMIT; ITU; Commissione europea; Radio Spectrum Policy Group

REGULATIONS: Digital Networks Act; accordi internazionali ITU; pianificazione radioelettrica; coordinamento dello spettro

SECTORS: radiodiffusione; telecomunicazioni; broadcasting; regolazione europea

TECHNOLOGIES: FM; DAB+; radio IP; propagazione troposferica; sistemi radianti

RISKS: interferenze transfrontaliere; perdita di credibilità regolatoria; centralizzazione europea della governance dello spettro; rallentamento della transizione digitale

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