L’altolà arrivato da Bruxelles sull’obbligo di dotare le nuove auto (connected ready) di un ricevitore radio broadcast non è un semplice incidente procedurale: è il segnale di una frizione profonda tra due visioni diverse del futuro dell’ecosistema automotive e dell’accesso ai media, ma anche della perdita di vista da parte degli editori del vero obiettivo.
La decisione (non definitiva, ma indiziaria di un cambiamento d’orientamento) della Commissione europea di sollevare rilievi formali sulla proposta italiana di modifica dell’art. 98-vicies sexies del Codice delle comunicazioni elettroniche riapre un confronto che tocca pluralismo informativo, sicurezza, neutralità tecnologica, libertà del mercato interno, ma anche di presa coscienza di situazioni ormai irreversibili.
Sintesi
Lo stop (non definitivo, ma sintomatico di un cambio di marcia) della Commissione europea all’obbligo di ricevitore radio broadcast nelle auto connesse evidenzia una frizione strutturale tra tutela del pluralismo e neutralità tecnologica.
La proposta italiana, notificata dal MIMIT per rafforzare l’obbligo di ricezione FM/DAB+, mirava a colmare un vuoto interpretativo che ha favorito negli ultimi due anni l’immissione sul mercato di veicoli privi di ricevitore radio terrestre, in grado di ricevere i contenuti radiofonici solo in streaming (quindi in un ambiente disintermediato dalle reti di trasmissione broadcast).
Al centro del confronto c’è il ruolo dell’automobile come principale ambiente di fruizione radiofonica ed il rischio di marginalizzazione del broadcast a favore di soluzioni disintermediate dalle reti di distribuzione terrestre degli editori.
Agcom aveva già segnalato il pericolo di un’espulsione progressiva della radio dall’auto.
Bruxelles, però, teme che dalla modifica derivi un vincolo hardware sproporzionato per i costruttori e per il mercato interno.
Per l’UE (e per l’industria automobilistica), l’accesso via IP può essere sufficiente, mentre i broadcaster contestano l’equivalenza per limiti di copertura, costi e mediazione algoritmica.
Il paradosso è che l’auto è riconosciuta come spazio strategico per i media, ma senza garanzie sugli strumenti di accesso. Per l’Italia è un passaggio critico che ridimensiona soluzioni unilaterali ma rende la questione non più eludibile.
La partita si sposta su un terreno complesso di negoziazione tecnica e politica.
Il futuro della radio in auto dipenderà dal governo del rapporto tra interesse pubblico e piattaforme software.
Anche se la sensazione che gli editori stiano perdendo di vista il vero obiettivo: il tasto unico di accesso alla radio bene in evidenza sul cruscotto. A prescindere dalla piattaforma di consegna del contenuto.
La notifica del MIMIT di modifica normativa
Il punto di partenza è noto ai lettori di Newslinet, quindi lo riassumiamo solo per sommi capi.
Nell’autunno scorso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy aveva notificato alla Commissione europea un intervento normativo volto a chiarire e rafforzare l’obbligo, già previsto dal diritto europeo, di dotare i veicoli di nuova immatricolazione di ricevitori radio in grado di garantire la ricezione dei servizi broadcast FM e DAB+.
L’area grigia interpretativa
L’iniziativa italiana mirava a chiudere un’area grigia interpretativa che, negli ultimi due anni, aveva consentito a diversi costruttori di immettere sul mercato veicoli potenzialmente connettibili (via mirrorlink con lo smartohone del conducente o di un passeggero) privi di ricevitori radio terrestri tradizionali (broadcast), basando l’accesso ai contenuti audio esclusivamente su piattaforme IP.
I casi Citroen e Dacia del 2024
Una tendenza che Newslinet aveva evidenziato per primo con un articolo del giugno 2024, inerente alcuni modelli low cost Citroen (Stellantis) e Dacia (Renault), anche se pure costruttori di vetture costose, come Tesla, non hanno mai nascosto di voler eliminare il broadcast dalle loro auto in quanto considerato superfluo e tecnologicamente superato.
L’ambiente auto
La spinta del MIMIT nasceva quindi da una constatazione ormai difficilmente contestabile: l’automobile resta il principale ambiente di fruizione della radio, ma la progressiva trasformazione dei sistemi di infotainment in vere e proprie piattaforme software, spesso governate da grandi operatori tecnologici globali (Google, con Android Auto ed Apple, con CarPlay), rischia di marginalizzare l’accesso diretto ai servizi broadcast.
Broadcaster: garantire accessibilità a utenza
Una radio fruibile solo via rete dati, secondo la prospettazione avanzata dall’Italia, non sarebbe più la radio universalmente accessibile, gratuita e resiliente che il legislatore europeo ha storicamente inteso tutelare, soprattutto in termini di informazione di emergenza e servizio pubblico.
Automotive: universalità della connettività
Tesi contestata dall’industria automobilistica sulla scorta della considerazione che la disponibilità di connettività mobile tramite smartphone (che può dialogare via bluetooh con le nuove auto diventendo elemento di infotainment) è nell’ordine dell’80% (che si avvicina al 100% nell’area giovanile) e quindi prossima all’universalità, tanto più che molti servizi considerati essenziali (come le prenotazioni sanitarie) sono già IP.
La sollecitazione Agcom
Sull’importanza di preservare la funzione broadcast si era già espressa (a maggio 2025) l‘Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, segnalando formalmente al Governo il rischio che una lettura minimalista delle norme europee sull’interoperabilità dei ricevitori radio potesse tradursi, nella pratica, in una progressiva espulsione della radio broadcast dall’auto. Da qui la scelta del MIMIT di intervenire sul diritto interno (volontà appunto notificata alla Commissione europea), cercando di rendere esplicito l’obbligo di dotazione hardware anche nell’era delle connected car.
La prudenza comunitaria
L’intervento, tuttavia, si è scontrato con la prudenza – se non con la diffidenza – UE. Secondo quanto riportato dal quotidiano Italia Oggi, Bruxelles ha ritenuto che la formulazione proposta dall’Italia possa uscire dal perimetro consentito dal Codice europeo delle comunicazioni elettroniche, incidendo in modo sproporzionato sulla libertà di progettazione dei costruttori (ma amcje sul costo dell’automobile a carico degli utenti finali), introducendo un vincolo tecnologico rigido in un settore caratterizzato da rapida innovazione.
Freeze procedurale
Il risultato è stato un freeze procedurale: la norma è stata di fatto bloccata (almeno fino al 7 aprile 2026), in attesa di chiarimenti e di un possibile ripensamento o intervento correttivo (che comunque di fatto vanificherebbe il senso dell’emendamento).
Il cuore del dissenso
Il cuore del dissenso sta nel delicato equilibrio tra due principi cardine del diritto UE: da un lato, l’interoperabilità e l’accessibilità dei servizi di interesse generale, tra cui la radio, che il legislatore europeo continua a riconoscere come elemento essenziale del pluralismo. Dall’altro, la neutralità tecnologica e la tutela del mercato interno, che spingono la Commissione a evitare obblighi che possano essere percepiti come un’imposizione di soluzioni hardware specifiche.
IP vs broadcast
Per l’UE, l’obbligo di garantire l’accesso alla radio potrebbe teoricamente essere soddisfatto anche tramite soluzioni IP, purché funzionali. Per l’Italia – e per tutti i broadcaster – questa equivalenza è invece solo apparente. La ricezione via rete dati è condizionata da copertura, costi, dipendenza da piattaforme terze e, soprattutto, dalla mediazione algoritmica di interfacce progettate da soggetti che non hanno alcun obbligo di tutela del pluralismo.
Punti di vista
In altre parole, una radio incapsulata in un ecosistema OTT non è neutra né garantita allo stesso modo della radio broadcast.
Va detto, che, sull’altro lato (quello dell’automotive e delle piattaforme OTT), viene opposto che le rigide regole di accesso al mondo broadcast lo rendono un circuito sostanzialmente chiuso, generatore di rendite di posizione anacronistiche.
Il paradosso
Il blocco europeo arriva inoltre in un momento paradossale: proprio mentre la Commissione europea frena sull’obbligo di ricevitore, le più recenti politiche comunitarie in materia di prominence dei servizi di interesse generale riconoscono esplicitamente l’ambiente automotive come uno spazio strategico per l’accesso ai contenuti editoriali. L’auto connessa viene quindi vista come un luogo centrale di fruizione, ma senza che venga chiarito fino in fondo quali strumenti debbano essere garantiti per assicurare un accesso effettivo e non discriminatorio.
Passaggio critico per l’Italia
Per la radio italiana, lo stop UE rappresenta un passaggio critico. Da un lato, ridimensiona l’idea di una soluzione normativa rapida e unilaterale. Dall’altro, conferma che la partita non è più eludibile: lasciare che l’accesso alla radio in auto sia deciso esclusivamente dalle logiche commerciali delle piattaforme tecnologiche significa accettare una progressiva perdita di centralità del mezzo, soprattutto sul fronte informativo.
Confronto a distanza
La questione, dunque, non è più solo giuridica, ma strategica. Il confronto tra Roma e Bruxelles dovrà ora misurarsi con un dato di realtà: il dashboard dell’auto sta diventando il nuovo telecomando dei media audio, e chi controlla l’interfaccia controlla anche la visibilità dei contenuti. In questo scenario, la radio broadcast rischia di essere tecnicamente disponibile, ma di fatto invisibile, se non sostenuta da regole chiare.
Terreno complesso di negoziazione tecnica e politica
La partita resta aperta e si sposta su un terreno più complesso di negoziazione tecnica e politica.
È probabile che l’Italia debba riformulare la propria proposta, cercando un punto di equilibrio che renda l’obbligo compatibile con il diritto UE senza rinunciare alla tutela sostanziale dell’accesso diretto alla radio.
Governare il rapporto
Una cosa, però, appare ormai evidente: il futuro della radio in auto non si gioca solo sul DAB o sulla FM, ma sulla capacità del legislatore europeo e nazionale di governare il rapporto tra interesse pubblico e piattaforme tecnologiche in un ecosistema sempre più dominato dal software.
Non perdere di vista l’obiettivo: il tasto unico di accesso alla Radio, non il broadcast in quanto tale
Lato nostro abbiamo sempre sostenuto l’inutilità di difendere il broadcast in quanto tale, preferendo combattare per la visibilità della radio come mezzo, a prescindere dalla piattaforma utilizzata.
Pretendere di difendere il broadcasting attraverso lo spauracchio della situazione d’emergenza, quando gli editori sanno benissimo che senza connettività la quasi totalità delle loro emittenti sarebbe comunque muta, è il biglietto per perdere un confronto che, invece, dovrebbe limitarsi ad un solo obiettivo: pretendere l’accesso unico, visibile ed immediato al tasto radio sul cruscotto. A prescindere che la piattaforma sottostante sia IP, DAB+ o FM. (E.G. per NL)







































